Separazione, divorzio, crisi di coppia: come tutelare i figli?
Editoriali
20 Nov 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Separazione, divorzio, crisi di coppia: come tutelare i figli?

Conflitti in famiglia e separazione dei genitori: quali le tutele per le mancate cure ai figli o la violenza in famiglia? E se viene meno il sentimento, come separarsi pensando al bene dei più piccoli?

 

«I figli ci cambiano la vita». Una frase certamente vera ma che porta in sé mille sfumature, purtroppo non sempre a colori.

La rinuncia, per crescerli, a tanti progetti di vita e di lavoro, giornate rovinate dal capriccio portato avanti fino allo sfinimento (e magari poco prima di un appuntamento importante), l’ansia di correre dietro ai loro impegni che finiscono col sovrastare i nostri personali e di lavoro. Ma basta poi anche un solo loro abbraccio a far dimenticare le cose negative e darci la carica per ricominciare tutto da capo. Perché i figli vengono prima di tutto, prima della nostra felicità. Quella che non riusciamo a trovare più nella nostra relazione sentimentale (che si tratti di matrimonio o convivenza poco importa).

Il punto di partenza non può essere mai uguale per tutti, perché i sentimenti di una coppia possono rompersi per mille motivi, non sempre dettati solo dal venir meno del sentimento. Però la domanda a cui vogliamo dare una risposta è la stessa: «esiste il diritto ad essere felici? e come garantirlo a noi e ai nostri figli se vogliamo la separazione?».

 

 

Separazione: la legge riconosce il diritto ad essere felici? 

Felicità. Parola che suona strana quando si parla di legge, tant’è che una sentenza di non molto tempo fa – riguardante proprio la separazione di una coppia – afferma che il «diritto ad essere felici» può essere «iscritto nel catalogo dei cosiddetti diritti immaginari che non trovano tutela nel nostro ordinamento giuridico» [1]. Eppure sono in tanti che alla fine della loro storia d’amore cercano in una sentenza la soluzione per riprendere in mano la propria vita e restituire un po’ di serenità (felicità ci sembra una parola troppo grossa) a se stessi e ai propri figli, così come – a dire il vero – sono pure in tanti quelli che preferiscono «continuare così» pur di «salvare la famiglia».

 

Ma sono davvero queste le strade più giuste quando il sentimento finisce?

La risposta data da una sentenza, per quanto la più «giuridicamente corretta» difficilmente potrà essere quella di cui la famiglia (e i figli) possono aver bisogno per ritrovare un nuovo equilibrio; ma di certo anche  restare inerti in una situazione di frustrazione personale, mettendo da parte i propri bisogni, non può che far accrescere le ragioni del malessere proprio e dei figli.

Allora che fare?

Anche qui la risposta può cambiare a seconda dei casi. Esaminiamo, allora, alcune situazioni ricorrenti.

 

 

Cosa fare se l’altro genitore si disinteressa o non tutela i figli?

La legge [2] indica chiaramente dei precisi obblighi dei genitori (sposati o meno che siano) nei confronti dei figli; questi, infatti, hanno diritto di ricevere assistenza morale e materiale da entrambi i genitori (è questo il diritto alla bigenitorialità) nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni: quindi non solo di essere da loro mantenuti fino a quando non raggiungano un’autosufficienza economica, ma anche di essere educati, istruiti e assistiti moralmente.

Se questo non avviene, la legge prevede delle soluzioni che variano a seconda dei casi. E’ bene, però, non farsi illusioni: nessuna sentenza mai potrà imporre a un genitore di restituire ai figli l’amore, le cure e le attenzioni che siano loro mancate, ma certamente potrà punire in altro modo la condotta del genitore che sia stato assente nella vita dei figli, anche attribuendo un valore economico a questa latitanza.

Distinguiamo quindi alcune ipotesi più rappresentative:

 

 1. Se il figlio non è stato riconosciuto

Possiamo facilmente immaginare la situazione di due genitori che non siano una coppia ma che abbiano avuto una relazione breve o occasionale dalla quale sia nato un figlio riconosciuto da uno solo (più facilmente la madre). In tal caso, il genitore che l’abbia riconosciuto per primo potrà rivolgersi al tribunale per ottenere:

  • la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità: questa produrrà nei riguardi del figlio gli stessi effetti giuridici derivanti dal riconoscimento spontaneo da parte del genitore, sia in termini di doveri di assistenza morale e materiale (prima elencati), sia di diritti successori, sia di diritti nascenti dai rapporti con i parenti del genitore che lo ha riconosciuto in un secondo momento (si pensi, ad esempio, al diritto di frequentare i nonni dell’altro ramo parentale, di ottenere da questi un contributo alimentare se il reddito dei genitori è insufficiente o di ereditare alla loro morte);
  • il rimborso di tutte le spese sostenute sino a quel momento per crescere il figlio;
  • il risarcimento del danno morale (per la sofferenza e le ripercussioni psicologiche provocate dall’abbandono) in favore del figlio che sia cresciuto senza l’altro genitore: in tal caso il giudice dovrà quantificare il danno in via equitativa (cioè in base al suo libero apprezzamento) avendo a riferimento le tabelle da perdita di un familiare.

Gli obblighi dei genitori, infatti, sorgono sin dalla nascita dei figli e non cessano quando il figlio sia riconosciuto da un solo genitore, per il periodo che precede la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità [3].

 

 

2. Se la coppia non è separata: tutela civile e penale

Pensiamo al caso in cui la coppia di coniugi o di conviventi non sia separata o non si sia mai rivolta al giudice per ottenere una regolamentazione dell’affidamento e del mantenimento del figlio nato fuori dal matrimonio. In tal caso, sotto il profilo civile, la legge [4], partendo dal presupposto che entrambi i genitori debbano esercitare la responsabilità (prima potestà) genitoriale di comune accordo, prevede che ciascuno di essi possa rivolgersi al giudice, senza formalità, affinché prenda i provvedimenti ritenuti più idonei.

In tal caso, il magistrato, dopo aver ascoltato entrambi i genitori e, se possibile, i figli, dovrà:

  • suggerire le soluzioni che ritenga più utili nell’interesse dei figli e dell’unità familiare
  • e, se il contrasto resta, attribuire il potere di decidere ad uno solo dei genitori: quello che ritenuto più idoneo a prendersi cura dell’interesse del figlio.

Nei casi più gravi, sotto il profilo penale, vi è la possibilità (da valutare opportunamente col supporto di un legale) di sporgere denuncia nei confronti del genitore che violi gli obblighi di assistenza familiare; la legge [5] punisce infatti con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1032 euro, chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque avendo un comportamento contrario all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, alla tutela legale, o alla qualità di coniuge.

E’ facile, quindi, individuare questa situazione nel caso del genitore che abbandoni il partner (coniuge o convivente) lasciandolo così a doversi occupare da solo dei figli.

 

3. Se il genitore vuole la separazione o la regolamentazione dell’affido e del mantenimento del figlio

Pensiamo al caso di chi, coniuge, convivente o ex compagno/a decida di separarsi o di chiedere al giudice (per il figlio nato fuori dal matrimonio) la regolamentazione dell’affido e del mantenimento del minore.

In tal caso la domanda dovrà illustrare in modo adeguato la specifica situazione familiare, le esigenze dei figli e il disinteresse (mancanza di cure morali e materiali) dell’altro genitore verso la prole, affinché il giudice possa soppesare i provvedimenti più idonei da adottare nel caso specifico.

Il giudice stabilirà:

  • con quale dei due genitori i figli dovranno vivere in modo prevalente (cioè la cosiddetta collocazione del minore) e, nel caso, assegnare la casa familiare a quest’ultimo,
  • tempi e modalità con cui i figli e il genitore non collocatario potranno frequentarsi (cosiddetto diritto di visita);
  • la misura dell’ assegno dovuto al genitore che vivrà stabilmente con i figli per contribuire al loro mantenimento;
  • valutare se vi siano i presupposti per derogare alla regola generale secondo la quale i figli devono essere affidati ad entrambi i genitori affinché prendano insieme le decisioni di maggior interesse per loro (cosiddetto affido condiviso) e sondare la fondatezza di una richiesta di affido esclusivo; forma di affidamento questa che potrà essere disposta in tutti quei casi in cui sia accertato che un genitore nutra un completo disinteresse per il benessere del figlio, non preoccupandosi di conoscerne e soddisfarne i bisogni e non rispettandone la specifica sensibilità.

 

 

Che fare se l’altro genitore non contribuisce al mantenimento dei figli?

Abbiamo visto che la legge penale [5] punisce chiunque si sottragga agli obblighi inerenti il proprio ruolo genitoriale e quindi , tra le altre cose, non provveda al mantenimento dei figli. Nel procedimento penale, il genitore “leso” potrà costituirsi parte civile e ottenere una tutela risarcitoria per la condotta del partner.

Ma certamente, il fatto di avere in mano un provvedimento col quale il giudice stabilisce (a seguito della separazione, del divorzio o della regolamentazione del diritto mantenimento del figlio nato fuori dal matrimonio) l’esatta misura del contributo economico dovuto dall’altro genitore in favore dei figli, rappresenta un presupposto essenziale per poter avanzare una serie di azioni giudiziarie (atto di precetto, espropriazione dei beni) dirette ad ottenere l’importo necessario al mantenimento della prole. Tra queste, ad esempio, la possibilità di ottenere il pagamento diretto del mantenimento da parte del datore di lavoro del genitore inadempiente.

 

Inoltre, il genitore interessato potrà rivolgersi al giudice [6] affinché, constatate gravi inadempienze (tra cui senz’altro può annoverarsi il mancato versamento dell’assegno, ma non solo) o comportamenti che comunque arrechino pregiudizio alla prole (si pensi al fatto di sottrarsi di continuo dal far visita ai figli):

– ammonisca il genitore inadempiente;

– disponga il risarcimento dei danni nei confronti del minore;

– disponga il risarcimento dei danni nei confronti del genitore;

– condanni il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende.

In caso di mancato pagamento, su richiesta dell’interessato/a, il giudice potrà:

– disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e

– ordinare ai terzi (ad esempio il datore di lavoro), che una parte delle somme dovute al coniuge obbligato vengano versate direttamente agli aventi diritto.

 

 

Violenza in famiglia: come affrontarla?

Mettiamo subito in chiaro una cosa: non esiste alcun tipo di giustificazione alla violenza, né quella perpetrata contro il proprio coniuge, convivente o partner, né – tantomeno – quella posta in essere contro i figli. Per carità, qualche litigio nella coppia è anche fisiologico, ma se diventa una regola che sfocia nell’uso delle mani o nelle minacce, magari per una giornata andata storta, il lavoro che non va, la gelosia per uno sguardo di troppo riservato al proprio partner, allora la cosa assume tutt’altra piega. E se tutti meritano una seconda possibilità, in questi casi la seconda è già abbastanza, specie se ci sono dei figli.

Sminuire, sopportare o accettare la violenza (fisica o psicologica) che si subisce in casa è una scelta che non può che portare a conseguenze gravi e insanabili nel tempo e che, tra l’altro, non può mai contribuire a tenere unita la famiglia. Su questo non vi fate illusioni!

 

 

Se i figli assistono alla violenza: quali conseguenze?

Perciò, anche se il conflitto vissuto tra le mura domestiche riguarda solo gli adulti, è necessario che ciò non divenga mai una regola in casa perché, in caso contrario, esso può avere delle importanti conseguenze non solo di tipo penale per chi lo ha consentito, ma anche di tipo psicologico sui figli (anche simili a quelle derivanti da abusi veri e propri), rappresentando una vera e propria forma di violenza domestica, meglio definita  come «violenza assistita».

Essa si realizza tutte le volte in cui un minore viene obbligato ad assistere a scene di violenza verbale o fisica tra i genitori o comunque soggetti che costituiscono per lui un riferimento affettivo ed educativo.

Può essere diretta, quando il figlio assiste in prima persona ai maltrattamenti oppure indiretta, quando il minore respira le conseguenze negative della violenza (come quando legge l’angoscia del genitore che l’ha subita o quando, al rientro a casa, ne trova gli oggetti danneggiati dopo il forte litigio avvenuto fra gli adulti).

 

Ebbene, diretta o indiretta che sia, questo tipo di violenza viene inquadrata dalla legge nell’ambito del reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi [7] che punisce con la reclusione da due a sei anni chiunque rivesta un ruolo educativo per i minori (quindi, non solo i genitori), con una maggiorazione della pena se la violenza è stata compiuta in danno di un minore di 14 anni e se dal fatto sia derivata una lesione personale grave o gravissima o, peggio, la morte.

 

 

Violenza in famiglia: alcuni consigli

Quindi, in tutti questi casi (di violenza che possiamo definire «patologica» e non certamente legata a semplici incomprensioni della coppia), se volete tutelare i vostri figli, prima ancora di pensare alla separazione, è opportuno che compiate i seguenti passi:

  • invitate il familiare violento a seguire uno specifico percorso terapeutico; la sua adesione o meno vi darà già la misura di quanta possibilità ci sia di “recuperare” il rapporto con lui;
  • mettete, in ogni caso, al corrente della situazione una persona di fiducia, al fine di poterla avere quale riferimento ove si riveli necessario («lavarvi i panni sporchi» in casa non sarebbe, in questo caso, la scelta più appropriata);
  • custodite in un luogo sicuro (dentro o fuori la abitazione) effetti personali e documenti per l’eventualità che siate trovi costretti ad andarvene;
  • se decidete di lasciare la casa insieme ai figli, datene comunicazione motivata all’altro genitore (meglio se sottoscritta da un avvocato) per mettervi al riparo da una possibile denuncia di sottrazione di minori [8]; in tal caso, ove non abbiate riferimenti in amici o familiari potrà rivelarsi utile rivolgervi a uno dei centri antiviolenza presenti sul territorio, i quali potranno fornire sostegno psicologico e orientamento sul piano legale;
  • se, invece, scegliete di restare in casa con i figli, è bene comunque che vi rivolgiate ad un avvocato che, a seconda della gravità del caso, potrà consigliare la strada più opportuna da seguire per poter allontanare il genitore violento.

 

 

Violenza in famiglia: che succede se faccio una denuncia?

Così, sul piano della specifica tutela penale prevista per i casi in cui si denuncino maltrattamenti in famiglia, il giudice potrà ordinare al genitore violento:

  • di lasciare immediatamente la casa familiare oppure di non farvi rientro e non accedervi senza autorizzazione;
  • come pure di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla vittima (come il luogo di lavoro, la casa dei genitori o dei familiari più vicini).

 

Analoga, e ulteriore tutela penale, è riservata a chi, dopo aver ottenuto l’allontanamento del coniuge o partner violento, subisca da quest’ultimo atti di persecuzione (cosiddetto stalking) [9], ossia continue minacce o molestie, tali da provocare:

  • un grave e perdurante stato di ansia o di paura per l’incolumità propria, dei figli o di altre persone alle quali sia affettivamente legata
  • ovvero da costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita.

Con specifico riferimento all’ambito familiare, la pena prevista per lo stalking (da 6 mesi a 5 anni di reclusione) è aumentata quando il reato è commesso:

  • dal coniuge (anche se separato o divorziato),
  • da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla vittima,
  • a danno di un minore, di un disabile o di una donna in stato di gravidanza.

 

 

Violenza in famiglia: esiste una tutela civile?

Sul piano della tutela civile, la legge prevede una forma di tutela analoga a quella sin’ora prevista, attraverso lo strumento degli ordini di protezione contro gli abusi familiari [10].

Si tratta questa di una misura più “soft” che il legislatore ha voluto riservare a quelle situazioni di conflitto familiare in cui le parti preferiscano evitare da subito misure estreme, riservandosi la successiva decisione della denuncia penale e/o della separazione.

Se, in particolare, siano stati compiuti una serie di abusi familiari in modo ravvicinato, tali da provocare un grave pregiudizio all’integrità psico-fisica o morale o alla libertà del coniuge o convivente (e di riflesso anche dei minori), questi potrà rivolgersi al giudice civile affinché ordini al familiare violento:

  • la cessazione della condotta;
  • l’allontanamento dalla casa familiare;
  • di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima;
  • di versare, per tutta la durata dell’ordine di protezione (6 mesi, prorogabili solo per gravi motivi), un assegno periodico in favore delle persone conviventi che rimangono privi di mezzi adeguati al loro sostentamento.

Il provvedimento del magistrato potrà anche disporre, ove ne venga ravvisata la necessità, l’intervento dei servizi sociali presenti sul territorio o di un centro di mediazione familiare, nonché il supporto di centri antiviolenza.

 

 

Se non sono più innamorata/o come posso tutelare i miei figli?

Mettiamo, ora da parte la violenza patologica e concentriamoci su situazioni di conflitto un po’ più ordinarie, come quelle, ad esempio, dei quotidiani litigi dovuti ad una crisi coniugale o tra conviventi.

C’è una prima domanda che penso ci si debba porre quando si vive una situazione di questo tipo: «Che cosa voglio ottenere dal giudice? Voglio non avere più a che fare con lui/lei (magari perché per tante volte mi ha delusa/o, tradita/o) e non mi importa che sia anche la madre o il padre dei miei figli perché tanto è un pessimo genitore e i miei figli non perderebbero niente?».

Se vi sembra una domanda banale sappiate che rappresenta il primo passo col quale, se decidete di separarvi, dovrete fare le vostre scelte, quelle più importanti:

– la scelta del vostro avvocato: scelta accurata, purché fatta tra quello più «senza scrupoli» che offre la piazza e che vi aiuti a «farla pagare» (in tutti i sensi) al vostro ex e ad ottenere ciò che volete;

– la scelta del tipo di separazione: una consensuale? Può andar bene solo se lui o lei vi concede ciò che pensate (o vi hanno detto) vi spetti e senza farvi perdere altro tempo (che già ne avete perso abbastanza!);

– la vostra partecipazione personale: ok ad una consensuale, purché se la veda di tutto l’avvocato, perché con lui/lei non volete avere più a che fare!;

– il coinvolgimento dei figli: «dalla separazione i figli devono restarne fuori!», sapete voi ciò che è meglio per loro; e poi comunque crescendo capiranno da soli che avevate ragione.

Peccato che le cose poi non vanno praticamente mai in questo modo.

 

 

Separazione: i figli possono restarne fuori?

Per capirne il motivo partiamo proprio dai figli, quelli che volevate tenere fuori da tutto. Sono proprio loro invece quelli che, volenti o nolenti, dovranno essere coinvolti in prima persona dalla vostra separazione.

I minori, infatti, devono essere ascoltati dal giudice. Sempre? No, se ancora troppo piccoli (cioè non ancora scolarizzati) e nemmeno se tale ascolto è ritenuto superfluo; cosa che capita tutte le volte in cui i genitori riescono a raggiungere un accordo.

Ma i figli crescono in fretta e le cause durano anni. Ed eccoli allora a dover varcare le aule di tribunale per essere ascoltati dal magistrato e, più spesso dal suo esperto consulente (di solito uno psicologo); questo permetterà al giudice di decidere – anche leggendo le relazioni dei servizi sociali interessati del vostro caso – come prendere quelle decisioni che li riguardano e che voi genitori non siete stati capaci di prendere. Una conquista o una sconfitta? Giudicate voi…

Ed ecco allora che la soluzione alternativa vi sembra possibile: una separazione consensuale può andar bene, purché l’avvocato se la veda di tutto, senza coinvolgervi troppo. E così che in breve tempo vi ritrovate a firmare accordi che non prevedono ciò che avreste voluto, ma solo quello che vi ha proposto il vostro ex col suo avvocato, e che voi (anche per risparmiare tempo e denaro) avete preferito accettare. Insomma, nessuna decisone pensata guardando alla vita e alla storia della vostra famiglia, come pure ai bisogni vostri e dei figli.

Bene, state certi di una cosa: la maggior parte delle separazioni raggiunte in questo modo dopo non molto tempo vi si ritorceranno contro peggio di un boomerang. Vorrete tornare indietro e vi aggrapperete al primo più piccolo cambiamento pur di ottenere la modifica dei precedenti accordi.

Come evitare tutto questo? Certamente non esistono ricette magiche, ma qualche consiglio può aiutare.

 

 

Come raggiungere un accordo di separazione che tuteli i figli?

Se siete sicuri che la separazione è davvero ciò che volete, ma allo stesso tempo desiderate che i vostri figli risentano del cambiamento nel modo meno doloroso possibile, allora è necessario che vi muoviate a piccoli passi perché la fretta può rivelarsi il peggior nemico di queste situazioni.

Qualche suggerimento per capire come fare:

  • non prendete mai decisioni dettate dalla rabbia del momento. Se siete reduci da accese discussioni col coniuge o convivente, prendetevi del tempo per «sbollire»; ciò potrà aiutarvi a capire che cosa volete ottenere con la separazione: se per voi è più importante riprendere in mano la vostra vita aiutando i figli ad adattarsi alla nuova situazione oppure farla pagare all’altro. Nel secondo caso non solo state certi che scatenerete una sicura reazione a catena (la guerra di chi vorrà solo difendersi) ma soprattutto non farete che far soffrire i vostri figli che non potranno che risentire del conflitto in atto tra i genitori;
  • cercate, appena la situazione si è calmata, un canale di comunicazione con l’altro genitore che vi aiuti a trovare soluzioni di separazione alternative al conflitto; che non significa necessariamente seguire una terapia di coppia (quella può essere indicata per chi vuole evitare la separazione) ma può essere quella di non irrigidirsi sulle soluzioni che, di solito, si trovano nella legge in questi casi (la casa assegnata alla madre, l’assegno di mantenimento che ritenete giusto ricevere e il diritto di visita del padre, ecc) ma mettersi in gioco per cercare insieme soluzioni, anche creative, che nessun giudice potrebbe imporre; quelle più adatte a voi e ai vostri figli.

Come? E’ inutile dire che se davvero volete proteggere i vostri figli , la parola «causa» dovreste proprio bandirla dal vocabolario, o almeno, provare prima tutte le strade alternative. E c’è da dire che di strade alternative ce ne sono diverse. Si tratta solo di scegliere quella più adatta al vostro caso.

Il primo passo deve essere quello di ristabilire un dialogo con l’altro genitore perché se sentite di non voler più condividere la vostra vita con il padre/la madre dei vostri figli, dovete però convincervi che, per il loro bene, certe decisioni dovete essere in grado di prenderle insieme e non di farle stabilire, dopo anni di causa, da un giudice.

Innanzitutto, se la situazione con l’altro non è proprio serena e trasparente, ma il vostro (giusto) obiettivo è quello di cercare un accordo:

  • valutate concretamente la possibilità, ancor prima di andare dall’avvocato, di seguire un percorso di mediazione familiare. Intendiamoci, non con lo scopo di tornare insieme (anche se…mai dire mai) ma piuttosto di rielaborare i vostri sentimenti di delusione, rabbia, rassegnazione per costruire qualcosa di nuovo e diverso e, perché no, comunque positivo;
  • se invece la separazione vi sembra una priorità, informatevi sulla possibilità di separarvi secondo il metodo collaborativo, un metodo di negoziazione assistita che, grazie ad un lavoro fatto in team, consente alla coppia di raggiungere un accordo globale, soddisfacente e duraturo nel tempo, affrontando a 360 gradi ogni aspetto della separazione (personale ed economico).

Per un approfondimento su queste opportunità, rinviamo alla lettura dell’articolo: Mediazione familiare e diritto collaborativo: quali differenze?

  • evitate di rivolgervi a un unico avvocato: ciò impedirà che in futuro vi convinciate (come spesso avviene in questi casi) che non siano state prese decisioni nel vostro interesse ma che il tutto sia stato deciso dal vostro ex a vostro discapito;
  • non delegate le decisioni sulla separazione solo al vostro avvocato per evitare il confronto con l’altro genitore: l’avvocato dovrà certamente orientarvi sulle possibili soluzioni, così come segnalarvi quelle giuridicamente praticabili, ma la decisione ultima spetta a voi; quindi, convincetevi che dovrete essere pronti a lavorare in prima persona per decidere del vostro futuro e quello dei vostri figli;
  • ponetevi il problema di cosa i vostri figli stanno provando senza lasciarli fuori da tutto. Pensare che i figli possano restare fuori dalla separazione è un puro miraggio. Credete davvero (solo perché magari non dicono nulla) che per loro vada tutto bene? Che non stiano risentendo della vostra crisi? Sicuramente non è così: loro hanno solo paura di dirvi che se voi volete separarvi questo non è ciò che vogliono anche loro.

Ecco che allora esiste uno strumento per aiutare loro ad aprirsi e voi a capirli e a capire meglio come affrontare la situazione.

 

 

Come dare la parola ai figli nella separazione

Esiste da alcuni anni nel nostro Paese un percorso che offre ai bambini e adolescenti, figli di genitori che si stanno separando o già separati, uno spazio e un luogo neutri in cui raccontare i propri sentimenti ed emozioni legate alla famiglia in cambiamento. Si tratta dei gruppi di parola [11].

Quando si parla di gruppi di parola il pregiudizio degli adulti la fa un po’ da padrone, come per tutto ciò che non si conosce. Chiariamo allora da subito che essi non sono un percorso terapeutico ma un valido aiuto per:

  • aiutare i figli a uscire dall’isolamento (fisico e mentale) in cui spesso si chiudono in questi momenti di trasformazione familiare; i minori, infatti, durante gli incontri con gli altri possono esprimere liberamente (attraverso il gioco, il disegno o la scrittura) i pensieri, i sentimenti e le emozioni legati alla separazione dei propri genitori. I conduttori del gruppo li aiutano non solo a dare una immagine all’esperienza dolorosa che stanno vivendo, ma anche a guardare in maniera diversa e costruttiva ai cambiamenti della famiglia;

 

  • far conoscere ai genitori i sentimenti e dei figli, in modo da poter prendere decisioni in grado di favorire la riorganizzazione familiare conseguente alla separazione: nell’ultimo ciclo di incontri (di solito 4) i genitori, infatti, sono presenti per ascoltare ciò che i loro figli hanno loro da raccontare. Essi possono, inoltre, chiedere, al termine dell’intero ciclo, un incontro con i conduttori dei gruppi.

 

Ciò detto, poco importa quale genere di separazione consensuale sceglierete – se una consensuale tradizionale (passando dal tribunale) oppure una negoziazione assistita da avvocati (magari nell’ambito di una procedura collaborativa) – ciò che conta invece è che vi convinciate che solo una separazione in cui sarete riusciti a dedicare del tempo per mettervi in gioco potrà portare a scelte durature ed effettivamente in grado di tutelare voi stessi e i vostri figli.

 


In pratica

 

 

 

[1] Trib. Milano, decr. 2.10. 2013 che richiama Cass. Sez. Un., n. 26972/2008.

[2] Art 315 bis cod. civ.

[3] Ex multis, Cass. sent. n. 26205/2013.

[4] Art. 316 cod. civ.

[5] Art. 570 cod. pen.

[6] Art. 709 ter cod. proc. civ.

[7] Art. 572 cod. pen.

[8] Art. 574 cod. pen.

[9] Art. 612 bis cod. pen.

[10] Art. 342 bis. cod. civ.

[11] I Gruppi di Parola sono diffusi in molti Paesi ormai da molti anni. In Italia la loro diffusione è stata permessa negli ultimi anni grazie al contributo formativo specifico della Prof.ssa Costanza Marzotto (psicologa, mediatrice familiare, docente universitaria di psicologia clinica) e della dott.ssa Marie Simon (docente universitaria in psicologia clinica e psicopatologia, ricercatrice specializzata nei problemi infantili nelle transizioni familiari). Attualmente sono molti nel nostro Paese i centri che offrono questo tipo di percorso dai costi assolutamente contenuti. Merita un’opportuna segnalazione l’iniziativa promossa dal dott. Riccardo Greco, presidente del tribunale per i minorenni di Bari, il quale da quest’anno ha dato avvio ad una sperimentazione dei gruppi di parola all’interno dello stesso tribunale con la supervisione della dott.ssa Marie Simon, dando così attuazione ad una nuova forma di intervento in favore delle famiglie e di minori.

 


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