Prove rubate: no nel processo civile, si in quello penale
Editoriali
8 Nov 2016
 
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Prove rubate: no nel processo civile, si in quello penale

Non possono essere utilizzati come prova, nel processo civile, file sottratti illecitamente alla controparte; lo possono essere, invece, nel processo penale.

 

Mettiamo che il vostro ex datore di lavoro o il vostro coniuge dal quale volete divorziare sia in possesso di documenti importanti da utilizzare come prova per fargli causa: ad esempio un file audio con delle registrazioni, un atto o un contratto, delle fotografie. Qualora doveste riuscire a sottrargliele potrebbero essere portate davanti al giudice ed essere utilizzate a dimostrazione del vostro diritto? In altre parole, possono ritenersi delle valide prove? La risposta è no, almeno secondo una ordinanza della Cassazione di qualche ora fa [1].

 

Nel caso di specie, la contesa aveva ad oggetto file audio sottratti in modo fraudolento da una donna per dimostrare il condizionamento, da parte dell’ex marito, nei confronti dei figli. La madre, in particolare, voleva portare tali file al giudice per ottenere l’affidamento dei figli minorenni. Ma non c’è stato niente da fare. Secondo la Corte, i file sottratti illecitamente al coniuge non possono essere acquisiti come materiale probatorio nel giudizio civile, a differenza di quanto avviene in quello penale. Nel giudizio penale, infatti, stando alle parole della Corte, non ci sono limiti all’utilizzo di prove acquisite in modo illecito, posto che l’obiettivo di tale tipo di processo è la ricerca della verità.

 

Insomma, dalla sentenza è possibile trarre un principio: solo le prove acquisite in modo lecito possono essere usate in una causa civile, come quella di separazione o di divorzio. Quando invece l’acquisizione avviene violando le norme sulla proprietà, sulla privacy o qualsiasi altra norma, la documentazione non può diventare una prova, anche se prova l’esistenza di fatti illeciti da cui potrebbero dipendere le sorti della causa.

 

C’è da dire che, sul punto, non è sempre stata raggiunta un’unicità di vedute da parte della giurisprudenza. Alcune volte è stata ritenuta valida la prova del documento, sottratto all’azienda dal dipendente, se serve per far causa al datore di lavoro e affermare un proprio diritto.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 1 luglio – 8 novembre 2016, n. 22677
Presidente Ragonesi – Relatore Bisogni

Rilevato in fatto

1. Il Tribunale di Pistoia, con sentenza del 12/19 marzo 2013, decideva in via definitiva il giudizio tra G.R. e V.A.B.A.L. e respingeva le reciproche domande di addebito della separazione, disponeva l’affido condiviso della prole con domiciliazione prevalente presso il padre, disponeva incontri protetti tra la madre e i figli N. e C. , regolava gli incontri tra la madre e il figlio U. , poneva a carico del marito e in favore della moglie un assegno mensile di mantenimento di Euro 1.800,00.
2. Ricorreva in appello G.R. e chiedeva l’affidamento esclusivo dei figli, la disposizione di incontri protetti della madre con i tre figli, una volta ogni due settimane, e l’addebito della separazione alla signora V.A. .
3. V.A.B.A.L. proponeva a sua volta appello incidentale e faceva istanza alla Corte territoriale affinché addebitasse la separazione al marito, affidasse i tre figli al Servizio Sociale con collocamento in luogo diverso dalla dimora di entrambi i genitori e ponesse a carico del marito un assegno di Euro 3.000,00 in suo favore.
4. La Corte d’appello di Firenze respingeva entrambe le domande di addebito, disponeva l’affidamento

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[1] Cass. ord. n. 22677/2016 dell’8.11.2016.

 


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