Il figlio adottivo può sapere chi è la vera madre?
Lo sai che?
10 Nov 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Il figlio adottivo può sapere chi è la vera madre?

Diritto all’oblio, la Cassazione: se la madre biologica è morta, il figlio dato in adozione non deve più aspettare 100 anni per sapere chi l’ha messo al mondo.

 

Cade il muro dell’omertà sull’identità della madre che dà il figlio in adozione. La Corte di Cassazione ha allargato le maglie di quella rete che una volta nascondeva il volto della donna più o meno costretta a far crescere il suo bambino con un’altra famiglia. Da oggi, grazie ad una sentenza della Suprema Corte, un figlio adottivo può sapere chi è la vera madre [1]. Il diritto all’oblio della mamma biologica, infatti, non potrà durare in eterno se la donna muore e, di conseguenza, non può più essere interpellata sulla sua volontà di restare nascosta finché il figlio non compirà 25 anni, come succedeva fino a ieri.

La Cassazione ha, dunque, garantito a chi è stato dato in adozione un diritto di cui raramente un figlio adottivo poteva usufruire. In poche parole, le cose, finora, funzionavano così: il diritto all’oblio della madre biologica era garantito fino al 25esimo anno di età del figlio. A quel punto l’ormai ragazzo poteva avviare le pratiche per sapere chi è la donna che l’ha messo al mondo. La madre poteva, però scegliere di mantenere il segreto. Forse per non affrontare faccia a faccia il figlio, forse per non fare altrettanto con i parenti, con i vicini, con il datore di lavoro. In quel caso, l’anonimato durava 100 anni dalla nascita del bambino. In pratica, l’adozione andava in prescrizione: lunga vita al figlio, ma per quanto lo snellimento della burocrazia fosse quello promesso dal Governo, raramente il longevo figlio riuscirebbe a sapere per tempo chi era la sua vera mamma.

E’ qui che ora interviene la Cassazione. Il figlio adottivo può sapere chi era la vera madre, anche se lei non aveva dato il consenso quando il ragazzo aveva 25 anni e anche se la mamma è morta, a patto che il figlio garantisca di fare buon uso delle informazioni ricevute sulla madre. In sostanza, che non metta in difficoltà la memoria della donna o dei parenti.

La Suprema Corte è stata chiamata in causa da una signora data in adozione che si era rivolta al Tribunale per conoscere l’identità della vera madre, nel frattempo deceduta. Il giudice prima e la Corte d’Appello di Torino dopo avevano, però, stabilito che il decesso non equivale alla revoca del diritto all’oblio in quanto questa soluzione può essere solo frutto di una scelta legislativa. La figlia non si è arresa, è andata fino in fondo. E la Cassazione è entrata nel merito, ribaltando la sentenza della Corte d’Appello e autorizzando quella che oggi è una donna adulta (ma non certo centenaria) ad «accedere alle informazioni relative all’identità della propria madre biologica».

Perché? Nelle motivazioni della sentenza, gli ermellini sostengono che «il diritto dell’adottato, nato da donna che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ad accedere alle informazioni concernenti la propria origine e l’identità della madre biologica sussiste e può essere concretamente esercitato anche se la stessa sia morta e non sia possibile procedere alla verifica della perdurante attualità della scelta di conservare il segreto, non rilevando nella fattispecie il mancato decorso del termine di cento anni dalla formazione del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica, salvo il trattamento lecito e non lesivo dei diritti di terzi dei dati personali conosciuti».


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 15 luglio – 9 novembre 2016, n. 22838
Presidente Di Palma – Relatore Acierno

Fatti di causa

1. Con decreto 2/3/2015 il Tribunale per i minorenni di Torino ha rigettato la domanda di B.M.T. , volta ad ottenere l’accesso alle informazioni relative alle generalità della propria madre naturale la quale aveva esercitato il diritto a rimanere nell’anonimato, alla nascita della ricorrente e, nel corso dell’istruttoria, era morta. Il Tribunale ha evidenziato come, in difetto di una disciplina legislativa, una revoca implicita della volontà di mantenere l’anonimato non possa essere desunta dal decesso.
Secondo il giudice di primo grado, la sentenza della Corte Costituzionale n. 278 del 2013 ha indicato che occorre procedere al contemperamento di due diritti, entrambi reputati di primario rilievo costituzionale, ovvero il diritto del figlio a conoscere le proprie origini e quello della madre a mantenere l’anonimato. Tale ultimo diritto non viene meno con la morte della madre stessa, considerato l’interesse a mantenere nei confronti dei familiari superstiti un’immagine di sé non caratterizzata dall’abbandono di un figlio alla nascita. Il Tribunale ha affermato che occorre garantire uno spazio per l’esercizio della potestà di revoca della scelta

Mostra tutto

[1] Cass. sent. 22838/2016.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti