Se il datore non mi paga lo stipendio posso offenderlo?
Lo sai che?
15 Nov 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Se il datore non mi paga lo stipendio posso offenderlo?

Tartassare di messaggi con minacce l’ex datore di lavoro che non ha pagato lo stipendio è uno sfogo legittimo che non configura alcun reato.

 

Se il datore di lavoro non paga lo stipendio al dipendente, lo sfogo di quest’ultimo che si concretizzi in un tartassante invio di messaggi sul cellulare, contenenti ingiurie e minacce, può ben essere ben perdonato perché si considera come il frutto di reazione a una provocazione. È quanto chiarito dalla Cassazione poche ore fa [1].

 

La sentenza è certamente interessante e spezza una lancia a favore del dipendente che, rimasto senza stipendio e avendo (giustamente, n.d.r.) poca fiducia sui tempi della giustizia, preferisce far ricorso alla tecnologia: e allora inizia a inviare una serie di sms e messaggi in chat all’ex capo per cercare di spingerlo a pagare. Facile cadere nella tentazione di usare toni forti, sprezzanti, offensivi e ingiuriosi, finanche minacciosi. Ma di fronte alla fame e alla famiglia è ammesso perdere le staffe. E così, secondo la Cassazione, l’eccesso del lavoratore è un comportamento che, tutto sommato, può essere perdonato.

 

Ma quanto tempo ci vuole per fare causa al datore di lavoro e ottenere il pagamento dello stipendio? Se il dipendente ha una busta paga o qualsiasi altra una prova scritta del proprio credito può ricorrere con un decreto ingiuntivo e, almeno in teoria, i tempi dovrebbero accorciarsi: in media sei mesi (la velocità dipende anche dal Tribunale e dal carico di lavoro del magistrato). Con la notifica, però, l’azienda potrebbe fare opposizione e lì iniziare un giudizio vero e proprio, con i suoi tempi biblici.

Se manca invece la prova scritta, la causa ordinaria è l’unica via: si pensi agli straordinari o alle differenze retributive, per la cui esistenza bisogna spesso ricorrere alle prove testimoniali. Qui risulterà fondamentale dimostrare il proprio credito.

 

In alternativa c’è sempre la possibilità di affidarsi alla Direzione Territoriale del lavoro e chiedere la cosiddetta conciliazione monocratica: si tratta dell’intervento di un ispettore che provvederà a contestare all’azienda il mancato versamento dei contributi e degli stipendi, sempre che questi non preferisca prima pagare. Un metodo veloce, gratuito e per il quale non c’è bisogno dell’avvocato.

 

Leggi l’approfondimento: Pagamento in ritardo dello stipendio e Mancato accredito dello stipendio.

 

La sintesi della sentenza di oggi contiene un’aperta giustificazione per il comportamento reattivo del dipendente, visto come parte debole del rapporto contrattuale con l’azienda, specie se quest’ultima non adempie a un bene essenziale alla vita come lo stipendio. Per quanto la condotta tenuta dal lavoratore sia poco elegante, essa non è punibile.

 

Non fa niente se il contenuto degli sms ricevuti sul proprio cellulare è stato valutato dal datore di lavoro come «minaccioso». Secondo i magistrati è impossibile parlare di reali «minacce» ai danni dell’imprenditore, da un lato; peraltro la condotta tenuta dall’ex dipendente è «frutto di uno sfogo incontrollato, derivante da una situazione esacerbata» e quindi va valutata come «reazione a una provocazione».


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 8 giugno – 14 novembre 2016, n. 23146
Presidente Venuti – Relatore De Gregorio

Svolgimento del processo

T.F. appellava la pronuncia in data 28 giugno 2007, con la quale il giudice del lavoro di Roma, in parziale accoglimento delle domande dell’attore, aveva condannato la convenuta PREVIRA INVEST SIM S.p.a. al pagamento in suo favore del complessivo importo di 189.979,56 Euro, a titolo di indennità supplementare da licenziamento illegittimo, e di 12.088,18 Euro, a titolo di rimborso di somme indebitamente trattenute, rigettando altresì le ulteriori richieste, ivi compresa la riconvenzionale spiegata da parte resistente.
L’appello di T.F. , quindi, riguardava soltanto le altre sue domande non accolte, laddove in via incidentale la società anch’essa impugnava, a sua volta, l’anzidetta pronuncia, per la parte in cui aveva accolto le domande dell’attore.
Con sentenza non definitiva del 9 giugno 2009 (avverso la quale non risulta essere stata in seguito proposta alcuna impugnazione, né fatta alcuna riserva in proposito) la Corte di Appello di Roma rigettava l’interposto gravame principale, limitatamente alla parte attinente alle statuizioni sul licenziamento ed alle richieste di maggiori somme a titolo d’indennità risarcitoria e

Mostra tutto

[1] Cass. sent. n. 48245/16del 15.11.16.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti