Niente licenziamento se c’è impiego con posizione più bassa
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10 Nov 2016
 
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Niente licenziamento se c’è impiego con posizione più bassa

L’azienda non può licenziare il dipendente se non può impiegarlo nella stessa posizione maturata: anche una mansione più bassa conta. 

 

È illegittimo licenziare un dipendente se l’azienda, pur non potendolo reimpiegare nelle stesso grado ma in diverse mansioni, può invece tenerlo con un grado più basso, sempre che questi ovviamente voglia. In pratica, anche a costo di essere demansionato, il lavoratore ha diritto a conservare il posto. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

Se il dipendente contesta il licenziamento, il datore di lavoro deve dimostrare di non averlo potuto reimpiegare in altri compiti (è il cosiddetto obbligo di ripescaggio o, per usare un termine più tecnico, repechage). Ora, quest’obbligo non va inteso in senso formale, nel senso di un reimpiego con lo stesso “grado” e posizione maturata in passato, poiché anche a costo di una mansione più bassa di grado – con conseguente perdita dello stipendio – l’azienda deve cercare di mantenere il posto al proprio dipendente.

 

Secondo l’orientamento tradizionale, il licenziamento per riduzione del personale sarebbe legittimo solo se non sia possibile impiegare il lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte ma di pari grado ossia equivalenti. Questa interpretazione è stata via via abbandonata: ora si tende invece a privilegiare la conservazione del lavoro. Con la conseguenza che, anche a costo di assegnare l’interessato a una posizione più «bassa» e quindi con un trattamento inferiore anche dal punto di vista della busta paga, il datore deve cercare di tenerlo in azienda per quanto possibile. Anche se ciò significa comprimere e sacrificare la professionalità maturata dal lavoratore negli anni. Resta fermo il diritto del dipendente di non accettare il demansionamento e, in tal caso, l’azienda è allora libera di procedere al licenziamento.

 

Pertanto il licenziamento si giustifica solo se l’attività del lavoratore sia ineseguibile e non sia possibile assegnarlo a mansioni equivalenti o inferiori, sempre che – in tale ultimo caso – sussista un consenso del lavoratore. In altre parole, il datore, prima di intimare il licenziamento, deve cercare soluzioni alternative e, se esse comportino l’assegnazione a mansioni inferiori, dovrà comunicare al dipendente il possibile demansionamento: solo se la soluzione alternativa non viene accettata, il datore è libero di licenziarlo.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 21 luglio – 9 novembre 2016, n. 22798

Presidente Nobile – Relatore Amendola

Svolgimento del processo

1.- Con sentenza del 19 settembre 2013 la Corte di Appello di Firenze, in riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato illegittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato a M.S. in data (omissis) dalla Varvarito Lavori Srl, condannando quest’ultima alla reintegrazione del dipendente, oltre alle pronunce patrimoniali consequenziali limitate, quanto al risarcimento del danno, nella somma pari ad otto mensilità della retribuzione globale di fatto per un importo mensile di Euro 2.525,96, oltre accessori e spese.

La Corte territoriale, pur condividendo la valutazione fatta dal primo giudice in ordine al venir meno della necessità di personale addetto alla conduzione di macchine escavatrici, ha tuttavia rilevato che i libri matricola denotavano nuove assunzioni di manovali e che il M. aveva espressamente segnalato nell’atto introduttivo la circostanza delle nuove assunzioni e la mancata offerta di compiti equivalenti o anche di livello inferiore; ne ha tratto il convincimento che fosse mancata “ogni prova dell’impossibilità di repechage” con conseguente illegittimità del licenziamento.

2.- Per la cassazione di tale sentenza ha

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[1] Cass. sent. n. 22798/16 del 9.11.2016.

 


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