Ipotesi aggravate nella depenalizzazione del D.lgs 8/2016
Professionisti
11 Nov 2016
 
L'autore
Edizioni Simone
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Ipotesi aggravate nella depenalizzazione del D.lgs 8/2016

Il decreto legislativo n. 8/20163 ha trasformato numerosi reati in illeciti amministrativi, ma la depenalizzazione fa salve le ipotesi aggravate.

 

Affrontando il problema dei reati puniti nella fattispecie- base con la sola pena pecuniaria, la cui ipotesi aggravata è però sanzionata con pena detentiva — sola, alternativa o congiunta a quella pecuniaria —il D.Lgs. 8/2016, con l’intento di attribuire il massimo ambito applicativo alla clausola generale e in assenza di limitazioni previste in tal senso dalla legge delega, ha scelto (art. 1) di mantenere la depenalizzazione per le fattispecie-base, precisando però che le ipotesi aggravate sono fattispecie autonome, per il venir meno della natura penale di quella base.

 

La trasformazione in fattispecie autonome risponde alla necessità di eliminare ogni incertezza sulla sorte delle fattispecie aggravate.

Nonostante l’assenza di un’indicazione specifica nel testo della L. 67/2014, la scelta adottata dal decreto non eccede i limiti della delega, poiché al potere delegato deve essere consentito valutare le particolari situazioni giuridiche da regolamentare nella fisiologica attività di “riempimento” che lega i due livelli normativi.

Al riguardo può essere utile richiamare l’insegnamento della Corte costituzionale, secondo la quale la delega legislativa non elimina ogni discrezionalità del legislatore delegato.

 

Per quanto ampie siano le facoltà delegate al Governo, con la legge delegata non possono essere dettate norme in contrasto con quelle contenute nella legge di delegazione; né si potrebbero mai qualificare norme di attuazione quelle che contrastino con le norme della legge alla quale dovrebbe essere data attuazione.

Inoltre, quanto più vaghi, elastici e indefiniti sono i principi e i criteri direttivi fissati nella legge-delega, tanto più accentuata sarà la discrezionalità del governo nell’elaborazione della legislazione delegata.

Questo rapporto di proporzionalità diretta tra ampiezza della delega (e, in particolare, dei suoi principi e criteri direttivi) e libertà del legislatore delegato affiora spesso nella riflessione condotta dal giudice delle leggi, il quale afferma che “quanto più i principi e i criteri direttivi impartiti dal legislatore delegante sono analitici e dettagliati, tanto più ridotti risultano i margini di discrezionalità lasciati al legislatore delegato (Corte cost. 250 e 259 del 1991, nn. 355 e 237 del 1993, 126 e 163 del 2000).

 

La necessità che la legge di delega non contenga enunciazioni troppo generiche o troppo generali, riferibili indistintamente ad ambiti vastissimi della normazione oppure enunciazioni di finalità, inidonee o insufficienti a indirizzare l’attività normativa del legislatore delegato è una condizione che, tra l’altro, salva la legge stessa dal rischio di una dichiarazione di illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 76 Cost.

D’altra parte, tra norma delegata e norma delegante si instaura un “naturale rapporto di “riempimento” (Corte cost. 111/1997, 198/1998, 308/2002, 426/2006), che fa sì che il silenzio della legge di delegazione non impedisca al governo di emanare norme che rappresentino un coerente sviluppo e completamento della scelta espressa dal legislatore delegante e delle ragioni ad essa sottese.

 

Questa estensione del margine di discrezionalità dell’Esecutivo viene in qualche modo bilanciata dal richiamo alla necessità di agire sempre nel rispetto della ratio della delega.

Per valutare di volta in volta se il legislatore delegato abbia ecceduto tali margini di discrezionalità, occorre individuare la ratio della delega, cioè le ragioni e le finalità che, tenendo anche conto del complesso dei criteri direttivi impartiti, hanno ispirato il legislatore delegante, e verificare se la norma delegata sia ad esse rispondente (Corte cost. 41/1993).

 

La discrezionalità del legislatore delegato Una volta risolta la questione della natura autonomanuove fattispecie, il passaggio da elemento circostanziale a elemento costitutivo del reato è suscettibile di incidere:

 

— sul regime di imputazione, passando da quello stabilito dall’art. 59, co. 1 e 2, c.p. (tendenziale necessità almeno della colpa, se si tratta di aggravanti;  tendenziale sufficienza della loro oggettiva presenza, se si tratta di attenuanti) a quello risultante dall’art. 42, co. 2, c.p. (per i quali è di regola necessario il dolo, salva espressa previsione della colpa);

 

— sul luogo e sul tempo del reato e, dunque, sull’individuazione del momento consumativo e del dies a quo nella prescrizione ai sensi dell’art. 158 c.p.;

 

— sul regime di contestazione all’imputato, diverso da quello previsto per gli elementi costitutivi (artt. 417, lett. b) e 516-518 c.p.p.);

 

— sulla disciplina del concorso di persone nel reato (mentre l’art. 118 c.p. si occupa delle sole circostanze, i precedenti artt. 116 e 117 riguardano i soli elementi costitutivi del reato). Scarse ripercussioni sono da attendersi — considerato il generale modesto livello edittale delle nuove ipotesi autonome — sul piano della determinazione della competenza processuale, basata sulla misura della pena ai sensi dell’art. 4 c.p.p., dell’applicazione delle misure cautelari ai sensi dell’art. 278 c.p.p., dell’arresto in flagranza e del fermo di indiziato di delitto ai sensi dell’art. 379 c.p.p.

depenalizzazione-e-illeciti-civili


 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti