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Lo sai che? Pubblicato il 9 dicembre 2016

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Lo sai che? Stipendio pagato con buoni pasto o su carta fedeltà: è lecito?

> Lo sai che? Pubblicato il 9 dicembre 2016

Super-precari: sono i lavoratori che non percepiscono il normale stipendio ma vengono pagati con i buoni pasto. Una pratica tanto diffusa quanto illegale.

Venite pagati con i voucher e pensate di essere i lavoratori più bistrattati del sistema italiano? Beh, leggendo questo articolo vi ricrederete: al peggio non c’è mai fine. È di qualche mese fa una indagine condotta da un giornale toscano che ha portato alla luce una nuova inquietante forma di sfruttamento dei lavoratori, una frontiera tutta nuova del precariato: si parla, infatti, di super-precari. Chi sono? Quei lavoratori che, udite udite!, vengono pagati con i buoni pasto o con le carte fedeltà. Proprio così: questi scontrini non sono più uno strumento per rimborsare al dipendente le spese per il pranzo e, quindi, un benefit. Né, se così si può dire, una forma di compensazione della scarsa retribuzione. Sono… lo stipendio: il lavoratore percepisce quelli e nulla più.

È possibile? Ma, soprattutto, è legale? La risposta sembra ovvia ma, come si vedrà, non lo è affatto.

Buoni pasto: cosa sono?

I buoni pasto o ticket restaurant sono dei mezzi di pagamento – in formato cartaceo o elettronico – che il datore di lavoro fornisce ai propri dipendenti, sia full-time che part-time, quando presso l’azienda non è presente il servizio di mensa (né interno né esterno) oppure non è previsto per una categoria di lavoratori. Si possono usare, quindi, presso bar, ristoranti e supermercati convenzionati. Chiaramente, se si usano i buoni non si può usufruire anche della somministrazione del vitto.

Tali buoni, come si comprende, sono un diritto del lavoratore che segue, per contratto, un orario di lavoro che copre la fascia oraria di un pasto (indipendentemente se pranzo o cena) o che lavora ad una distanza tale da casa che non gli permette di consumare il pasto presso la sua abitazione.

Buoni pasto: perché sostituiscono lo stipendio?

È intuibile che i buoni pasto nascono con questa precisa funzione. E, allora, come mai finiscono, sempre più spesso, per diventare fonte e strumento di retribuzione?

Vittime di questo sistema sono, nella maggior parte dei casi, giovani e over50  disoccupati da lungo periodo che, avendo già esaurito il ricorso agli ammortizzatori sociali, si adeguano all’imposizione dell’azienda pur di lavorare. I settori in cui questo metodo di pagamento sembra essere più diffuso sono quello del commercio e dei pubblici esercizi: la stagionalità delle prestazioni facilita, infatti, il ricorso ad essi.

Come sottolineato dai sindacati, quello dei buoni pasto è un sistema destinato a prendere sempre più piede: ai datori di lavoro conviene perché spendono addirittura meno rispetto ai voucher. Basta fare due conti per rendersi conto che il taglio minimo dei buoni pasto cartacei è di 5,29 euro, mentre il voucher vale 10 euro l’ora e garantisce un salario netto di 7,50 euro al lavoratore. Ma non è solo questo: con i buoni pasto, i datori pagano solo a nero e possono scaricare dalle tasse quello che spendono per comprarli.

Inoltre, permettono di detrarre completamente l’Iva (che – lo ricordiamo –  è al 4% se chi acquista il buono è un’azienda, al 10% se a farlo è un libero professionista) e sono completamente esenti da oneri fiscali anche per il dipendente: in altre parole, non costituiscono reddito a fini Irpef, a meno che l’importo giornaliero non superi la cifra di 5,29 euro. Sempre da un punto di vista fiscale, i buoni sono deducibili interamente dal reddito di impresa. E – ciliegina sulla torta per le aziende – non è previsto per i buoni pasto alcun onere contributivo e previdenziale, fino all’importo di 5,29 euro.

Si comprende che i datori di lavoro non ci rinunceranno così facilmente.

Buoni pasto: è legale sostituirli allo stipendio?

Ma il punto della questione è un altro: pagare lo stipendio con i buoni pasto non è legale. E non lo è per i motivi di cui abbiamo detto e che ribadiamo: i buoni pasto sono un mezzo sostitutivo del servizio mensa, un rimborso spese corrisposto dalle imprese in aggiunta – e non in sostituzione – dello stipendio.

Tale modalità di pagamento, oltre a causare una riduzione della già esigua retribuzione prevista per un certo tipo di lavori, provoca altri due seri problemi al lavoratore sfruttato: egli non ha diritto né alla copertura assicurativa Inail in caso di infortunio sul lavoro, né si vede versare i contributi Inps spettanti. In altre parole, i lavoratori a buono pasto non solo prendono circa la metà di quanto spetterebbe loro se venissero pagati in altre forme, ma ci rimettono anche dal punto di vista previdenziale e assistenziale.

A ciò si aggiungono altre conseguenze negative, dovute alla natura stessa del buono che non è spendibile come i normali contanti, ma prevede una serie di limitazioni. Non tutti i negozi li accettano o li accettano solo per acquistare prodotti relativi a predeterminate categorie merceologiche. Altri ne accettano solo un esiguo numero o pretendono che una parte del conto totale possa essere pagato in buoni pasto, il resto in contanti. In pratica, il super-precario non solo è sottopagato ma non può decidere nemmeno come spendere la propria retribuzione. Peggio di così? Solo il lavoro nero.

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