Quale condanna non fa andare in carcere?
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16 Nov 2016
 
L'autore
Antonio Ciotola
 


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Quale condanna non fa andare in carcere?

Brevi considerazioni sull’esecuzione della pena e sulla custodia cautelare in carcere. La certezza della pena.

 

La condanna alla pena della reclusione è la sanzione tipicamente prevista per le violazioni della legge penale. Possiamo perciò scrivere che, con il limiti e le specificazioni che da qui ad un attimo si faranno, andrà in carcere quella persona che sarà condannata per aver commesso dei fatti che la legge considera reati.

Da un punto di vista più pratico, però, la questione non è così  semplice perché, per l’operare di diverse norme ed istituti, non è affatto scontato che il condannato ad una pena detentiva finisca poi, effettivamente, per andare in carcere. Nè, d’altra parte, è possibile prevedere esattamente in quale misura la condanna sarà espiata in regime carcerario oppure in una delle misure cosiddette alternative alla detenzione.  Ma procediamo con ordine.

 

 

Tutte le condanne penali comportano il carcere?

La risposta a questa domanda è, senza dubbio: No. Non tutte le condanne hanno come conseguenza necessaria la concreta espiazione della stessa all’interno del carcere. Da questo punto di vista dobbiamo, innanzitutto, distinguere tra «esecuzione della pena» e «custodia cautelare».  Prima che la sentenza di condanna divenga definitiva (con una certa approssimazione possiamo dire che sono definitive quelle condanne rispetto alle quali si sono svolti i cosiddetti tre gradi di giudizio) ogni provvedimento di privazione della libertà personale è di tipo cautelare [1].

 

Orbene, siccome nel nostro sistema è costituzionalmente prevista [2]  la presunzione di non colpevolezza dell’imputato sino, appunto, alla sentenza definitiva, i provvedimenti cautelari dovrebbero costituire misura estrema da adottare solo quando appaiono assolutamente necessari. Tra le varie misure cautelari personali [3] quella della custodia cautelare in carcere costituisce, com’è ovvio, la più grave alla quale andrebbe fatto ricorso solo quando tutte le altre non siano adeguate al caso specifico.

 

 

La pena sospesa

Un primo limite alla effettiva esecuzione in carcere della condanna è costituito dall’istituto della sospensione condizionale della pena [4]. Quando, tenuto conto di tutte le circostanze del fatto (se, ad esempio, il reato è stato commesso usando o meno violenza) e della personalità dell’imputato (se, ad esempio,  ha confessato e ammesso il reato o invece ha professato la sua innocenza anche a dispetto di evidenze in senso contrario) il giudice ritiene che lo stesso (l’imputato) non commetterà in futuro altri reati, può ordinare che la condanna alla pena della reclusione sino ad un massimo di due anni resti condizionalmente sospesa, con il rischio che, se entro i cinque anni successivi l’imputato commetta altri reati, si revochi la sospensione.

 

È appena il caso di sottolineare che la revoca della pena sospesa precedentemente concessa non avviene in modo automatico, nel senso che, non è sufficiente che il condannato subisca altra condanna, ma è comunque necessario il compimento di una procedura giudiziaria in seguito alla quale il giudice potrà ordinarne la revoca.

 

 

La pena definitiva

Anche quando la condanna diviene definitiva è previsto [5], eccezione fatta per le condanne per taluni tipi di reati cosiddetti ostativi, un procedimento volto ad evitare la reclusione delle persone condannate a pene sino a quattro anni (limite che può arrivare sino a sei anni per le persone affette da dipendenza da sostanze stupefacenti) sostituendo la pena della reclusione con una delle misure alternative alla detenzione previste dalla legge [6].

 

Le misure alternative alla detenzione sono diverse e variegate, sia per quanto riguarda i presupposti applicativi, sia per quanto riguarda lo stesso procedimento di applicazione. Schematicamente, solo per restare alle più comuni,  si possono ricordare:

  1. l’affidamento in prova al servizio sociale;
  2. la semilibertà;
  3. la detenzione domiciliare.

 

Lo scopo e la funzione comune di tutte le misure alternative è, esemplificando il più possibile, quello di evitare il carcere (o favorirne l’uscita) a persone condannate per reati considerati dall’ordinamento non particolarmente gravi e premiare, con un trattamento personalizzato, quel condannato che, anche nel corso della esecuzione della pena, ha dato prove di buona condotta evidenziando una revisione critica del proprio trascorso criminale.

 

 

I reati ostativi

Sono detti ostativi, semplificando, quei reati che, per previsione di legge, impediscono al condannato di usufruire delle misure alternative alla detenzione e dei benefici penitenziari, comportando l’espiazione della condanna all’interno del carcere.

Per fare degli esempi, con la massima semplificazione possibile, possiamo dire che sono da considerare ostative non solo, com’è ovvio, le condanne per i reati di terrorismo, anche internazionale, o quella per associazione di tipo mafioso (per i quali il sistema è ancora più rigido) ma anche reati, per così dire, di criminalità comune ritenuti dal legislatore non meritevoli di misure alternative come, ad esempio, il furto in abitazione, lo stalking ai danni di minori o persone con disabilità, associazione dedita al traffico di stupefacenti, ed altri reati specificamente individuati dalla legge.

 

 

La certezza della pena

La certezza della pena costituisce il logico corollario di quanto appena detto. Per certezza della pena si suole intendere, in buona sostanza, il fatto che il colpevole (e la vittima) debba sapere che se condannato, ad esempio a 10 anni di reclusione, quello sarà il periodo che effettivamente trascorrerà in carcere.

Nella realtà prevedere in anticipo quanto durerà effettivamente il periodo di detenzione rispetto alla condanna (eccezione per i reati ostativi) è pressoché impossibile perché la pena, oltre ad avere una funzione punitiva deve tendere, per espressa previsione costituzionale, a rieducare il condannato.

 

L’esecuzione della pena, infatti, non va intesa come elemento statico ma come fase dinamica la cui durata e tipologia è sensibilmente condizionata dal comportamento in carcere del condannato che, se fornisce prove di costante buona condotta, ha diritto a riduzioni di pena (cosiddetta liberazione anticipata) ed alle misure alternative alla detenzione.

 

 


 

[1] Artt. 274 e ss. cod.proc.pen.

[2] Art. 27 Cost.

[3] Artt. 281 e ss. cod.proc.pen.

[4] Artt. 164 e ss. cod.pen.

[5] Art. 665 cod.proc.pen.

[6] Art. 656 cod.proc.pen.

[7] Legge 26 luglio 1975 n. 354, e succ. mod. ed int., “Norme sull’ordinamento penitenziario”.

 


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