Se non faccio ricorso alla cartella di pagamento che rischio?
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18 Nov 2016
 
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Se non faccio ricorso alla cartella di pagamento che rischio?

Chi non impugna la cartella di pagamento può sempre sperare nella prescrizione, sempre che, nel frattempo, non arrivi prima il pignoramento.

 

Il fatto di non aver proposto ricorso contro una cartella di pagamento non vuol dire che il contribuente sia tenuto, a vita, a pagare il debito con il fisco: al contrario egli può sempre sperare nel successivo intervento della prescrizione del proprio debito. In altre parole, se l’Agente della riscossione – nonostante la definitività del proprio atto perché non contestato – non avvia un pignoramento o non spedisce un sollecito di pagamento, perde il diritto a pignorare i beni del contribuente. Non solo: l’assenza di una impugnazione non rende più lungo il termine di prescrizione della cartella di pagamento, termine che invece resta sempre lo stesso e che dipende (come a breve vedremo) dal tipo di credito in gioco. È questa la sintesi di una importante ordinanza della Cassazione a Sezioni Unite pubblicata ieri [1]. Ma procediamo con ordine.

Il primo problema che deve valutare il contribuente, nel momento in cui riceve un atto dell’Agente della Riscossione, è: entro quanto tempo posso fare ricorso contro la cartella di pagamento? La risposta dipende da quale sia la natura del credito azionato, il che si può evincere in modo assai agevole leggendo il dettaglio della cartella stessa. In particolare, per:

  • i crediti derivanti da tasse, tributi e imposte, il termine per fare ricorso (alla Commissione Tributaria) è di 60 giorni dal ricevimento (cosiddetta notifica) della cartella;
  • i contributi previdenziali di Inps e Inail, il termine per fare ricorso (da presentarsi, in questo caso, al Tribunale ordinario, sezione lavoro e previdenza) è di 40 giorni dalla notifica della cartella;
  • le multe per violazione del codice della strada, il termine per l’impugnazione (che, in quest’ultimo caso, va depositata al giudice di pace) è di 30 giorni dalla notifica.

 

Il secondo problema che deve porsi il contribuente è: cosa rischio se non impugno la cartella di pagamento? La risposta è piuttosto scontata: la cartella diventa definitiva e non può più essere messa in discussione, neanche se è palesemente illegittima e non dovuta. Di tanto abbiamo dato spiegazioni e suggerimenti nell’articolo Che fare contro la cartella di pagamento ricevuta molto tempo fa a cui rinviamo per maggiori dettagli. Proprio in quell’articolo, abbiamo messo in risalto un aspetto assai importante: il fatto che la cartella sia divenuta definitiva non implica, però, che essa sia dovuta “a vita”. Se, infatti, l’Agente della riscossione non pone in essere alcun atto di esecuzione forzata (ossia non avvia un pignoramento), né un atto di natura cautelare (ad esempio un’ipoteca o un fermo auto), né invia un sollecito di pagamento, c’è da aspettarsi che, prima o poi, il suo credito si prescriva e, quindi – per usare un gergo comune – “scada”. Una volta “scaduto” il diritto alla riscossione, lo Stato non può più recuperare i suoi soldi e il contribuente si può dire definitivamente libero.

 

Il terzo problema con cui, pertanto, si deve confrontare il contribuente è questo: dopo quanto tempo si prescrive la cartella di pagamento? Con parole ancora più semplici: dopo quanto scade la cartella? Anche in questo caso la risposta varia a seconda del tipo di credito in essa fatto valere. In particolare:

  • Iva, Irpef, Irap, diritti della camera di commercio, canone rai: si prescrivono in 10 anni che decorrono dall’invio dell’ultima cartella o dall’ultimo sollecito di pagamento;
  • Imposte locali come Tasi, Tari, Imu, nonché multe stradali e contributi Inps e Inail: si prescrivono in 5 anni;
  • Bollo auto: si prescrive in 3 anni.

 

In tutti questi casi, l’invio di un sollecito di pagamento o l’iscrizione di un’ipoteca o un fermo auto interrompono i termini e li fanno decorrere nuovamente da capo.

 

Quel che è stato affermato ieri dalla Cassazione a Sezioni Unite è un principio piuttosto semplice e – a parer nostro – scontato, anche se aveva provocato non pochi contrasti in giurisprudenza: la mancata impugnazione di un qualunque atto impositivo non comporta l’allungamento del termine di prescrizione, che rimane quello che abbiamo appena elencato.

Invece, se il contribuente fa ricorso contro la cartella e perde la causa, a questo punto le cose cambiano notevolmente: qui, infatti, il titolo esecutivo non è più la predetta cartella, ma la sentenza di condanna. Orbene, le sentenze di condanna si prescrivono sempre in 10 anni, con la conseguenza che, in tale ipotesi, anche un bollo auto si prescriverà in un decennio, proprio perché è intervenuta una sentenza. In sintesi, solo il diritto di credito contenuto in una sentenza passata in giudicato si prescrive in dieci anni.

Quindi, per esempio, in caso di una cartella per contributi previdenziali dovuti all’Inps, la mancata impugnazione non sposta la prescrizione che resta sempre di 5 anni. Ma se il contribuente propone ricorso e lo perde, la prescrizione si estende a 10 anni.

 

In conclusione, quindi, la Cassazione ha affermato il principio generale secondo cui la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto produce solo l’effetto della incontestabilità del credito, ma non determina anche la conversione del termine di prescrizione breve in ordinario (dieci anni).

 

Tale principio si applica con riguardo a tutti gli atti, comunque denominati, di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti erariali, nonché per le sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie.

 

Ricordiamo infine che, per gli accertamenti esecutivi notificati dall’Agenzia delle Entrate non è prevista la notifica della cartella di pagamento e, in assenza di impugnazione, diventano definitivi dopo 60 giorni dalla notifica. L’Ufficio trasferisce il credito all’agente della riscossione, il quale, comunque entro il 31 dicembre del secondo anno successivo, deve sollecitare il pagamento della somma. In assenza il credito si prescrive.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 25 ottobre – 17 novembre 2016, n. 23397
Presidente Rordorf – Relatore Tria

Esposizione del fatto

1. Con sentenza del 28 ottobre 2009 il Tribunale di Catania dichiarò inammissibile per tardività – in quanto proposta oltre il termine di quaranta giorni dalla notifica di cui all’art. 24, comma 5, del d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 – l’opposizione all’esecuzione di A.M. avverso l’intimazione di pagamento relativa a cartella esattoriale notificatagli il 31 agosto 2001 per omesso pagamento di contributi previdenziali della gestione commercianti INPS negli anni 1993, 1995, 1996 e 1998.
2. La Corte di appello di Catania, con la sentenza attualmente impugnata, ha riformato tale decisione dichiarando prescritto il credito vantato dall’INPS con la cartella di pagamento suddetta.
A tale conclusione la Corte territoriale è pervenuta sulla base dei seguenti principali rilievi:
a) l’appellante sostiene che, diversamente da quanto affermato dal primo giudice – che ha considerato l’opposizione inammissibile perché proposta oltre il termine perentorio di quaranta giorni dalla notifica, di cui all’art. 24, comma 5, del d.lgs. n. 46 del 1999 – la domanda azionata deve essere qualificata come opposizione

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[1] Cass. S.U. ord. n. 1799/2016 del 18.11.2016.

 


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