Cani e gatti: a chi vanno gli animali dopo la separazione?
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7 Nov 2016
 
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Cani e gatti: a chi vanno gli animali dopo la separazione?

Divorzio, a chi vanno gli animali domestici quando la coppia si separa? È possibile l’affidamento condiviso anche per i cani e i gatti?

 

Quando una coppia si separa a chi vanno a finire gli animali domestici? Purtroppo non c’è nessuna legge che lo preveda e, in questo, cani e gatti vengono trattati più alla stregua di comuni cose che non dei figli, come invece l’affetto dei padroncini li vorrebbe assimilare. Spetta quindi al giudice stabilire quali possano essere gli effetti della separazione o del divorzio sugli animali da compagnia. E di certo, nulla vieta a marito e moglie, in caso di separazione consensuale, di concordare i tempi e i modi dell’affidamento dell’amico a quattro zampe: una scelta che, qualche giudice, ha ritenuto «poco ortodossa» e bollato come «una caduta di stile», ma che, comunque, alla fine è ritenuta valida perché non contrasta con nessuna norma. Dunque, gli ex coniugi possono stabilire con chi vada a vivere l’animale, quando l’altro abbia diritto a vederlo e a portarlo a spasso, come regolarsi durante le vacanze, chi debba sostenere le spese ordinarie e come vadano divise quelle straordinarie come, ad esempio, il veterinario, ecc. E su questa linea è d’accordo anche la Cassazione, più volte chiamata a pronunciarsi sul punto.

 

Il problema si potrebbe fare più complicato quando la separazione è giudiziale. A riguardo, secondo il Tribunale di Como, in caso di disaccordo tra le parti, il giudice non è tenuto a decidere anche in merito all’affidamento dell’animale domestico, pur in presenza di un’esplicita domanda delle parti.

 

È di questi giorni, infine, la notizia di una sentenza del Tribunale di Roma [1] che dà il via libera all’affido condiviso del cane anche se la coppia che si è separata non era sposata ma semplicemente convivente. E ciò perché in qualche modo si applica per analogia la disciplina vigente per i figli minori: lo consente, da un lato, il vuoto normativo in materia, dall’altro la progressiva assimilazione dei rapporti tra conviventi a quelli fondati sul matrimonio [2].

 

Nella sentenza, il giudice richiama due precedenti pronunce (Tribunale di Cremona e Tribunale di Foggia) relative all’affido di cani in cause di separazione e ricorda che in Parlamento «giace da molti anni» una proposta di legge con la quale si vorrebbe introdurre nel Codice civile l’affido degli animali familiari in caso di separazione dei coniugi. «La proposta di legge – spiega il giudice di Roma – estende la competenza del Tribunale a decidere dell’affido dell’animale anche alla cessazione della convivenza more uxorio».

In base a queste considerazioni e a un’istruttoria approfondita il giudice ha stabilito che Spilla trascorrerà sei mesi con il suo padrone e sei mesi con la sua padrona, in quali dovranno pagare al 50% le spese relative a cibo, cure mediche e «quanto altro eventualmente necessario al benessere» del cane.

Nei sei mesi in cui una delle due parti non starà con il cane potrà comunque «vederlo e tenerlo due giorni la settimana, anche continuativi, notte compresa».

 

Dunque, il tribunale può ben decidere di affidare l’animale domestico a uno degli ex partner, stabilendo il diritto di visita dell’altro padroncino per qualche giorno nella settimana. Oppure si può prevedere una perfetta divisione dell’anno solare: per sei mesi il cane sta con uno dei due, per gli altri sei mesi con l’altro. Insomma, una forma di affido condiviso proprio come con i figli: entrambi i titolari del quadrupede mantengono pari diritti e doveri, le decisioni più importanti vanno prese all’unisono, così come le spese impreviste vanno divise a metà. Non importa che il microcip sia intestato a uno dei due soltanto. Ciò che conta – così come per i figli – è l’interesse primario dell’animale, non il certificato di proprietà.

E per il mantenimento? Spese divise a metà. Decisione salomonica.


La sentenza

Tribunale di Roma, sez. V, sentenza 12 – 15 marzo 2016, n. 5322

Ragioni in fatto e diritto della decisione

Con atto di citazione notificato a mezzo posta il 7.08.2012, l’attrice, premesso che: – ha adottato un cane di nome S., iscritto a suo nome all’anagrafe canina con regolare microchip, raccogliendolo dalla strada nel corso della propria relazione di convivenza con il sig. FP) – a seguito dell’interruzione della convivenza e della relazione sentimentale con il F., ha portato con sé il cane nella sua nuova residenza; )- il F. ha continuato a vedere il cane, su sua concessione, per alcune ore al giorno; )- il giorno 16 dicembre 2011, ha acconsentito alla richiesta del F. di tenere con sé il cane, nella propria casa di campagna, per il fine settimana: )- da quella data, però, il F. non le ha più riconsegnato il cane impedendole anche di vederlo; ha convenuto in giudizio in convenuto per ivi sentir ordinare allo stesso la restituzione in suo favore del cane S. illegittimamente detenuto, nonché per sentirlo condannare al risarcimento di tutti i danni da lei subiti dalla sottrazione del proprio cane, quantificati in euro 15.000,00 o nella maggiore o minore somma ritenuta in base alle emergenze

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[1] Trib. Roma, sent. n. 5322/16.

[2] L. n. 76/2016.

 


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Commenti
9 Nov 2016 Maria

Peccato solo che nessuno pensa che se due arrivano in tribunale dopo aver provato per tre lunghi anni a sperimentare l’affido condiviso, e questo è finito con il rapimento del cane, magari anche la sentenza sarà poco applicabile. E poi anche al fatto che l’iscrizione del cane al anagrafe non è una semplice formalità (in uno stato in cui nessuno fa controlli veri) ma un atto di responsabilità civile e penale, e resta l’unico strumento offerto dallo Stato stesso per responsabilizzare le persone verso gli animali. E se questo non conta, il giudice aveva a disposizione abbastanza indizi, documenti e testimonianze per valutare se era il caso di dare una sentenza innovativa in base a una legge che ancora non esiste, in un processo in cui si è parlato di: rapimento del cane, aggressione fisica e psicologica durante la relazione e dopo. E come dire, affidiamo il cane a metà anche a una persona che sensibilità verso gli altri non ne ha, ma sicuramente tratterà bene l’animale. Bene, questa persona ha ad oggi altri procedimenti penali per aggressione in corso, verso altre persone, non ha rispettato ne ha intenzione di rispettare la sentenza. Si è equiparato il cane ad un figlio, ma voglio sperare che se un genitore rapisce il figlio e molesta la madre decada dai propri diritti. Siamo a quasi 5 anni dal inizio del processo, 9 mesi dalla sentenza, quasi 5 anni di separazione tra la cannetta e la sua legittima proprietaria e parliamo di un cane che tra poco compirà 11 anni. Come dire, alla fine di questo riuscito intervento brillante e innovativo, il paziente sarà morto. Spero quantomeno che la mia storia possa servire ad altri, affinché ci si muova nella direzione giusta, e affinché un prossimo giudice non dia per scontato niente, guardi bene e valuti caso per caso, e, se decide di innovare, si assicuri che lo stato abbia anche i strumenti per mettere in pratica una bella sentenza, altrimenti rimane una beffa.