Tumore ai polmoni da fumo: in Italia le cause non si vincono
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6 Nov 2016
 
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Tumore ai polmoni da fumo: in Italia le cause non si vincono

A gridarlo coraggiosamente è stato, su Rai Uno, l’avvocato Angelo Greco, direttore di questa testata, nel corso della puntata di venerdì scorso “Tempo e Denaro”: i giudici proteggono la lobby del tabacco.

 

Il fumo è provatamente un fattore di rischio tumorale. Ma si può fare causa ai produttori di sigarette, se un nostro familiare si ammala di tumore? Ci sono scarsissime possibilità di vittoria, anzi quasi nessuna. È questo il chiarimento fornito dall’avvocato Angelo Greco nel corso della puntata di venerdì scorso di «Tempo e Denaro», su Rai Uno, trasmissione di cui è ospite quotidiano tutte le mattine alle 11,00.

 

L’avvocato Greco ricorda che, secondo la giurisprudenza italiana, è possibile vincere una causa contro i produttori di tabacco e, in particolare, di sigarette, solo a due condizioni (così, almeno, stando agli ultimi precedenti: una sentenza del tribunale di Reggio Emilia e una di quello di Milano):

  1. innanzitutto bisogna dimostrare che il cancro ai polmoni sia stato determinato unicamente dal fumo delle sigarette e non da altre concause come potrebbe essere, ad esempio, un luogo di lavoro insalubre (è noto che determinate polveri possono causare patologie polmonari serie e, a volte, anche il tumore): una prova difficilissima, se non impossibile, da dare. Perché è difficile escludere – solo a titolo di simulazione – determinate cause quando ormai la malattia si è insediata nel corpo della vittima e l’ha distrutto;
  2. in ogni caso il risarcimento è possibile solo per i tumori divenuti irreversibili prima del 1991, data a partire dalla quale la nostra legge ha imposto, ai produttori di tabacco, di inserire, sulle scatole di sigarette, gli avvisi per i consumatori. Chi legge il messaggio «Nuoce gravemente alla salute» e ciò nonostante continua a fumare lo fa a proprio rischio e pericolo. Insomma, ammalarsi è una libera scelta del consumatore: è lui che sceglie consapevolmente di morire e ciò esclude la possibilità di pretendere anche il risarcimento.

 

Un ragionamento però – stigmatizza Greco – che fa acqua da tutte le parti. Innanzitutto perché se il fumatore non è in grado di smettere di fumare non è certo per sua volontà, ma perché i produttori sono riusciti a inserire, nelle sigarette, dosi di catrame e altre sostanze che provocano maggiore dipendenza dello stesso tabacco: un espediente messo in luce dal noto autore di legal triller John Grisham nel suo capolavoro “La giuria”. Dunque, una scelta tutt’altro che volontaria e spontanea quella di continuare a fumare, così come invece vorrebbero i giudici.

 

In secondo luogo – e qui il «J’accuse» – i nostri giudici hanno elaborato, per diritti molto meno importanti rispetto alla vita, il concetto di «diritti indisponibili»: è una categoria di diritti talmente importante che il titolare non può rinunciarvi neanche se lo vuole e lo chiede egli stesso. Ad esempio, il diritto alle ferie o allo stipendio: il lavoratore dipendente non può mai trattare queste sue posizioni con il datore di lavoro: ciò serve a evitare facili abusi, da parte di terzi, della sua posizione di debolezza e inferiorità. Evidentemente, però, per i giudici italiani – grida Greco – il portafogli è più importante della salute. Perché rendere indisponibili alcuni diritti patrimoniali, sebbene collegati alla sopravvivenza, e non anche la vita? È indisponibile lo stipendio e non invece la salute dei nostri cari?

Questo significa stravolgere il diritto solo per tutelare i fabbricanti di morte!


Autore immagine: 123rfcom

 


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Commenti
6 Nov 2016 luigi Condemi

Non faccio parte della Lobby dei produttori di sigarette ed ho fumato fino a venti anni fa ( di anni ne ho 73 ) , ma non posso essere d’accordo con la pretesa di essere rimborsati se mi sono ammalato per non avere avuto la capacità di non fumare o smettere di farlo. Mi piace pensare che siamo tutti responsabili delle nostre azioni. Se sono alcolizzato , non cerco soldi ai produttori di vino.

 
Redazione
7 Nov 2016 Redazione

Quindi, sig. Luigi, se il suo datore di lavoro dovesse obbligarla a prendere uno stipendio dimezzato rispetto a quello che risulta in busta paga, con la minaccia di licenziarla in caso contrario, e lei accetta, poi rinuncerebbe a fare causa all’azienda? Invece, la nostra giurisprudenza le dà ugualmente la possibilità di fare causa. E questo perché il diritto allo stipendio è indisponibile, cioè non vi si può rinunciare neanche con la propria volontà. Perché invece alla salute si può rinunciare?

 
7 Nov 2016 Luca Virzi

Non c’azzecca nulla quel che ha detto perchè se si dimostra che Lei non è stato capace di smettere di fumare perchè i produttori han fatto in modo di aumentare quelle sostanze che le impediscono di agire contro il vizio del fumo allora il problema non è il fumatore ma chi produce le sigarette! Stessa cosa vale per il vino come per il gioco. Sono le dosi di quelle sostanze che portano dipendenza il problema. Se lo ricordi…prima che sia troppo tardi!