Invasione di terreni o edifici
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4 Nov 2016
 
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Invasione di terreni o edifici

Delitti contro il patrimonio: il decreto legislativo n. 7/2016 sulla depenalizzazione e le modifiche all’art. 633 del codice penale sull’invasione di terreni o edifici.

 

L’elemento materiale del reato di cui all’art. 633 c.p., è costituito dall’arbitraria invasione di terreni o edifici, mentre l’elemento soggettivo (dolo specifico) consiste nel fine di occuparli o trarne altrimenti profitto.

 

In ordine al concetto di invasione arbitraria, la giurisprudenza e la dottrina sono concordi nel ritenere che il termine “invasione” non vada inteso in senso etimologico, come azione tumultuosa e violenta compiuta da più persone sulla totalità del bene, essendo, al contrario, sufficiente che l’accesso o la penetrazione arbitraria nel fondo o nell’edificio altrui siano effettuati al fine di immettersi (arbitrariamente, quindi illegittimamente) nel possesso o trarne un qualunque profitto.

 

Partendo da tale nozione si è concluso che non ogni turbativa del possesso comporta un’invasione, ma soltanto quella che realizzi un apprezzabile restringimento delle facoltà di godimento del terreno o dell’edificio da parte del titolare dello ius excludendi, secondo quella che è la destinazione economicosociale del bene o quella specifica ad essa impressa dal dominus (Cass. 31811/2012).

 

Corollario di tale nozione è, però, un altro elemento che, sebbene non espresso nella norma, deve ritenersi in essa implicito: la permanenza nel terreno o nell’edificio non deve avere carattere momentaneo ma, al contrario, un’apprezzabile durata, perché solo tale ulteriore elemento consente di evidenziare il dolo specifico dell’agente, ossia la volontà di occuparli o trarne altrimenti profitto, comportamenti questi (occupazione-approfittamento) che presuppongono una stabile e apprezzabile insistenza fisica dell’agente sul bene altrui (Cass. 42786/2008).

 

La ratio della norma, infatti, consiste nel reprimere quei comportamenti idonei a pregiudicare la libera disponibilità del fondo o dell’edificio da parte del proprietario o del legittimo possessore e, quindi, nella tutela della proprietà e del possesso.

 

Non a caso, come si ricava dalla Relazione al codice penale, il reato di invasione di cui all’articolo 633 c.p. è stato mutuato dall’art. 9 D.L. 515/1920, trasfuso poi nell’art. 36 R.D. 2047/1921, che era stato introdotto per far fronte al dilagante fenomeno delle occupazioni di terreni che avvenivano alla fine della prima guerra mondiale.

La suddetta ratio impone di soffermarsi sul requisito (implicito) della permanenza di apprezzabile durata. Tale elemento può essere desunto non solo dalla permanenza fisica dell’agente nell’edificio, ma anche da elementi esterni che indichino la volontà dell’agente (pur non presente fisicamente nel bene) di volerlo occupare o trarne profitto (come, ad esempio, il possesso di chiavi per l’accesso ovvero l’esecuzione di opere o il collocamento di beni che rivelino l’intenzione di permanere nell’immobile).

 

Ciò significa che non sempre, per la configurabilità del reato di invasione di terreni o edifici, occorre che l’agente rimanga stabilmente su di essi, potendo essere ravvisabile il suddetto reato anche in presenza di elementi fattuali dai quali si possa desumere che l’agente abbia posto in essere quel comportamento (l’invasione o il tentativo di essa) con il fine di occupare o trarre profitto dall’immobile.

 

La questione relativa alla configurabilità del reato diventa ancora più problematica nel momento in cui la condotta si sia arrestata al mero livello di tentativo, in quanto, in assenza di un’occupazione protrattasi per un apprezzabile lasso di tempo, l’elemento indicatore del dolo specifico (il fine di occupare l’immobile o di trarne profitto) deve essere desunto da elementi ulteriori che univocamente consentano di ravvisarlo.

 

Resta aperto il secondo aspetto che può caratterizzare l’elemento psicologico del reato, ossia il fine di “trarne altrimenti profitto”. In giurisprudenza si è sostenuto che l’elemento psicologico del reato, caratterizzato dal dolo specifico del fine “trarne altrimenti profitto”, non richiede che il profitto sia strettamente patrimoniale e direttamente realizzabile con l’invasione, ma può consistere anche nell’intento di un uso strumentale della stessa (Cass. 8107/2000). Tuttavia, questo concetto non può essere esteso al punto da ricomprendervi qualsivoglia vantaggio comunque connesso al possesso e al godimento dell’immobile. Ciò in accordo con l’orientamento più rigoroso assunto anche da una parte della dottrina secondo il quale l’interpretazione letterale della norma (il dettato della quale recita testualmente “… al fine di occupare l’immobile o trarne altrimenti profitto”) e l’uso dell’avverbio “altrimenti” dovrebbero sottendere una nozione di profitto necessariamente ancorata al bene oggetto di invasione, con la conseguenza di qualificarlo come sinonimo di utilità da ricondurre al possesso o godimento (comunque per un’apprezzabile lasso di tempo) dell’immobile da quale dovrebbero quindi esulare le varie tipologie di profitto di carattere indiretto e non economico quali anche quelle di un uso temporalmente limitatissimo dell’immobile (ad esempio, per di farvi una doccia o di consumarvi un fugace rapporto sessuale).

 

Quanto appena detto porta alla conclusione che il criterio temporale diventa decisivo al fine di stabilire la configurabilità o meno del reato di cui all’art. 633 c.p., quando nessun altro elemento processuale indichi quale fosse il dolo dell’agente (Cass. 50659/2014).

 

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