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Lo sai che? Pubblicato il 7 novembre 2016

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Lo sai che? Come riavere soldi prestati al marito o moglie

> Lo sai che? Pubblicato il 7 novembre 2016

Dopo la separazione o il divorzio è possibile ottenere la restituzione dei soldi prestati all’altro coniuge a condizione che si dimostri che c’era l’accordo di rimborso ossia un mutuo.

Finché la coppia è unita, è normale che marito e moglie si scambino denaro a titolo di donazioni o, talvolta, di prestito; ed è anche normale che, in entrambi i casi, non si firmino documenti scritti e che tutto resti solo «a voce». Ma che succede in caso di separazione e divorzio? È possibile ottenere la restituzione dei soldi dati durante il matrimonio? Come fare a stabilire se si trattava di donazione o di vero e proprio prestito? La soluzione viene da una sentenza della Cassazione di poche ore fa [1].

Prestare dei soldi a una persona

Ma prima, una necessaria precisazione. Tutte le volte in cui un soggetto presta del denaro a un altro soggetto si configura un contratto di mutuo. Ciò vale sia che, negli accordi delle parti fosse prevista, oltre alla restituzione del capitale, anche la corresponsione di interessi (cosiddetto «prestito fruttifero» o «mutuo a titolo oneroso») sia nel caso contrario (cosiddetto «prestito infruttifero» o «mutuo a titolo gratuito»). Per maggiori dettagli leggi le nostre due guide sull’argomento:

Perché si possa parlare di mutuo, peraltro, non è necessario firmare un documento scritto. Tutto può rimanere «a voce». Il contratto, infatti, si perfeziona nel momento della materiale consegna del denaro. È in questo momento che il mutuo si considera realizzato e che il mutuatario (ossia il beneficiario della somma) assume l’obbligo della restituzione della stessa. Se nulla le parti hanno previsto in proposito, il mutuo si considera «a titolo oneroso», sono cioè dovuti gli interessi.

Prestare soldi al marito o alla moglie

Il mutuo si può ovviamente realizzare anche tra marito e moglie. Solo che, in questo caso, dimostrare l’accordo stretto tra le parti volto alla restituzione della somma è più difficile. Difatti, in tema di rapporti tra familiari conviventi, sussiste il cosiddetto spirito di liberalità: ossia, nel momento in cui ci si scambia denaro, si presume l’intenzione di donare e non di prestare. Chi afferma che, alla base della consegna dei soldi, vi era in realtà un mutuo e non una donazione dovrà essere in grado di dimostrarlo.

Così, una volta finita la relazione sentimentale e avviate le pratiche per la separazione, la parte che chiede la restituzione dei soldi consegnate all’ex partner deve dimostrare l’accordo da cui deriva l’obbligo alla riconsegna a carico della controparte. Per cui, senza la prova di un contratto di mutuo anche orale, con obbligo di restituzione, l’ex coniuge perde la possibilità di avere indietro il denaro.

Come dimostrare il prestito?

L’ex coniuge che chiede la restituzione dei soldi dati a titolo di mutuo deve dimostrare innanzitutto la consegna della somma, il che, in caso di bonifico o di assegno, è piuttosto facile grazie alla movimentazione bancaria. In secondo luogo egli dovrà dimostrare che, alla base delle intese, vi era un prestito e non una donazione. Qui le cose si fanno più difficili. La legge non dice come si debba dimostrare la natura del prestito. Quindi, in teoria ogni prova, può essere buona. Ad esempio con testimoni o anche con presunzioni (devono essere più di una e tra loro concordanti). Di certo la prova spetta al creditore, a chi cioè chiede la restituzione dei soldi.

note

[1] Cass. sent. n. 22576/16 del 7.11.2016.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 settembre – 7 novembre 2016, n. 22576
Presidente Mazzacane – Relatore Correnti

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 19 giugno 2003 A.T. conveniva in giudizio E.A. davanti al Tribunale di Gorizia per sentirlo condannare alla restituzione della somma di € 22.040,00 che essa, nel corso di una relazione sentimentale durata quattro anni, gli aveva prestato in più occasioni per pagare i suoi debiti.
In subordine, l’attrice chiedeva che fosse riconosciuto l’arricchimento senza causa del convenuto.
Si costituiva in giudizio E.A., il quale eccepiva l’intervenuta prescrizione del diritto di controparte e, comunque, chiedeva il rigetto della sua domanda.
Il Tribunale di Gorizia, con sentenza n. 229/08, rigettava le domande attrici.
A.T. appellava la sentenza, chiedendone la riforma.
La Corte di Appello di Trieste, nella resistenza dell’appellato, con sentenza n. 460/11, rigettava l’impugnazione osservando che, indipendentemente dalla qualificazione data al rapporto dal primo giudice, era onere dell’attrice provare la conclusione di un contratto di mutuo con obbligo di restituzione.
Avverso la indicata sentenza della Corte di Appello di Trieste ha proposto ricorso per cassazione A.T., articolandolo su tre motivi, illustrati da memoria mentre E.A. non ha svolto difese.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo A.T. lamenta l’omessa pronuncia in ordine al primo motivo di appello, concernente l’insussistenza di una donazione indiretta per mancanza dell’animus donandi, e la motivazione omessa od insufficiente sul punto. In particolare, la corte territoriale non aveva esaminato, a suo avviso, il suddetto motivo di gravame, né aveva motivato quanto alla natura del rapporto intercorso fra le parti.
La censura è infondata.
La sentenza ha statuito che, a prescindere dalla qualificazione del rapporto, spettava all’attrice la prova del conti-atto di mutuo. In ogni caso per Cass n. 17050 del 28/07/2014 la parte che chieda la restituzione di somme date a mutuo è tenuta a provare, oltre alla consegna, anche il titolo dal quale derivi l’obbligo di controparte alla restituzione, purchè l’attore fondi la domanda su un particolare contratto, senza formulare neppure in subordine una domanda volta a porre in questione il diritto della controparte di trattenere la somma ricevuta, ferma restando, la necessità che il rigetto della domanda di restituzione sia argomentato con cautela, tenendo conto della natura del rapporto e delle circostanze del caso, idonee a giustificare che una parte trattenga senza causa il denaro indiscutibilmente ricevuto dall’altra.
Con il secondo motivo la ricorrente contesta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2041 c.c., in quanto la corte territoriale aveva errato nel tenere conto che, se non ricorreva, nella specie, un trasferimento di denaro per spirito di liberalità, l’azione di arricchimento indebito doveva essere accolta, non potendosi considerare il dedotto arricchimento avvenuto con la di lei volontà.
La censura è infondata avendo la Corte statuito essere pacifico che le somme vennero date volontariamente nell’ambito di una relazione sentimentale.
Con il terzo motivo A.T. lamenta la motivazione illogica e contraddittoria della sentenza, nella parte in cui il quarto motivo di appello era stato dichiarato assorbito, poiché se l’azione di arricchimento era proponibile diveniva necessario anche accertarne l’ammontare.
La censura è infondata in quanto correttamente il quarto motivo di appello è stato considerato assorbito.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

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