Che succede se l’azienda scopre che scarico musica e film porno?
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3 Nov 2016
 
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Che succede se l’azienda scopre che scarico musica e film porno?

Licenziamento per giusta causa se il datore di lavoro scopre i video porno scaricati sul pc del dipendente: l’importante è garantire la sua privacy. 

 

È legittimo licenziare il dipendente che scarica film e musica sul proprio computer usufruendo della connessione wi-fi aziendale? Di certo non si tratta di un comportamento legittimo atteso che la violazione del diritto d’autore costituisce, in Italia, un reato. Senza contare che il tempo utilizzato per la ricerca dei files torrent e il download viene sottratto al datore di lavoro e, quindi, si tratta di una condotta infedele. In verità, però, il licenziamento è considerato, per il nostro ordinamento, l’ultima spiaggia, cui si può far ricorso solo se la condotta del lavoratore è particolarmente grave e non consente sanzioni più leggere. Questo potrebbe voler dire che, per un semplice album di musica mp3 il licenziamento potrebbe essere considerato sproporzionato.

 

A questo problema se ne aggiunge un secondo: come può il datore scoprire che il proprio dipendente sta scaricando da internet piuttosto che lavorare? La risposta è in una sentenza della Cassazione di poche ore fa [1].

Secondo la Corte Il datore può far ispezionare il pc in dotazione al dipendente e licenziarlo se si scopre che vi ha scaricato video porno, anche perché l’azienda rischia sanzioni [2] laddove i filmati dovessero riguardare minorenni. Non si tratta quindi di un «controllo a distanza» vietato dallo statuto dei lavoratori. Controlli a distanza che, tuttavia, sono stati di recente rivisti e riformati dal cosiddetto Job Act: la nuova normativa consente i controlli a distanza, senza bisogno di accordi con le rappresentanze sindacali, quando l’ispezione viene esercitata sugli strumenti dell’azienda dati in dotazione al lavoratore, come smartphone, tablet e pc.  

La verifica sugli strumenti di lavoro trova l’unico limite rappresentato dalla privacy del dipendente. Quindi gli ispettori non possono chiedere all’interessato, ad esempio, di aprire i file in presenza dei colleghi. Va bene, invece, pretendere delle spiegazioni, anche per iscritto.

 

E se il lavoratore cancella tutti i dati prima dell’indagine? Secondo la sentenza in commento l’incolpato compie un’insubordinazione se, dopo la richiesta di spiegazioni da parte dell’azienda, cancella tutti i dati dal disco fisso del pc, così sperando di non essere scoperto.

 

I controlli mirati all’osservanza della policy aziendale devono rispettare i principi di correttezza, pertinenza e non eccedenza, mentre le ispezioni sulle dotazioni di lavoro possono comunque determinare il trattamento di informazioni personali o dati sensibili non pertinenti all’indagine.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 25 maggio – 3 novembre 2016, n. 22313
Presidente Di Cerbo – Relatore Ghinoy

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Venezia con la sentenza n. 255 del 2015, giudicando sul reclamo proposto ex art. 1 comma 58 della L. n. 92 del 2012, confermava la sentenza del Tribunale della stessa sede che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato dalla Cassa di Risparmio di Bolzano s.p.a. a F.F. , a seguito di contestazione disciplinare con la quale si riferiva che nel corso di un’ispezione volta alla verifica del rispetto delle disposizioni interne in materia di uso e sicurezza del materiale informatico assegnato ai dipendenti, questi, alla richiesta di chiarimenti in ordine ad alcuni files con estensione video contenuti nel disco O, cancellava l’intero contenuto del disco, rendendo impossibile dare seguito all’attività ispettiva. All’esito di un successivo esame dell’archivio informatico, era emersa la presenza di materiale con contenuto pornografico.
Alla luce di tutto ciò, gli si contestava di aver ostacolato l’attività ispettiva del servizio revisione, di avere violato l’obbligo di tenere una condotta informata ai principi di disciplina, dignità e moralità sia in sede di effettuazione delle attività di revisione, sia

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[1] Cass. sent. n. 22313/16.

 


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