Processo lungo: come ottenere il risarcimento
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1 Dic 2016
 
L'autore
Maura Corrado
 


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Processo lungo: come ottenere il risarcimento

La durata di un processo deve essere ragionevole. Peccato che la realtà sia quella della giustizia lumaca. Il cittadino che ne è vittima può chiedere un equo indennizzo.

 

Sui giornali o in tv, si sente molto spesso parlare di “processi lumaca”: quella dei tempi lunghi della giustizia è una piaga tutta italiana. Eppure, il diritto ad un equo processo, che si svolga e si concluda entro un termine ragionevole, è espressamente previsto dalla legge. Proprio per questo, chi è stato coinvolto in un procedimento per un periodo di tempo considerato irragionevole, cioè troppo lungo, ha diritto a un’equa riparazione. A dirlo è una legge che, sicuramente, molti di noi avranno sentito nominare, la legge Pinto [1].

 

 

Processo lungo: a chi spetta il risarcimento?

Tale diritto ad un’equa riparazione spetta a chi abbia subito un danno a causa del mancato rispetto del termine ragionevole, danno che può essere

  • patrimoniale: ad esempio, pensiamo a Tizio che a causa di un giudizio troppo lungo con la ditta che gli fornisce i materiali per svolgere la sua attività ha perso una importante gara di appalto;
  • non patrimoniale: ad esempio, il danno morale subito da una madre che si è vista riconoscere il risarcimento per la morte del figlio dopo lunghi anni.

 

Ma quando la durata di un processo può considerarsi ragionevole? Per rispondere a tale domanda, occorre fare riferimento ai criteri determinati dalle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, secondo la quale i tempi di un giudizio non devono superare:

  • tre anni in primo grado,
  • due anni in secondo grado,
  • un anno in Cassazione.

Naturalmente, non si tratta di regole rigide; vanno adeguate alla realtà, valutando diversi parametri: la complessità del caso, il comportamento delle parti e quello degli organi giudiziari. Per capire, avranno rilevanza fattori diversi come:

  • l’assenza di questioni giuridiche particolarmente difficili o accertamenti di fatto impegnativi,
  • il numero esiguo dei documenti prodotti o dei testimoni indicati dalle parti,
  • i rinvii eccessivamente lunghi concessi dai giudici,
  • i rinvii richiesti dalle parti al solo scopo di allungare – magari per esigenze personali – il processo,
  • i congedi di maternità,
  • l’avvicendamento di giudici diversi nel medesimo giudizio,
  • le disfunzioni dell’organizzazione giudiziaria che impediscono ai magistrati, per sovraccarico di lavoro, di assolvere in tempi brevi le loro funzioni,
  • il mancato rispetto dei termini da parte dei consulenti tecnici.

 

 

Processo lungo: come chiedere il risarcimento?

Per chiedere il risarcimento, occorre presentare ricorso alla Corte d’Appello del distretto in cui ha sede il giudice innanzi al quale si è svolto il primo grado del processo presupposto. Niente paura: per individuarla basterà cercare su internet apposite tabelle dove si trovano indicate. Il ricorso va proposto nei confronti:

  • del ministero della Giustizia, per i procedimenti ordinari,
  • del ministero della Difesa quanto si tratta di procedimenti militari,
  • del ministero delle Finanze negli altri casi.

 

Nel ricorso si dovranno esporre i fatti in maniera dettagliata: per provare l’eccessività dei tempi e i ritardi intercorsi tra le udienze, soprattutto quelli relativi a rinvii d’ufficio, è conveniente trascrivere pedissequamente i verbali di udienza, allegando, inoltre, elementi da cui si possa desumere il notevole lasso di tempo tra il deposito della domanda e la data effettiva della prima udienza.

 

Una volta esaurita la procedura (sempre e comunque, entro 4 mesi dal deposito del ricorso), la Corte d’Appello deposita presso la cancelleria il decreto – sinteticamente motivato – con il quale lo Stato Italiano viene condannato a corrispondere al ricorrente un indennizzo, oltre alle spese legali sostenute. Il decreto in questione – immediatamente esecutivo – viene, poi, notificato, a cura del difensore, all’Avvocatura dello Stato, l’organo che tutela e rappresenta lo Stato nelle controversie legali.

 

Si ricorda che la domanda di equa riparazione potrà essere presentata anche se il procedimento, del quale si lamenti la durata abnorme, non sia ancora concluso: l’importante è procedere entro sei mesi dalla decisione definitiva.

 

Se si ritiene che la decisione della Corte d’appello non sia conforme ai principi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, è possibile ricorrere in Cassazione. Se neppure quest’ultima risponde in modo soddisfacente alle nostre lamentele, si potrà ricorrere avanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, entro il termine di sei mesi dalla sentenza che definisce il giudizio.

 

 

Processo lungo: chi può ricorrere?

Il diritto di cui parliamo può essere fatto valere da chiunque abbia subito un processo di durata eccessiva, indipendentemente dal fatto che la causa sia stata vinta o persa. Non solo: a ricorrere possono essere cittadini italiani, ma anche stranieri che subiscano una lungaggine processuale nel territorio italiano.

 

 

Processo lungo: come è cambiata la legge Pinto?

La Legge di Stabilità 2016 ha introdotto significative novità riguardati la legge Pinto, relative, in particolare alla possibilità di ottenere l’indennizzo e alla sua misura.

  1. Entità del risarcimento

Mentre, infatti, precedentemente, si riconosceva una somma di denaro per ogni anno di eccessiva durata del processo, pari a circa 750-1.500 euro, fino a 2.000 euro in casi di particolare importanza (ed esempio, in tema di diritto di famiglia o stato delle persone, procedimenti pensionistici o penali, cause di lavoro o cause che incidano sulla vita o sulla salute), ora si va da un minimo di 400 euro a un massimo di 800.

 

  1. Rimedi preventivi

Ma la novità sicuramente più rilevante riguarda l’introduzione del concetto di “rimedio preventivo”: in parole semplici, significa che la parte che chiede l’indennizzo deve dimostrare che effettivamente ha intrapreso le strade più brevi per ottenere la sentenza, ad esempio, attraverso istanze di accelerazione, di prelievo, servendosi dei riti sommari, ecc… [2].

 

  1. Mancato riconoscimento dell’indennizzo

Sono stati, inoltre, previsti dei casi in cui l’indennizzo non viene riconosciuto:

  • se la parte ha agito o resistito in giudizio consapevole dell’infondatezza delle proprie domande o difese: ad esempio, Tizio chiede l’equo indennizzo per un processo troppo lungo in cui ha chiesto a Caio una somma di denaro, pur sapendo che Caio non gliela doveva;
  • se la pretesa o il valore della causa sono irrisori in relazione alle condizioni personali della parte: ad esempio, Caio, ricco imprenditore, fa causa a Sempronio per un debito di 100 euro. Se Caio chiede l’equo indennizzo, la sua domanda, date tali condizioni sarà rigettata;
  • se la parte ha abusato dei poteri di cui dispone nell’ambito di un processo, allungandone i tempi.

 

  1. Modalità di pagamento

Il cittadino che si veda accolta la domanda di indennizzo, per ottenere concretamente la somma di denaro che gli è stata riconosciuta, dovrà inviare un’istanza secondo questi moduli con la quale si ricorda allo Stato che non ha ancora pagato, avvisandolo di non aver iniziato un’azione esecutiva. Se tale documentazione manca o è incompleta o non viene trasmessa regolarmente, l’ordine di pagamento non verrà emesso. Il pagamento dovrebbe avvenire entro sei mesi dall’invio del modello di richiesta, durante i quali il creditore non può dare il via a un’azione esecutiva, ad esempio, notificando un atto di precetto allo Stato [3].

 

Nel dettaglio, per farsi pagare gli indennizzi, occorre usare i modelli ministeriali pubblicati in Gazzetta Ufficiale recentemente (distinti per le persone fisiche, per le persone giuridiche, per l’avvocato cosiddetto antistatario, cioè autorizzato dal cliente a incassare direttamente, e per gli eredi) [4], proprio nell’ottica di accelerare le procedure.

I pagamenti devono eseguirsi mediante accredito sui conti correnti o di pagamento dei creditori o per cassa o per vaglia cambiario solo se di importo non superiore a mille euro.

 

Ricapitolando, il creditore (persona fisica, giuridica, avvocato antistatario o erede dell’avente diritto) deve rilasciare all’amministrazione debitrice la dichiarazione, in cui si attesta la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo, l’esercizio di azioni giudiziarie per lo stesso credito, l’ammontare degli importi che l’amministrazione è ancora tenuta a corrispondere, la modalità di riscossione prescelta. La dichiarazione in questione ha validità semestrale e deve essere rinnovata a richiesta della pubblica amministrazione. Ricevute le dichiarazioni e i relativi documenti, se è tutto a posto, l’amministrazione deve effettuare il pagamento entro sei mesi.


[1] L. n. 89 del 24.03.2001, che riconosce un’equa riparazione a «chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» in relazione al mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 («Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge»).

[2] Tale condizione non si applica ai processi la cui durata alla data del  31.10.2016 ecceda i termini ragionevoli né a quelli che risultano già in decisione alla medesima data.

[3] Art. 5-sexies, l. n. 89 del 24.03.2001.

[4] Sono allegati al decreto 28.10.2016 del ministero della Giustizia, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 258 del 04.11.2016.

 


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