Danneggiamento
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4 Nov 2016
 
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Danneggiamento

Il decreto legislativo n. 7/2016 e le depenalizzazioni: il nuovo reato di danneggiamento previsto dall’articolo 635 del codice penale.

 

L’art. 635 c.p. è stato riformulato dal Dlgs. 7/2016. La modifica normativa ha escluso la rilevanza penale dei fatti di danneggiamento semplice, già previsti dal comma 1 dell’art. 635 previgente. Tali fatti ora sono qualificati, ai sensi dell’art. 4, co. 1, lett. c) del decreto, quali illeciti civili sottoposti alla sanzione pecuniaria civile da 100 a 8.000 euro.

Inoltre, i fatti previsti nei nuovi commi 1 e 2 dell’art. 635 c.p. costituivano, nella previgente disposizione, circostanze aggravanti. La pena ora prevista per tali fatti è la stessa che la precedente normativa fissava per le fattispecie aggravate.

 

La norma tutela l’interesse del soggetto all’intangibilità della cosa mobile o immobile e alla sua idoneità a servire allo scopo cui è destinata, indipendentemente dal sul valore economico e dal verificarsi di un danno patrimoniale a carico del soggetto passivo.

Il legislatore, cioè, tutela la libera disposizione delle cose che fanno parte del patrimonio, indipendentemente dal loro valore economico e dalle conseguenze fisiche della condotta dell’agente; libera disposizione che può essere intaccata anche da comportamenti che, se non deteriorano il bene materiale in sé e per sé considerato, lo rendono comunque inservibile ai fini perseguiti dal soggetto passivo, sempre che gli stessi siano giudicati rilevanti dall’ordinamento.

 

Il legislatore richiede che la cosa oggetto della condotta di danneggiamento sia altrui.

Nei delitti contro il patrimonio la cosa è altrui quando è in proprietà di altri (è escluso quindi il delitto di autodanneggiamento, ossia il danneggiamento commesso dal proprietario), o quando sulla stessa altri hanno un diritto di godimento o il possesso o la semplice detenzione, o una mera relazione di fatto, persino di origine illecita. L’altruità indica che la cosa non deve essere nullius communis omnium e non deve essere propria, cioè nella piena ed esclusiva signoria dell’agente. In breve, deve essere legata da una relazione di interesse con un altro soggetto.

 

Il requisito primo dell’altruità è che sussista sulla cosa una relazione di altri, di diritto o di fatto, purché non derivi da delitto. Sicché rispetto all’ipotesi di danneggiamento nei confronti del ladro va respinta l’opinione che considera il ladro soggetto passivo del reato: sono soggetti passivi il proprietario e chi ha il godimento della cosa.

 

Ai fini del dolo di danneggiamento è sufficiente la coscienza e volontà di distruggere, deteriorare o rendere inservibili cose mobili o immobili altrui.

L’elemento psicologico del delitto di danneggiamento risiede nella coscienza e volontà di danneggiare, a nulla rilevando il movente o le finalità per le quali il fatto è commesso.

 

Per quanto riguarda la condotta, la distruzione consiste nell’eliminazione, nella cosa, della sua funzione strumentale di soddisfacimento di bisogni umani, materiali o spirituali, che la stessa aveva prima della condotta criminosa; la dispersione, ipotizzabile solo con riferimento alle cose mobili o mobilizzate, si ha quando la cosa è resa irrecuperabile o quando il soggetto passivo può recuperarla solo con grande difficoltà, come nel caso dell’oggetto lanciato da treno in corsa.

 

Il deterioramento consiste nella diminuzione della funzione strumentale della cosa, della sua utilizzabilità. Rendere inservibile la cosa significa renderla inidonea alla sua funzione per un tempo giuridicamente apprezzabile.

 

La norma richiede un evento in senso naturalistico (modifica nel mondo esterno). Qualora si accerti che in capo al soggetto esiste un obbligo giuridico di impedire l’evento (dovere che potrà ricavarsi da qualunque settore dell’ordinamento, ma non da esigenze di tipo sociale o da aspettative della collettività), il reato potrà essere realizzato anche in forma omissiva.

 

Nella norma non vi è cenno al danno. Pertanto, tale elemento non è richiesto per l’integrazione del danneggiamento, che potrà investire anche beni aventi solo un valore affettivo.

 

La giurisprudenza ha affermato che il reato di danneggiamento è configurabile, tra l’altro, nei seguenti casi:

  • omessa osservanza da parte del sindaco dei doveri funzionali di tutela della salute pubblica, a lui demandati dall’art. 217, R.D. 27.7.1934, n. 1265 (t.u. delle leggi sanitarie) e dall’art. 153, R.D. 4.2.1915, n. 148 (t.u. della legge comunale e provinciale), qualora in conseguenza dell’omissione si siano verificati eventi dannosi (Cass. 21-6-1985);
  • inquinamento di falde acquifere profonde costituenti risorse idriche pubbliche a cui chiunque può attingere mediante la costruzione di pozzi artesiani;
  • deterioramento e contaminazione del demanio marittimo e del mare territoriale in quanto il mare territoriale è res communis omnium soggetta alla sovranità dello Stato, portatore di un interesse diretto alla sua integrità (Cass. 10-2-1984);
  • imbrattamento di una saracinesca con vernice a spruzzo indelebile (C., Sez. VI, 13.10.1982);
  • sfregio, mediante uso di una chiave, della carrozzeria di un’autovettura (Cass. 10-5-2002);
  • forzatura di una serratura, in quanto arreca alla cosa un danno di natura irreversibile e una modificazione funzionale e strutturale, non irrilevante neppure sotto il profilo economico (Cass. 4770/2014);
  • smaltimento di fusti contenenti rifiuti pericolosi compiuto con modalità tali da determinare lo sversamento sul terreno delle sostanze contenute nei recipienti (Cass. 27478/2014).

 

La previgente formulazione della norma individuava, quali circostanze aggravanti, fatti che a seguito del D.Lgs. 7/2016, costituiscono il reato di danneggiamento semplice di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 635 c.p..

 

Attualmente il reato si realizza, nella forma semplice e non aggravata, se il fatto di danneggiamento è commesso:

 

a) con violenza alla persona o con minaccia.

Possono essere presenti anche contemporaneamente, ma devono comunque essere contestuali alla condotta, in quanto strumentali alla realizzazione del reato; altrimenti, in caso di sfasamento temporale, si avrebbe concorso tra danneggiamento e violenza privata, minaccia, ecc. Il grado massimo della violenza che può ritenersi integrare il reato di danneggiamento senza trasmodare nella realizzazione di un diverso reato contro la persona è quello delle percosse, così come il tempo durante il quale il soggetto agente usa la violenza fisica per bloccare la persona offesa o

un terzo non deve superare il tempo strettamente necessario per concludere l’attività di danneggiamento.

 

La violenza o la minaccia devono accompagnarsi al danneggiamento o comunque essere direttamente finalizzati o strumentali ad esso. Non è necessario che rappresentino un mezzo per vincere l’altrui resistenza, ma è sufficiente che siano contestuali al fatto produttivo del danneggiamento, nel senso che il danneggiamento deve essere stato compiuto quando è ancora in atto la condotta violenta o minacciosa tenuta dall’agente (Cass. 1377/2014). Ne consegue che, qualora l’attività violenta o intimidatrice sia esercitata non al fine di danneggiare ma con l’intento di costringere il soggetto passivo alla consegna della cosa detenuta per poterla successivamente danneggiare, la violenza o la minaccia, non essendo contestuali al danneggiamento, non integrano il delitto di danneggiamento ma integrano il più grave delitto di violenza privata (Cass. 20-1-1988);

 

b) in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico;

 

c) in occasione dell’interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità (ex art. 331 c.p.);

 

d) su edifici pubblici o destinati a uso pubblico o all’esercizio di un culto o cose di interesse storico o artistico, ovunque siano ubicate, o immobili compresi nel perimetro dei centri storici, ovvero immobili i cui lavori di costruzione, ristrutturazione, recupero o risanamento sono in corso o risultano ultimati o altre delle cose indicate nel n. 7) dell’art. 625.

Sono edifici pubblici le unità edilizie che ospitano o che sono destinate a ospitare strutture della pubblica amministrazione, anche se al momento del fatto non sono utilizzate (è edificio pubblico, ad esempio, il garage di pertinenza del Comune: Cass. 16758/2015). Sono destinati

a uso pubblico, invece, gli edifici pubblici o privati utilizzati dalla pubblica amministrazione per i suoi fini istituzionali. Sono destinati all’esercizio di un culto gli edifici utilizzati da uno dei culti religiosi ammessi dallo Stato, anche se saltuariamente o per periodi predefiniti. Le cose di interesse storico o artistico, ovunque ubicate (e quindi anche in luoghi privati), sono quelle elencate dalla L. 1089/1939 in materia di tutela delle cose di interesse artistico e storico. Per l’individuazione degli immobili compresi nel perimetro dei centri storici occorre fare riferimento agli strumenti urbanistici generali. Le cose assumono la qualifica di interesse storico o artistico solo quando rivestono la dignità di testimonianza materiale di rilevante valore di civiltà (Cass. 8-11-1985). L’esposizione alla pubblica fede è configurabile anche in caso di sorveglianza saltuaria, quando la cosa si trovi in luoghi privati ma aperti al pubblico, mentre le cose destinate a pubblico servizio si identificano in quelle la cui destinazione è per un servizio fruibile dal pubblico (Cass. 12880/2015). Il fondo e il sottofondo marini rientrano fra le cose destinate a pubblica utilità in quanto, qualificabili come res communes omnium.

 

In applicazione di tale principio costituiscono danneggiamento la frantumazione degli scogli esistenti su di un fondale marino, effettuata allo scopo di impossessarsi di esemplari di specie ittiche che vivono all’interno (Cass. 19-11-2002), l’esercizio della pesca con motobarca munita di rastrello in un’area diversa da quella consentita (Cass. 13-5-2004);

 

e) su opere destinate all’irrigazione;

 

f) su piantagioni di viti, di alberi o arbusti fruttiferi, o boschi, selve o foreste, ovvero vivai forestali destinati al rimboschimento. Sono escluse dalla tutela le piante non fruttifere (per esempio, il lauro nobilis, pur utilizzato a fini culinari ma non fruttifero) e le piante erbacee (solanacee, cucurbitacee) pur fruttifere ma non rientranti tra gli alberi (piante i cui rami sia aprono a una certa distanza dal suolo) o gli arbusti (piante con prevalenza di rami sul tronco, a minima distanza dal suolo); inoltre, poiché la norma fa riferimento alle piantate di viti, alberi e arbusti, ai fini della sussistenza dell’aggravante dovranno essere stati piantati dall’uomo (Mar ini). Il reato escluso anche qualora i fatti siano posti in essere su viti o alberi sparsi e quando non sia stato danneggiato un numero sufficiente di piante. Invece, il reato comprende anche le essenze non fruttifere, purché facenti parte di boschi (estensione di terreno coperta da piante non domestiche), selve o foreste (larga estensione di terreno coperta da alberi di alto fusto), i quali potranno anche non essere pubblici; egualmente privati potranno essere i vivai forestali, purché le piante siano destinate al rimboschimento;

 

g) su attrezzature e impianti sportivi al fine di impedire o interrompere lo svolgimento di manifestazioni sportive.

 

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