Alzheimer: i diritti del malato. Cosa prevede la legge?
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7 Nov 2016
 
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Alzheimer: i diritti del malato. Cosa prevede la legge?

Chi lascia da solo un malato di Alzheimer di cui si prende costantemente cura può rispondere del reato di abbandono di incapace; inoltre gli atti notarili di donazione o vendita possono essere annullati.

 

Alzheimer: una malattia purtroppo in forte crescita. Ne soffrono circa 600.000 persone: vale a dire 600.000 famiglie, entrate in un difficile tunnel, fatto di quotidiane difficoltà, di assistenza, di disagio. Lo si combatte con la dieta, con lo sport quotidiano e sottoponendosi a costante attività cognitiva. Ma cosa prevede la legge in favore dei malati di Alzheimer? In quanto soggetti incapaci essi sono destinatari di apposite tutele riconosciute loro dall’ordinamento: sia in ordine agli atti contrattuali, sia per quanto attiene all’assistenza. Ma procediamo con ordine.

 

 

Cos’è l’Alzheimer?

Si tratta di un sindrome degenerativa delle capacità cognitive o intellettive di grado tale da determinare un impatto sulle attività quotidiane o sull’autonomia; è in larga parte associata all’età avanzata, in alcuni casi ereditaria.

 

In molti casi si tratta di difficoltà di apprendere nuove informazioni, ricordare eventi o svolgere compiti della vita quotidiana; in altri casi si tratta di cambiamenti di personalità o di stili di vita. L’evoluzione è generalmente molto lenta: in genere resta in “incubazione” per circa 20 anni durante i quali avviene un peggioramento della memoria e dell’attenzione; poi una progressiva perdita degli interessi sociali, cui segue un impoverimento delle capacità di linguaggio, delle abilità di orientamento e riconoscimento di persone e oggetti fino a un disturbo delle capacità mentali. Si riconosce un malato di Alzheimer per il fatto che questi perde spesso il senso dell’orientamento, la memoria a breve e nutre un senso di maggiore insofferenza e infelicità verso il mondo.

 

L’Alzheimer viene chiamata anche «la malattia delle 4 “A”»:

  1. A come Amnesia: perdita significativa di memoria
  2. A come Afasia: incapacità di formulare e comprendere messaggi verbali;
  3. A come Agnosia: incapacità di riconoscere persone, cose e luoghi;
  4. A come Aprassia: incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari.

 

 

L’abbandono di persona incapace

Se una persona, che si prende normalmente cura di un malato di Alzheimer, deve assentarsi, non può lasciare l’anziano da solo a casa senza aver delegato qualcun altro a sostituirlo (anche una badante o un altro parente). Diversamente scatta il reato di abbandono di persona incapace.

Il reato può essere commesso solo da chi si trovi con il malato in un rapporto dal quale derivino per lui obblighi di cura e di custodia (ad esempio il coniuge, il figlio convivente, la badante).

Il delitto si consuma nel momento in cui si verifica l’abbandono a prescindere dall’effettivo stato di pericolo o dal verificarsi di un danno concreto.

 

A differenza però di quanto avviene coi minori di 14 anni, nel caso dell’anziano il giudice dovrà prima verificare se quest’ultimo era effettivamente in condizioni di incapacità di intendere e volere: solo in tale caso può procedere alla dichiarazione di colpevolezza di chi ha effettuato l’abbandono dovendo invece prestare cura al malato. In pratica, ai fini della sussistenza del reato, è necessario accertare in concreto l’incapacità del soggetto di provvedere a se stesso. Ne consegue che non vi è presunzione assoluta di incapacità per qualsiasi persona anziana, che non è una condizione patologica, ma fisiologica, che deve essere accertata concretamente. La vecchiaia non può essere intesa come condizione determinante una presunzione assoluta d’incapacità, di provvedere a sé stessi; al contrario il giudice dovrà accertare, di volta in volta, se essa sia concretamente causa di pericolo per l’incolumità dell’anziano, sì da dar luogo all’altrui dovere di assumere le opportune iniziative volte ad ovviare al suddetto pericolo [1].

 

 

Circonvenzione di capace per chi fa firmare una donazione o una vendita

Proprio in ragione della ridotta capacità d’intendere e di volere del malato di Alzheimer, gli atti da questi firmati possono essere annullati da chiunque vi abbia interesse (lo stesso malato, i parenti o gli eredi) entro 5 anni dal momento della scoperta dell’atto o della cessazione dell’incapacità. La causa va proposta davanti al tribunale civile. Ma per chi si approfitta del malato, portandolo ad esempio dal notaio a firmare un testamento, una vendita o una donazione di immobile, può scattare il reato di circonvenzione di incapace. In tal caso è sufficiente una querela presso i carabinieri o la procura della Repubblica.

 

Il tribunale di Milano [2] ha detto che integra il reato di circonvenzione di persone incapaci la condotta di chi induce un soggetto affetto da demenza Alzheimer, facilmente riconoscibile da chiunque, alla cointestazione di un conto corrente, effettuando, poi, bonifici, emissioni di assegni, acquisti di titoli e giroconti in favore proprio o di conoscenti (nel caso di specie, le imputate avevano convinto la vittima che i suoi interessi fossero da loro ben tutelati, tanto da indurla ad assecondare ogni loro proposta ed ottenendo il trasferimento delle sue disponibilità su un conto cointestato, che poi utilizzavano per proprio profitto).

 

Lo stesso dicasi per la svendita, da parte di un soggetto affetto da demenza Alzheimer, della nuda proprietà del proprio appartamento in favore di conoscenti dell’imputato, dalla cui operazione lo stesso abbia tratto vantaggio (nel caso di specie costituito dal mancato pagamento alla vittima ovvero dall’incameramento della relativa somma da parte dell’imputato). Anche in questo caso, secondo la giurisprudenza, scatta il reato di circonvenzione di persone incapaci.

 

La condotta volta a indurre o sollecitare una persona incapace di intendere e di volere, in quanto affetta dal morbo di Alzheimer, a vendere un immobile per un prezzo irrisorio, integra il reato di circonvenzione di incapace.

 


[1] Cass. sent. sent. n. 6885/1999.

[2] Trib. Milano, sent. dell’8.11.2011.

 


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