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Lo sai che? Pubblicato il 13 novembre 2016

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Lo sai che? Cartella di pagamento a chi accetta eredità con beneficio inventario

> Lo sai che? Pubblicato il 13 novembre 2016

L’Agenzia delle Entrate o Equitalia possono inviare un avviso di pagamento o una cartella a chi ha accettato l’eredità con beneficio di inventario.

Accettare l’eredità con beneficio di inventario ti mette al riparo dalle richieste di pagamento del fisco per debiti lasciati dal parente defunto? Per niente: chi accetta l’eredità con beneficio di inventario può vedersi consegnare a casa le cartelle di pagamento o avvisi di accertamento esecutivi. La differenza, però, è che, in questo caso, l’erede risponde del debito tributario solo entro i limiti di quanto ha ricevuto dal parente deceduto e non con tutto il suo patrimonio come invece chi accetta l’eredità in modo puro e semplice. In altre parole, l’Agenzia delle Entrate o l’Agente per la riscossione non possono pretendere somme superiori a quante ne sono derivate dall’eredità. E se non si paga vale lo stesso discorso: il pignoramento non può superare quanto ricevuto in eredità. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

È pertanto legittima la cartella di pagamento che l’Agente per la riscossione notifica all’erede che ha accettato con beneficio di inventario. Tuttavia, il contribuente risponde del debito tributario nei limiti di quanto ricevuto.

L’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario ti mette al sicuro quando il defunto aveva molti debiti o ne è incerto l’ammontare. La sentenza in commento ricorda come colui che accetta l’eredità con beneficio d’inventario è, a tutti gli effetti di legge, un normale erede [2], come stabilito del resto dal codice civile, ma con l’unica rilevante differenza, rispetto all’accettazione pura e semplice, che il patrimonio del defunto è tenuto distinto da quello dell’erede. Dunque l’erede – che conserva verso l’eredità tutti i diritti e gli obblighi che aveva verso il defunto – non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari oltre il valore dei beni a lui pervenuti con l’eredità stessa. Come un’ulteriore tutela: l’erede risponde dei debiti ereditari pagandoli con denaro dell’eredità, non con denaro proprio, fino alla concorrenza dei beni pervenutigli per successione. Pertanto solo questi ultimi beni, pervenutigli con la successione, potranno essergli pignorati in caso di mancato pagamento del debito e non, invece, i propri.

Ad esempio, l’erede con beneficio d’inventario che riceve un conto corrente di 10 mila euro a fronte di un debito tributario di 200 mila euro lasciato dal parente defunto, sarà tenuto a pagare non oltre 10 mila euro e solo tale somma potrà essere pignorata se non paga spontaneamente. Se, invece, l’erede con beneficio d’inventario riceve una casa del valore di 100 mila euro, il fisco potrà chiedergli solo tale importo e, in caso di inadempimento, potrà aggredire esclusivamente l’immobile ereditato e non gli altri che l’erede aveva in precedenza, prima della successione.

L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, quindi, non determina, di per sé sola, il venir meno della responsabilità patrimoniale dell’erede per debiti, anche tributari, ma fa solo sorgere il diritto di questo a non rispondere al di là dei beni lasciati dal defunto.

note

[1] Cass. sent. n. 23019/16 dell’11.11.2016.

[2] Art. 490 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, sentenza 16 settembre – 11 novembre 2016, n. 23019 Presidente Vivaldi – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

S.R., erede di S.L., ha impugnato la cartella di pagamento con la quale l'Agenzia delle entrate aveva chiesto il pagamento di quanto dovuto da S.L. per essere divenuti definitivi gli avvisi di accertamento Irpef per gli anni dal 1983 al 1985. Il ricorrente ha sostenuto l'illegittimità della cartella, in quanto l'Ufficio non aveva considerato che egli aveva accettato l'eredità con beneficio di inventario e, quindi, non poteva essere considerato obbligato verso l'erario per tutte le somme pretese in forza di obbligazioni alle quali egli era del tutto estraneo. La CTP ha accolto il ricorso e la CTR di Bologna, con sentenza 26 maggio 2009, ha rigettato il gravame dell'Agenzia, rilevando che la cartella impugnata faceva ritenere erroneamente che S.R. fosse l'unico soggetto tenuto all'obbligazione per intero. Avverso questa sentenza ricorre per cassazione l'Agenzia delle entrate sulla base di un motivo; il contribuente non ha svolto difese.

Ragioni della decisione

L'Agenzia denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2 e art. 35, comma 3, e art. 277 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4, avendo la sentenza impugnata annullato integralmente la cartella di pagamento con l'effetto di far venir meno qualsiasi obbligazione del contribuente, mentre avrebbe dovuto limitarsi a precisarne l'effettiva portata, rideterminandola, a norma dell'art. 490 c.c.. Il ricorso è fondato. La sentenza impugnata, annullando in via definitiva la cartella, cioè il titolo della pretesa creditoria dell'Agenzia delle entrate, ha fatto venire meno qualsiasi obbligazione di S.R. verso l'erario, con la conseguenza che egli potrebbe ricevere in eredità l'attivo risultante dall'inventario integralmente depurato del debito erariale. Questa conclusione non è coerente con la giurisprudenza di legittimità la quale ha ribadito il principio secondo cui colui che accetta l'eredità con beneficio d'inventario è erede, come stabilito dall'art. 490 c.p.c., comma 1, con l'unica rilevante differenza, rispetto all'accettazione pura e semplice, che il patrimonio del defunto è tenuto distinto da quello dell'erede e che si producono gli effetti conseguenti indicati dall'art. 490 c.c., comma 2. L'accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario, quindi, non determina, di per sè sola, il venir meno della responsabilità patrimoniale dell'erede per debiti, anche tributari, ma fa solo sorgere il diritto di questo a non rispondere ultra vires hereditatis, cioè al di là dei beni lasciati dal de cuius (Cass. n. 6488/2007). L'erede nei cui confronti il creditore faccia valere la propria pretesa creditoria illimitata - come nel caso di specie, con la notifica della cartella per l'intero importo del debito tributario - ha interesse a far valere la limitazione della propria esposizione debitoria mediante un accertamento giudiziale in mancanza del quale il titolo non sarebbe più contestabile in sede esecutiva (v. Cass. n. 4633/1992, n. 2442/1987); a tale interesse corrisponde quello del creditore di fare accertare la sussistenza del debito tributario del de cuius che diventerà esigibile nei confronti dell'erede quando sarà chiusa la procedura di liquidazione dei debiti ereditari e sempre che sussista un residuo attivo in favore dell'erede (Cass. n. 14847/2015, 4419/2008). Alla tutela di entrambi gli interessi provvede la giurisdizione tributaria, la quale ha ad oggetto sia l'an che il quantum della pretesa tributaria, cioè l'esistenza e la consistenza dell'obbligazione tributaria, sicchè spetta al giudice tributario l'individuazione del soggetto tenuto al versamento dell'imposta e dei limiti nei quali esso, per la sua qualità, sia obbligato nei limiti di valore dei beni a lui pervenuti (Cass., sez. un., n. 7805/2006 e 7792/2005). In conclusione, il ricorso è accolto e la sentenza impugnata è cassata con rinvio alla CTR Bologna, in diversa composizione, che dovrà attenersi ai principi sopra indicati e provvederà sulle spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla CTR Bologna, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

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