Rapporto tra depenalizzazione, illecito amministrativo e tenuità del fatto
Professionisti
5 Nov 2016
 
L'autore
Edizioni Simone
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Rapporto tra depenalizzazione, illecito amministrativo e tenuità del fatto

Depenalizzazione: il decreto legislativo n. 8/2016 ha trasformato numerosi reati in illeciti amministrativi. Cosa succede ora sul piano dell’applicazione della pena e della tenuità del fatto?

 

Il tema appena affrontato sollecita una riflessione sul rapporto fra l’intervento di depenalizzazione e l’istituto della particolare tenuità del fatto previsto dall’art. 131bis c.p., introdotto su delega della L. 67/2014.

Questo istituto si distingue nettamente dalla depenalizzazione, per la quale tutti i reati, a prescindere dalle modalità attraverso cui in concreto siano stati consumati, vengono meno. Invece, con la “tenuità del fatto” non sono punibili i reati, sanzionati nel massimo con la pena di cinque anni di reclusione o con la pena pecuniaria, che in concreto siano di scarsa offensività.

 

Nel primo caso (depenalizzazione) il legislatore stabilisce a priori le condotte che non costituiscono più reato, nel secondo attribuisce al giudice il potere di decidere se il fatto sottoposto al suo esame meriti di essere punito, dovendo verificare se, per le modalità esecutive, per la tenuità del danno o del pericolo cagionato, abbia arrecato un’offesa troppo modesta per meritare una sanzione penale.

 

Entrambi gli istituti muovono dall’esigenza di scremare l’area penale dai reati bagatellari. La depenalizzazione colpisce i reati bagatellari propri, privi di offensività (con riferimento ai reati degradati a illeciti amministrativi, oggetto del decreto delegato in commento, nella Relazione si chiarisce che sono stati presi in considerazione “sia l’impatto dell’intervento sul carico giudiziario sia la necessità di espungere dal sistema penale fattispecie desuete o non più conformi ai principi di laicità e pluralismo del nostro ordinamento costituzionale). La tenuità del fatto, invece, colpisce i reati bagatellari impropri, ossia quelli che, pur non essendo in sé privi di offensività, mostrino in concreto una lesività esigua.

 

Un’evidente contraddizione riguarda la coesistenza tra il fatto depenalizzato, sanzionato a livello amministrativo, e quello, astrattamente più grave e ritenuto ancora meritevole di sanzione penale, ma in concreto inoffensivo. L’effetto che può prodursi è che l’autore di un determinato fatto rientrante tra quelli oggetto di depenalizzazione, se prima di tale intervento poteva beneficiare della causa di non punibilità prevista dall’art. 131bis c.p., a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 8/2014 è comunque destinatario — in ragione della clausola intertemporale inserita dal legislatore delegato — di una sanzione amministrativa di carattere afflittivo.

 

Ai sensi dell’art. 1, co. 3, D.Lgs. 8/2016 la depenalizzazione generale non si applica ai reati previsti dal codice penale.

 

La disposizione non trova riscontro nella legge-delega, nella quale la clausola generale di depenalizzazione fa riferimento a “tutti” i reati puniti con sola pena pecuniaria, senza distinzione fra fattispecie contemplate nel codice penale e ipotesi previste dalle leggi penali speciali.

I motivi di tale scelta sono esplicitati nella relazione governativa, dove si afferma che se la clausola generale di depenalizzazione operasse nei confronti del codice penale si produrrebbero risultati asistematici, in quanto “l’effetto depenalizzante andrebbe a colpire fattispecie delittuose, bensì sanzionate con la sola multa, ma facenti parte di complessi normativi organicamente deputati alla tutela di beni molto significativi, come ad esempio l’amministrazione della giustizia; mentre alcune fattispecie contravvenzionali sicuramente meno significative non sarebbero depenalizzate in quanto rientranti nelle materie escluse, come ad esempio quelle previste dagli artt. 727bis, co. 2, e 703, co. 1, c.p.”.

 

Le ragioni indicate dal legislatore delegato a sostegno dell’esclusione dei reati codicistici non costituiscono un travalicamento dei poteri conferiti dal Parlamento, alla luce del costante insegnamento della Corte costituzionale (n. 383/1998, 126/1996, 87/1989) in ordine alla possibilità, nelle situazioni (qual è quella in esame) di scarsa chiarezza del legislatore delegante, di individuare per relationem i principi e i criteri direttivi non espressamente indicati nella delega.

 

La Corte costituzionale ha sempre affermato (Corte cost. 156/1987) che l’indicazione dei principi e dei criteri direttivi di cui all’art. 76 della Carta non elimina ogni discrezionalità nell’esercizio della delega ma la circoscrive: resta salvo il potere di valutare le specifiche e complesse situazioni da disciplinare (Corte cost. 224/1990); peraltro, già nella sentenza n. 158/1985 la Corte costituzionale aveva chiarito che “le direttive, i principi e i criteri servono, per un verso, a circoscrivere il campo della delega, sì da evitare che essa venga esercitata in modo divergente dalle finalità che l’hanno determinata, e per un altro devono, però, consentire al potere delegato la possibilità di valutare le particolari situazioni giuridiche da regolamentare”.

 

depenalizzazione-e-illeciti-civili


 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti