Posso accettare un lavoro prima di far causa all’ex azienda?
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7 Nov 2016
 
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Posso accettare un lavoro prima di far causa all’ex azienda?

Per il semplice  fatto di aver  trovato un nuovo lavoro subito dopo l’interruzione del precedente non possono derivare conseguenze pregiudizievoli per il dipendente.

 

Il dipendente è libero di accettare un nuovo lavoro anche se intende fare causa all’ex datore e non ha ancora avviato il giudizio o affidato il mandato al proprio avvocato. La  scelta di farsi assumere subito da una nuova azienda potrebbe, infatti, essere indicativa solo della  necessità di trovare i mezzi di sopravvivenza. È errato quindi vedere, in una immediata assunzione, la  volontà di abbandonare il precedente posto di lavoro per una occupazione più confacente alle proprie aspirazioni. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Secondo la Corte, per dimostrare che il dipendente si è dimesso volontariamente, al datore di lavoro non basta provare che questi, subito dopo la cessazione del precedente contratto, abbia accettato il Tfr e sia stato assunto presso un’altra azienda. Tali elementi non sono sufficienti ad escludere che, nel caso di specie, si sia trattato invece di un licenziamento orale. Licenziamento che, proprio perché non scritto, è sempre nullo e può essere contestato.

Non solo. Anche il fatto di aver atteso del tempo prima di avviare la causa non può essere indicativo del fatto che il pregresso rapporto di lavoro si sia chiuso su consenso reciproco delle parti, ma è necessario il concorso di ulteriori e significative circostanze che devono essere provate dal datore di lavoro.

Per dimostrare che un rapporto di lavoro si è chiuso per scelta concordata e condivisa tra l’azienda e il dipendente non basta il semplice ritardo di quest’ultimo nell’impugnazione del licenziamento. Con la conseguenza che il dipendente è ben libero di accettare un nuovo posto di lavoro anche prima di far causa all’ex azienda.

La Suprema Corte ha quindi concluso affermando che la mera inerzia del lavoratore e il semplice decorso del tempo fra il licenziamento e la relativa impugnazione giudiziale non possono bastare perché si possa ritenere risolto un rapporto per reciproco consenso. Al contrario, occorre che sia accertata una volontà chiara e netta delle parti nell’ottica di una cessazione definitiva del rapporto.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 22 settembre – 4 novembre 2016, n. 22489
Presidente Nobile – Relatore Manna

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 342/13 il Tribunale di Livorno dichiarava inefficace il licenziamento intimato il 13.3.09 da Trelleborg Sealing Solutions Italia S.p.A. a G.E. , ordinandone la riammissione in servizio e condannando la società a pagarle le retribuzioni maturate dal 16.4.09, detratto l’aliunde perceptum.
Con sentenza dell’8.4.14 la Corte d’appello di Firenze, in totale riforma della sentenza di prime cure, rigettava la domanda preliminarmente ravvisando un mutuo consenso delle parti, per fatti concludenti, alla risoluzione del rapporto, atteso che, dopo aver impugnato in via extragiudiziale il recesso, la lavoratrice aveva comunque trovato una nuova occupazione.
Per la cassazione della sentenza ricorre G.E. affidandosi a quattro motivi.
Trelleborg Sealing Solutions Italia S.p.A. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1- Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1372 co. 1, 1175 e 1375 c.c., per avere la Corte territoriale ravvisato un mutuo consenso alla risoluzione del rapporto per fatti concludenti sol perché nelle more tra l’impugnazione extragiudiziale (16.4.09), il

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[1] Cass. sent. n. 22489/16.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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