Permessi retribuiti per familiari invalidi, vietato assentarsi
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4 Nov 2016
 
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Permessi retribuiti per familiari invalidi, vietato assentarsi

Durante il giorno di permesso usufruito ai sensi della legge 104 del 1992, il lavoratore fruitore deve impiegare tutta la giornata per assistere il familiare invalido.

 

Chi usufruisce dei permessi retribuiti per l’assistenza al familiare invalido (permessi previsti dalla legge 104 del 1992) non può utilizzare una parte della giornata per scopi personali. In pratica, non può assentarsi, anche se per poco tempo, dal compito dell’assistenza che si è assunto e che ha dichiarato al datore di lavoro. Facciamo un esempio per comprendere meglio questo importante principio.

Immaginiamo di avere una madre gravemente invalida: chiediamo un permesso dal lavoro, previsto dalla legge 104/1992, e passiamo la giornata a casa con lei per accudirla. Finita la cena, decidiamo di regalarci un po’ di relax e ce ne andiamo con gli amici ad una serata danzante. Serata, che finisce a tarda notte. Dopodiché rientriamo a casa a dormire. Succede, però, che il datore di lavoro lo viene a sapere e ci licenzia. Lo viene a sapere perché, magari, ci ha messo alle calcagna un investigatore privato, pratica ormai sdoganata dalla Cassazione anche nei confronti dei lavoratori dipendenti, nonostante le tutele previste dallo Statuto dei lavoratori.

 

È legittimo il licenziamento per giusta causa inflittoci dall’azienda o no? Chi ha ragione? Il datore di lavoro secondo il quale il permesso usufruito ai sensi della legge 104, deve essere finalizzato solo ed esclusivamente a dedicarsi al familiare invalido? Oppure noi, che, assistita nostra madre per l’intera giornata (anche oltre l’orario di lavoro), abbiamo ritenuto legittimo svagarci?

 

La Cassazione, su questo punto, è stata sempre molto chiara e precisa, non cambiando mai opinione sul punto. Chi ottiene i giorni di permesso retribuito, ai sensi della legge 104/1992, per assistere il parente disabile, non può svolgere, nella stessa giornata, anche solo parzialmente, altri compiti: diversamente, commette un illecito ai danni del datore di lavoro, ledendo quel legame di fiducia che lo lega all’azienda, ed anche una frode nei confronti dell’Inps, ente deputato a pagare lo stipendio del dipendente durante i giorni di permesso.

 

Quindi, se si chiede un giorno di permesso retribuito finalizzato all’assistenza, bisogna dedicare tutto il giorno a questa attività e non è possibile utilizzarne una parte, anche se piccola – come le ore notturne – per altre attività personali. Pertanto c’è giusta causa per il licenziamento.


 


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Commenti
5 Nov 2016 RITA GIUST

Le sentenze della Cassazione, con ogni probabilità, sono riferite ad abusi reiterati dei permessi. Se così non fosse penso che siamo in presenza di una vera e propria vessazione nei confronti dei lavoratori che hanno famigliari disabili. L’occuparsi di persone con disabilità richiede tempo e dedizione, ma chi lo fa non deve essere considerato come uno schiavo perchè ne va della sua integrità psico-fisica. Se applicassimo alla lettera le sentenze della cassazione dovremo ritenere che che ad esempio è in congedo straordinario per assistenza non possa mai muoversi di casa, come se fosse in prigione.

 
6 Nov 2016 Claudia turconi

Trovo vessativa la sentenza…..l’inps retribuisce per il numero di ore in base al contratto non certo per 24 ore!…..al massimo può pretendere la presenza effettiva in quelle ore….non oltre….

 
7 Nov 2016 danila scalesse

se mia madre necessita di una visita in ospedale e poi dopo lei è stanca ma ha fame di minestrone e io la riaccompagno a casa e le vado a fare la spesa per cuocerle il minestrone, avrebbero da ridire secondo voi??

 
7 Nov 2016 Gabriele Dragonetto

A mio avviso, è errata l’interpretazione che si da ai permessi retribuiti per l’assistenza ai familiari e parenti fino al 2°grado in quanto, il parente per usufruire dei permessi deve dichiarare di assistere il familiare o il parente con carattere di continuità. Ciò significa, che assisto il familiare o il parente sempre, nell’arco delle 24 ore, e quindi il lavoratore dovrebbe usufruire i tre giorni di permesso per recuperare (in teoria) le energie psicofisiche.
Gabriele Dragonetto