Il tradimento è un reato?
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16 Nov 2016
 
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Il tradimento è un reato?

Maltrattamenti familiari: quando il comportamento del marito è volto a infliggere nella moglie una serie di umiliazioni anche solo morali, come nel caso di infedeltà ed offese, scatta il reato.

 

L’infedeltà coniugale è, di norma, causa di addebito nel processo civile di separazione: questo significa che il coniuge traditore, se anche più povero, non potrà mai ottenere l’assegno di mantenimento, né i diritti di eredità sull’ex qualora questi dovesse decedere prima. Secondo poi un orientamento giurisprudenziale, quando l’infedeltà arreca danno all’onore dell’altro coniuge (si pensi all’infedeltà consumata con un’amica della moglie, all’insaputa di quest’ultima, ma nella piena consapevolezza del gruppo), il tradito può anche richiedere il risarcimento del danno.

 

Ma un tradimento può essere anche un reato? Uno solo certo no, ma quando il comportamento è ripetuto ed è volontariamente realizzato al solo fine di umiliare la moglie, accompagnandosi magari anche ad altri maltrattamenti non necessariamente fisici, come ad esempio una serie continua di offese e umiliazioni, allora si sconfina nel penale. Scatta, insomma, il reato di maltrattamenti familiari. Lo ha chiarito la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

Per far scattare il reato di maltrattamenti in famiglia – precisa la sentenza in commento – non sono necessarie solo le violenze e le conseguenti sofferenze fisiche, ma bastano anche quelle morali.

 

La vicenda in oggetto riguarda una coppia tunisina: lui, sprezzante della moglie, si era reso colpevole di una serie di tradimenti, uniti a schiamazzi, offese e, soprattutto, maltrattamenti nei confronti della consorte. Per tagli comportamenti il marito, presto denunciato dall’ex, veniva condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione, in primo e secondo grado.

Secondo la Cassazione, ai fini del reato di maltrattamenti in famiglia, rilevano «non soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, le privazioni ed umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa arrecati alla sua dignità, che si risolvano nell’inflizione di vere e proprie sofferenze morali»: è proprio il caso del tradimento, non quello occulto, consumato di nascosto, ma quello alla luce del sole, volto proprio a umiliare la donna e a calpestarne l’onore.

 

Sintetizzando: anche una sola scappatella può far scattare l’addebito nella separazione; quando consumata con modalità tali da danneggiare l’onore del consorte questi può chiedere il risarcimento del danno. Il reato però richiede qualcosa di molto più grave: una serie di comportamenti deliberatamente posti in essere per calpestare la dignità del coniuge, risolvendosi in veri e propri atti di disprezzo e maltrattamento.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 22 settembre – 15 novembre 2016, n. 48224
Presidente Paoloni – Relatore De Amicis

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 26 febbraio 2016 la Corte d’appello di Torino, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha eliminato la subordinazione del beneficio della sospensione condizionale della pena al pagamento della somma liquidata in favore della parte civile, confermando nel resto la decisione di primo grado, che condannava M.A. alla pena di anno uno e mesi quattro di reclusione per il reato di maltrattamenti in famiglia nei confronti della moglie H.M., commesso in Charvenod dal luglio 2013 alla fine di agosto dello stesso anno.
2. Avverso la su indicata decisione ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, che ha formulato due motivi di doglianza il cui contenuto viene qui di seguito sinteticamente illustrato.
2.1. Con il primo motivo si deducono violazioni di legge in relazione agli artt. 195 e 357 cod. proc. pen., per avere la Corte d’appello dato rilievo al contenuto di una comunicazione di reato – ove si faceva riferimento ad uno stato di forte intimidazione e ad un tremore delle mani – sulla quale i Carabinieri non risultano esser stati escussi quali testimoni in dibattimento.
2.2. Con

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[1] Cass. sent. n. 48224/16 del 15.11.2016.

 


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