Il principio di uguaglianza e l’articolo 3 Costituzione
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18 Nov 2016
 
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Il principio di uguaglianza e l’articolo 3 Costituzione

L’aspirazione all’uguaglianza sostanziale, il principio di uguaglianza formale e il divieto di discriminazione.

 

 

Cosa dice l’articolo 3 della Costituzione?

L’art. 3 della Costituzione, stabilendo al primo comma che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali», pone il principio della uguaglianza giuridica dei cittadini (uguaglianza formale) intesa come regola fondamentale dello Stato di diritto per cui vige il noto brocardo «la legge è uguale per tutti» stampato, in lettere cubitali, nelle aule dei tribunali.

Il secondo comma, assegnando allo Stato il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, sancisce, invece, l’aspirazione all’uguaglianza di fatto (o uguaglianza sostanziale).

 

 

Il principio di uguaglianza formale e il divieto di discriminazione

Il principio di eguaglianza formale ha trovato riconoscimento per la prima volta nelle Costituzioni ottocentesche, nelle quali era inteso nel senso di eguale soggezione di tutti dinnanzi al diritto, senza distinzioni legate al titolo, al grado o all’appartenenza ad una determinata classe sociale o alla posizione di autorità rivestita.

 

Il riconoscimento della pari dignità sociale comporta che tutti i «poteri» e le «autorità», come la pubblica amministrazione o il potere giudiziario, sono egualmente soggetti al diritto e alla legge. Si pensi all’art. 101 Cost. che impone la soggezione dei giudici alla legge e all’art. 97 Cost. che prescrive l’imparzialità dell’amministrazione, obbligando i pubblici funzionari al rispetto delle leggi.

Le Costituzioni moderne hanno ampliato il significato del principio e, in primis, l’art. 3, comma 1 della Costituzione italiana, individua alcuni criteri che non possono formare oggetto di discriminazione, in quanto riguardano aspetti strettamente connessi all’identità dell’individuo: il sesso, la razza, la lingua, la religione, le opinioni politiche, le condizioni personali e sociali.

 

La Costituzione detta, però, norme che prevedono una disciplina differenziata a tutela di alcune specifiche categorie di individui: si pensi all’art. 6 Cost. che impone di tutelare le minoranze linguistiche e all’art. 8 Cost. che consente alle confessioni acattoliche di regolare i loro rapporti con lo Stato sulla base di intese differenziate. In questi casi le peculiarità che caratterizzano tali categorie di soggetti richiedono un’adeguata disciplina protettiva, al fine di impedire che, attraverso un livellamento generalizzato di ogni situazione, si finisca per penalizzare proprio i soggetti più deboli e svantaggiati.

 

Pertanto, al fine di scongiurare arbitrii da parte del legislatore, il divieto di discriminazioni deve essere interpretato in una duplice accezione:

  • le leggi, pur se riferite ad un gruppo determinato, non devono avere carattere personale o singolare, a meno che non esistano giustificate ragioni (si pensi al fenomeno delle leggi ad personam);
  • il principio d’eguaglianza non vieta in assoluto discipline differenziate, ma solo discriminazioni irrazionali o irragionevoli, fondate su una delle categorie indicate dall’art. 3 Cost.

 

Si noti, comunque, che l’art. 3 non conferisce un diritto soggettivo all’eguaglianza, quanto «diritto al pari trattamento» con riferimento ai beni essenziali (PACE).

 

 

Il principio di ragionevolezza delle leggi e sue violazioni

È un corollario del principio di uguaglianza, elaborato dalla Corte costituzionale sulla scia di quanto stabilito dalla giurisprudenza anglosassone.

Il principio della «ragionevolezza» esige che le disposizioni normative contenute in atti aventi valore di legge siano adeguate o congruenti rispetto al fine perseguito dal legislatore: così è da considerarsi ragionevole una legge a favore della maternità in quanto, anche se crea un privilegio a favore della donna, lo fa unicamente in relazione alla tutela del ruolo naturale di madre che solo la donna può assumere.

Si ha, invece, violazione della «ragionevolezza» solo quando un trattamento discriminatorio sia in contraddizione con il pubblico interesse perseguito.

Il principio in esame costituisce dunque «un limite al potere discrezionale del legislatore» (BARBERA) e ne impedisce un esercizio arbitrario.

La verifica della «ragionevolezza» di una legge, comporta l’indagine sui suoi presupposti di fatto, la valutazione della congruenza tra mezzi e fini, l’accertamento degli stessi fini. Nel caso si accerti l’irragionevolezza di una legge, essa potrà essere abrogata, per illegittimità costituzionale, dalla Corte costituzionale.

 

Possono insorgere violazioni del principio di ragionevolezza non solo quando viene prevista una disciplina ingiustificatamente discriminatoria, ma anche quando situazioni diverse vengono ingiustificatamente parificate davanti alla legge.

 

 

L’aspirazione all’uguaglianza sostanziale

Il principio di uguaglianza formale costituisce una novità del costituzionalismo e impone al legislatore un programma politico e giuridico di trasformazione sociale e di garanzia del mantenimento delle condizioni dello sviluppo delle singole persone (POLACCHINI).

Tale principio resterebbe una mera enunciazione teorica se l’art. 3 Cost. non prevedesse il concreto impegno politico, economico e sociale dello Stato finalizzato se non a livellare i salari, ma almeno a ridurre le distanze reddituali tra gli individui per realizzare le effettive condizioni di uguaglianza.

 

Dal momento che non è sufficiente annullare le disparità giuridiche senza poter rimuovere gli ostacoli di ordine economico-sociale che oltre che di diritto anche di fatto impediscono l’inserimento e la partecipazione di tutti alla vita del Paese, la nostra Costituzione affida alla Repubblica il compito di intervenire per rimuovere siffatti ostacoli, affinché tutti godano di pari opportunità accedere indistintamente a determinate utilità sociali, quali l’istruzione (art. 34), la salute (art. 32), il lavoro (art. 38).

Ciò significa che il legislatore è tenuto a ricorrere ad azioni positive (affermative actions) per impedire che la lingua, il sesso, la religione etc., diventino causa di una discriminazione di fatto compensando situazioni di svantaggio che se perdurano annullano in radice i principi dello Stato sociale.

 

 

Il trattamento dei dati personali

Sul piano normativo, il D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali) disciplina il trattamento dei dati personali, vale a dire qualunque operazione o complesso di operazioni, svolti con o senza l’ausilio di mezzi elettronici o comunque automatizzati, concernenti la raccolta, la registrazione, la modificazione, la selezione, l’estrazione, il raffronto, l’utilizzo, l’interconnessione, il blocco (cioè la conservazione di dati personali con sospensione di ogni altra operazione), la comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la distruzione dei dati.

La materia coinvolge valori costituzionali contrapposti (quali il diritto alla riservatezza e alla propria identità personale, l’iniziativa economica, il diritto di cronaca, il buon andamento della pubblica amministrazione) e impone un adeguato bilanciamento degli stessi.

La disciplina, che assicura una protezione molto ampia alla privacy, si estende ai trattamenti di dati personali da chiunque effettuati nel territorio dello Stato, fatta eccezione per quelli a fini esclusivamente personali e per alcuni trattamenti operati in ambito pubblico, come quelli concernenti finalità di difesa, sicurezza, giustizia (a cui si applicano, comunque, alcune disposizioni della legge).

manuale diritto costituzionale 2016


 


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