Anche la prostituta deve pagare le tasse
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4 Nov 2016
 
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Anche la prostituta deve pagare le tasse

Le escort devono presentare la dichiarazione dei redditi anche se la loro attività, da un punto di vista civilistico, è contraria al buon costume e, quindi, il contratto è nullo. La prostituzione resta comunque lecita.

 

Se la prostituzione in Italia non è reato è giusto che anche le escort paghino le tasse: «E così sia!», ha detto poche ore fa la Cassazione con una sentenza appena pubblicata [1] che sancisce definitivamente l’obbligo, per le «libere professioniste» di emettere scontrino o fattura dopo ogni prestazione. Non importa che, da un punto di vista del diritto civile, il contratto con la prostituta sia un contratto nullo, per cui, in caso di inadempimento o di prestazione di qualità inferiore rispetto alle aspettative non sia possibile fare causa per ottenere una riduzione del prezzo! «I soldi sono soldi», almeno per l’Agenzia delle Entrate, che quindi pretende il pagamento delle imposte. E ha ragione, ribattono i giudici della suprema Corte, parafrasando le parole di Vespasiano: «Pecunia non olet», il denaro non puzza. La frase viene attribuita a una risposta data dall’imperatore romano al proprio figlio che lo accusava di aver messo una tassa sull’urina raccolta nelle latrine gestite dai privati (appunto chiamati “vespasiani”), tassazione dalla quale provenivano cospicue entrate per l’erario.

 

Andare a prostitute è reato? Certo che no. Non è neanche causa di multe o di altri rischi, se non dal punto di vista fisico almeno. Così, tutto ciò che è lecito entra, direttamente, dalle stanze del fisco. In tal modo, la Cassazione conferma un orientamento già espresso qualche mese fa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Savona secondo cui la fonte primaria dell’obbligo al pagamento delle tasse è la normativa dell’Unione Europa che inquadra i servizi delle prostitute come «prestazione di servizi retribuita» e, pertanto, anche le escort sono tenute agli obblighi tributari così come tutti gli altri lavoratori. Emettere la fattura dopo una prestazione sessuale? Sicuramente sì, a detta dei giudici, e applicare l’Iva ovviamente. Che resta a carico del cliente (il quale dovrà fare molta attenzione però a conservare il documento fiscale nel taschino se non vuole essere scoperto).

 

È anche questa, del resto, l’interpretazione già fornita dalla Corte di giustizia UE. Risultato: le escort devono pagare, come tutti i contribuenti, le tasse e, segnatamente, l’Iva e l’Irpef che, per forza di cosa, dovranno addebitare al cliente al momento del pagamento.

 

Così, l’Agenzia delle Entrate può andare a frugare nel conto corrente bancario della prostituta e chiederle come si è procurata i soldi. In mancanza di risposta, scatterà l’avviso di accertamento e la sanzione.

La prostituta paga sempre l’Irpef a prescindere dal fatto che l’attività sia abituale o saltuaria. Non solo: in assenza di dichiarazione i versamenti in banca sono comunque imputabili all’attività di meretricio.

 

Secondo la Corte suprema, i proventi dell’esercizio dell’attività di prostituzione non vanno qualificati come «redditi di impresa» ma quali «redditi diversi derivanti dall’attività di lavoro autonomo non esercitata abitualmente o dalla assunzione di obblighi di fare» [2].

 

E per chi si fa scoprire dalla polizia a consumare un rapporto in auto? Niente paura: gli atti osceni in luogo pubblico sono stati ormai depenalizzati. Ma occhio, perché ora scatta una multa assai più pesante: da 5.000 a 50.000 euro.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 16 giugno – 4 novembre 2016, n. 22413
Presidente Cappabianca – Relatore Locatelli

Ritenuto in fatto

L’Agenzia delle Entrate eseguiva una verifica nei confronti di B.M., che, pur non avendo mai presentato dichiarazione dei redditi (tranne che per l’annualità 2003), risultava intestataria di numerose autovetture anche di lusso, acquirente di un appartamento, titolare di vari contratti di locazione immobiliare; inoltre dagli accertamenti bancari eseguiti risultava intestataria di dieci conti correnti attivi e di gestioni patrimoniali. Sulla base dei versamenti rilevati dalle indagini bancarie, l’Agenzia delle Entrate emetteva avvisi di accertamento per gli anni di imposta dal 1996 al 2003 con i quali recuperava a tassazione, ai fini Irpef, redditi diversi per importi annuali varianti da euro 39.850 ad euro 97.997, oltre al reddito da fabbricati, l’unico denunciato dalla contribuente.
Contro gli avvisi di accertamento B.M. proponeva ricorso, sostenendo la non tassabilità dei redditi accertati in quanto provento dell’attività di prostituzione da lei esercitata.
La Commissione tributaria provinciale di Firenze con sentenza n.146 del 2006 accoglieva parzialmente il ricorso: riconosceva rilevanza reddituale ai

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[1] Cass. sent. n. 22413 del 4.11.2016.

[2] Ai sensi degli artt.6 e 67 del d.P.R. 29 settembre 1973 n.602.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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Commenti
4 Nov 2016 Francostars

Difatti, la prostituzione in Italia è già tassata; questo ai sensi dell’articolo 36 comma 34bis della Legge 248/2006, come chiarificato dalla Cassazione con le Sentenze n. 10578/2011, 18030/2013, 7206/2016 e 15596/2016. Adesso anche questa. Il Codice relativo è 96.09.09 “Altre attività di servizio per la persona non classificabili altrove”.
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