Stipendio più basso della busta paga: che fare?
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7 Nov 2016
 
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Redazione
 


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Stipendio più basso della busta paga: che fare?

Estorsione a carico del datore di lavoro se ti costringe ad accettare uno stipendio più basso di quanto indicato in busta paga; l’accordo con il consenso del dipendente è nullo.

 

Sono ancora frequenti i casi di imprenditori che erogano, ai propri lavoratori, uno stipendio più basso di quello che risulta in busta paga. Ciò avviene spesso attraverso il bonifico dell’intera somma dovuta secondo contratti collettivi e risultante dal cedolino, con obbligo poi, per il lavoratore, di restituire in contanti la differenza. Patti di questo tipo, benché raggiunti con il consenso espresso e consapevole del lavoratore, sono nulli e, anzi, in frode alla legge. Il che significa che, nonostante l’iniziale accettazione della somma, il dipendente potrà sempre fare causa all’azienda per chiedere la restituzione delle somme residue. Potrà, peraltro, agire in giudizio entro cinque anni dalla data delle dimissioni o del licenziamento, quindi senza il rischio che la prolungata prosecuzione del rapporto di lavoro possa prescrivere il suo diritto al rimborso. Insomma, fare buon viso a cattivo gioco non implica la perdita dell’azione giudiziale.

 

Non è tutto: se l’imprenditore aggiunge, al patto illecito, anche la minaccia che, in caso di mancata accettazione, dovrà procedere al licenziamento (magari lamentando difficoltà economiche) per lui può scattare anche il reato di estorsione, circostanza questa chiarita più volte dalla Cassazione [1]. Integra il reato di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione di debolezza dei dipendenti a causa del difficile contesto occupazionale, anteriormente alla conclusione del contratto e durante lo svolgimento del rapporto di lavoro, impone al lavoratore di accettare condizioni di lavoro deteriori a fronte della minaccia di mancata assunzione o di licenziamento (nella specie, le condizioni imposte riguardavano, in particolare, la sottoscrizione di una lettera di dimissioni in bianco, la corresponsione di una retribuzione inferiore a quella risultante dalla busta paga, nonché il prolungamento non dichiarato dell’orario di lavoro).

 

Sempre la Cassazione ha ricordato, in una precedente occasione [2] che integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, in particolare consentendo a sottoscrivere buste paga attestanti il pagamento di somme maggiori rispetto a quelle effettivamente versate.

 

 

Che fare se l’azienda paga uno stipendio più basso del dovuto?

Rimandando ogni più dettagliata istruzione nella guida Se il datore di lavoro non paga lo stipendio cosa fare, ricordiamo che il dipendente può:

  • in via civile: agire davanti al tribunale ordinario, sezione lavoro, entro cinque anni dalla cessazione del rapporto di lavoro, per pretendere le differenze retributive sulle buste paga rispetto alle somme effettivamente ricevute. Il lavoratore però dovrà dimostrare con estrema precisione ciò che afferma. Tornando all’esempio di poc’anzi (pagamento con bonifico e restituzione di una parte della somma in contanti), se la prova del versamento dello stipendio risulta dalla documentazione bancaria, quella della consegna del cash potrà essere raggiunta solo con testimoni. E di certo si dovrà trattare di un testimone oculare, che sia stato presente sul luogo del lavoro ogni volta che sia avvenuta la “restituzione del denaro”;
  • in via penale: potrà sporgere querela contro il datore di lavoro che lo abbia minacciato di licenziamento per obbligarlo ad accettare la minore somma a titolo di stipendio. Anche in questo caso sarà bene prima procurarsi le prove testimoniali di ciò che si afferma.

La sentenza

Cassazione penale, sez. II, 14/04/2016, (ud. 14/04/2016, dep.05/05/2016), n. 18727

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza in data 09.11.2012, il giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Trapani, all’esito di giudizio abbreviato, dichiarava C.A.J. colpevole dei reati di estorsione continuata in danno di Ca.De. (capo A), P.F. (capo C) e Cu.Gi. (capo E) perchè, nella qualità di titolare della società Dulcelado s.a.s., avente in gestione un bar in (OMISSIS), agendo nella sua qualità di datore di lavoro e con abuso di tale qualità, mediante minaccia di licenziamento, costringeva i detti dipendenti, prima, ad accettare le condizioni lavorative loro imposte e a firmare una lettera di dimissioni in bianco, poi, a svolgere di fatto attività lavorativa quotidiana e a tempo pieno, pur risultando gli stessi assunti con un contratto a tempo parziale, e a non fruire di ferie, contributi e TFR, costringendoli altresì ad accettare un compenso inferiore a quello che avrebbe dovuto essere loro erogato, fatti accaduti fino a giugno 2009. Al C. si addebitavano anche i reati di violenza privata ai danni dei predetti dipendenti (capi B, D ed F) perchè, mediante l’ulteriore minaccia di licenziamento, li costringeva a dichiarare falsamente dinanzi agli ufficiali dell’Ispettorato del lavoro di Trapani,

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[1] Cass. sent. n. 18727/2016 del 14.04.2016.

[2] Cass. sent. n. 677/2014.

 


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