Limiti a prelievi sul conto e scontrini: novità del decreto fiscale
Editoriali
15 Nov 2016
 
L'autore
Mauro Finiguerra
 


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Limiti a prelievi sul conto e scontrini: novità del decreto fiscale

Il decreto fiscale, la lotteria degli scontrini, il nuovo limite di importo al prelievo di denaro dal conto corrente e lo spesometro trimestrale.

 

Sono notizie recenti che preoccupano quelle contenute nell’ultima versione del decreto fiscale.

Nel decreto fiscale e nella legge di stabilità di fine anno potrebbero essere inserite norme relative alla cosiddetta lotteria degli scontrini ed all’introduzione di un limite al prelievo in contanti dal conto bancario.

 

Queste nuove regole giungono dopo una serie di altre norme anti-evasione ed anti-elusione che si sono succedute rapidamente negli ultimi anni, come: le nuove regole di compilazione del Quadro RW, la nuova disciplina fiscale internazionale, l’introduzione della comunicazione elettronica dei dati, una normativa sempre più stringente sulla riscossione e sulle procedure esecutive, le modifiche al regime sanzionatorio ed al processo tributario, l’obbligo dello spesometro trimestrale invece che annuale.

 

Tutte queste regole, nuove o modificate, introducono obblighi fiscali, giuridici e burocratici che non semplificano certo la vita e la gestione delle imprese italiane.

 

Una riflessione allora è d’obbligo.

Nel 2015 le entrate tributarie in Italia sono state di circa 440 miliardi di euro, in rapporto ad un PIL di circa 1.550 miliardi.

In sostanza nel nostro Paese le imposte, dirette ed indirette, pagate dai cittadini ammontano a più del 28% del PIL. Se aggiungiamo i prelievi contributivi previdenziali arriviamo a circa 780 miliardi di euro, cioè al 50,2% del PIL. Vuol dire che lo Stato, con le imposte ed il costo del sistema sanitario e previdenziale, drena dal circuito economico e finanziario nazionale il 50,2% della ricchezza lorda che viene prodotta dagli operatori e dai lavoratori in un anno.

Più della metà della ricchezza prodotta internamente viene devoluta in tasse e contributi.

 

D’altra parte le stime per il 2015, parlavano di una evasione fiscale di importo variabile fra i 122 ed i 200 miliardi di euro circa.

 

Come si può vedere i dati sembrano davvero approssimativi e distanti fra loro, dunque non è dato con certezza di sapere quanto in effetti sia il peso dell’evasione fiscale commessa dai contribuenti italiani.

 

Tuttavia gli osservatori sono concordi almeno su un fatto: l’evasione totale può essere attribuita per un terzo al lavoro dipendente in nero (doppio/triplo lavoro), per la metà circa a minori redditi dichiarati dagli imprenditori e per il restante 12% circa ad altre tipologie di evasione.

Questo significa che, nel 2015, l’evasione fiscale presunta, commessa dagli imprenditori, era stimata fra i 61 ed i 100 miliardi di euro.

 

Ora se consideriamo che in Italia vi sono più di 6.000.000 di imprese fra Pmi e grandi aziende, di cui 5.400.000 sono micro-imprese, ciò significa che il livello di evasione sembrerebbe patologico e strisciante in capo ai soggetti che operano in compliance, e che, a parte i relativamente pochi casi degli evasori totali, essa si attesta su un livello che viene definito «evasione da sopravvivenza», cioè quell’importo che verrebbe sottratto al fisco per pagare i conti, per vivere e per pagare le imposte.

 

Tuttavia per combattere l’evasione fiscale lo Stato ha già a disposizione tutta una serie di dati ed elementi che sono indicatori della capacità contributiva, quali le 128 banche-dati (Serpico, Verdi, Cover, le più conosciute), ma anche: i dati delle bollette energetiche e delle altre utenze, dei bolli delle auto, delle assicurazioni, dei saldi dei conti correnti bancari, degli interessi su mutui, degli affitti, dello spesometro, del Pra e degli altri pubblici registri, della conservatoria immobiliare, del catasto, dei viaggi per turismo, delle spese sanitarie, dei lavori di ristrutturazione, delle spese per il risparmio energetico, dei versamenti dei contributi socio-previdenziali, delle palestre, scuole di danza, circoli vari, del rientro dei capitali dall’estero, ecc.

 

A parte l’enorme impatto sulla tutela della privacy, evidentemente tali dati non bastano se oggi occorrono ulteriori norme che frenano la crescita economica e manovre pseudo-disperate come le lotterie sugli scontrini fiscali.

 

Ma tutte queste operazioni di contrasto all’evasione hanno un costo, sia in termini diretti, cioè l’onere degli organi di vigilanza e della struttura del contenzioso tributario, che in termini indiretti, cioè l’impatto sul sistema economico delle misure adottate che riducono i consumi e bloccano la crescita del Pil.

 

Forse varrebbe la pena di fare un calcolo a livello macro-economico per vedere se le misure di contrasto all’evasione, soprattutto quando superano una certa soglia di sopportabilità sociale, invece che portare benefici a tutti i cittadini, non nuociano invece al sistema economico provocando un danno più rilevante del vantaggio dato dal potenziale recupero delle imposte evase.

 

La pressione fiscale/previdenziale/burocratica complessiva ha raggiunto circa il 68% dell’imponibile, percentuale che diventa a tre cifre se si tratta di contribuente nei primi anni di attività o in crescita, infatti il saldo e l’acconto al 100% costringono a reperire risorse finanziarie esterne alle aziende perché il carico è addirittura superiore al reddito imponibile. Infatti alla fine basterebbe solo osservare il carico fiscale annuale da giugno a novembre per capire che un contribuente spende (in tasse) più di quello che ha dichiarato, altro che banche dati astruse e costose!

 

Ma la funzione erariale oggi sembrerebbe essere ispirata in gran parte da criteri di mantenimento della complessità burocratica per giustificare l’enorme e costosissimo apparato statale che la deve auto-sostenere e dalla vessazione del contribuente sulla base di criteri formali esasperati che ostacolano l’attività imprenditoriale e che non sembrerebbero né necessari né opportuni, soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo.

Allora sembrerebbe prevalere l’applicazione del principio del «divide et impera», mettendo in conflitto di interessi i cittadini, gli uni contro gli altri: professionisti contro clienti, artigiani e commercianti contro i lavoratori dipendenti, uomini degli apparati statali contro i cittadini.

 

Il timore è che se il sistema Paese non farà un gigantesco passo in avanti sulla via della semplificazione e della buona amministrazione, non soltanto non verranno più investitori stranieri in Italia, ma si perderà una considerevole fetta dei produttori italiani di ricchezza, che chiuderanno per l’impossibilità di sostenere tutti i gravami fiscali e previdenziali vigenti o che delocalizzeranno per cercare di trovare fortuna altrove.


 


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Commenti
16 Nov 2016 Pasqualino Favilla

Vorrei dire semplicemente che ca……gliene deve fregare al fisco come spendo i miei soldi!!!!!! Dei miei soldi ne faccio quello che VOGLIO!!!!!!!! Già siamo il paese dove ci sono più tasse rispetto al resto del mondo, adesso che ca…..vogliono ancora!!!!!!! Il controllo totale della vita di ognuno di noi!!!!!!!!!! andassero a fare due pi…….Fanno bene gli Italiani ad andarsene dall’ Italia.

 
17 Nov 2016 Moneta Gilberto

Io invece penso che si debba restare in Italia, e cambiare tutto quel disgraziato di “sistema” nostro che fa pensare a molti di noi di andarsene. Scacciare l’oppressione delle tasse e balzelli d’ogni tipo e colore, assieme all’elefantiasi della burocrazia. Altro -“cratere” i beni e soldi dei cittadini….buttati.

 
19 Nov 2016 antonella vecellio

ci stanno strozzando piano piano, ci tolgono tutto!!
ci faranno pagare anche l’aria che respiriamo.
grazie allo stato ho chiuso anche io!