Sul risarcimento danni si pagano le tasse?
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20 Nov 2016
 
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Sul risarcimento danni si pagano le tasse?

Solo il risarcimento ottenuto a titolo di lucro cessante ha natura di reddito e va dichiarato; invece il danno morale o il rimborso delle spese legali non vanno tassati.

 

Se una sentenza di un tribunale ti ha riconosciuto un risarcimento del danno e ora ti stai chiedendo se, su tali somme, dovrai pagare le tasse, qui di seguito troverai la spiegazione su come comportarti e come fare al momento in cui dovrai compilare l’annuale dichiarazione dei redditi. In realtà, la risposta non è univoca e tutto dipende da come la sentenza ha motivato tale risarcimento, ossia dalla ragione del risarcimento stesso. Infatti, quello che comunemente viene detto «risarcimento del danno» può essere composto di diverse voci, tra loro differenti e con natura completamente opposta. Ma procediamo con ordine.

 

 

Il risarcimento del danno si può nascondere?

La prima cosa che devi tenere in considerazione è che è difficile nascondere il pagamento ricevuto. Difatti, ormai, i versamenti di denaro avvengono quasi sempre con bonifici bancari o altri sistemi tracciabili di pagamento (ad esempio, assegni non trasferibili): ciò non solo per una questione di comodità e sicurezza, ma anche per consentire, a chi paga, di avere una prova, valida in qualsiasi momento, dell’adempimento dell’obbligazione. Dunque, il primo consiglio da valutare attentamente è di comunicare, al tuo commercialista o a chi ti fa la dichiarazione dei redditi, il pagamento ricevuto a titolo di risarcimento del danno.

 

 

Quanti sono i risarcimenti del danno?

La seconda cosa che devi verificare è – come si diceva in apertura – a che titolo ti è stato riconosciuto il risarcimento del danno. Come abbiamo spiegato più volte nelle pagine di questo giornale (leggi ad esempio: Danno emergente, lucro cessante, che differenza?) il risarcimento del danno può essere di due macro categorie:

  • danno patrimoniale: è quello che serve a rimborsare le spese effettivamente subite a seguito del danno (cosiddetto danno emergente: ad esempio, i costi per le medicine, le visite mediche, la sostituzione di una finestra rotta, la parcella di un medico, la fattura pagata all’officina per la riparazione dell’auto, ecc.) e i presunti guadagni che si sono persi a seguito del danno (cosiddetto lucro cessante: ad esempio il calo di fatturato per colpa di un infortunio che non ci ha consentito di andare a lavoro; la perdita di commesse per colpa dell’utenza del telefono che è stata guasta per diverso tempo; la riduzione di clientela per un danno all’immagine provocatoci, ecc.);
  • danno non patrimoniale: è quello che ristora sia la sofferenza fisica subita a seguito del danno (cosiddetto danno morale: ad esempio, il dolore provato per colpa di una frattura), sia le conseguenze che il danno può avere sulla nostra vita sociale (cosiddetto danno biologico: si pensi a una cicatrice sul viso che ci deturpa l’estetica; una frattura alla mano che non ci consente più di avere la presa di un tempo; la rottura di una cartilagine della spalla che riduce la funzionalità dell’arto, ecc.).

 

Vi è poi una terza e residuale voce di danno che, di norma (anche se non in via automatica) consegue quando si vince una causa per un risarcimento del danno: le cosiddette spese legali. In buona sostanza, quando il giudice dichiara la soccombenza di una parte (quella, cioè, che perde il giudizio), la condanna – oltre al pagamento del risarcimento del danno – a versare all’avversario anche i costi sostenuti per pagare l’avvocato, nonché a rimborsarle le eventuali spese sostenute a titolo di notifiche, tasse (contributo unificato), consulenti, ecc.

 

Un’ultima precisazione: non è detto che la sentenza contenga solo una delle tre voci di danno che abbiamo appena elencato, ma potrebbe riconoscerle tutte quante insieme. Anzi, è verosimile che succeda proprio questo: perché un comportamento illecito, di norma, implica quasi sempre la coesistenza di un danno patrimoniale e di uno non patrimoniale e, di conseguenza, con la condanna, scatta anche il rimborso delle spese processuali. Facciamo un esempio. Tizio viene urtato dall’auto di Caio. La sua macchina riporta ingenti danni e Tizio va al pronto soccorso dove gli diagnosticano una lussazione della spalla. Tizio fa causa all’assicurazione di Caio e, con la sentenza, il giudice gli riconosce:

  • a titolo di danno patrimoniale/danno emergente: il rimborso delle spese sostenute per riparare l’auto, il rimborso delle medicine e delle visite mediche;
  • a titolo di danno patrimoniale/lucro cessante: la riduzione del fatturato perché Tizio è agente di commercio e per una settimana non può andare a lavorare;
  • a titolo di danno non patrimoniale/danno morale: un importo per via del dolore patito a seguito dell’incidente;
  • a titolo di danno non patrimoniale/danno biologico: un importo riconosciutogli dal consulente tecnico d’ufficio per via dei problemi che, nel corso dei primi anni successivi all’incidente, Tizio riporterà alla funzionalità del braccio (verosimilmente ancora dolorante);
  • a titolo di rimborso delle spese legali: un importo per la parcella che, a fine della causa, l’avvocato gli presenterà o che eventualmente ha già dovuto pagargli all’inizio del giudizio.

 

 

Sul risarcimento del danno si pagano le tasse?

Chiarito ciò, possiamo arrivare a rispondere al problema di chi vince una causa: «Mi hanno risarcito un danno: ci devo pagare le tasse?». La risposta, come si diceva, dipende da quale tipo di risarcimento si tratta ed è contenuta nel testo unico delle imposte sui redditi [1]: la norma stabilisce che sono tassabili, quali redditi, i proventi e le indennità conseguite a titolo di risarcimento danni consistente nella perdita di redditi. In buona sostanza, solo il lucro cessante – in quanto è una forma di sostituzione del reddito che, altrimenti, si sarebbe guadagnato, va tassato e, quindi, deve essere riportato nella dichiarazione dei redditi. Su tutte le altre forme di risarcimento non si pagano le tasse.

 

Il danno patrimoniale/danno emergente non costituisce un reddito, poiché si tratta, al contrario, di spese, di uscite patrimoniali che il contribuente è stato – suo malgrado – costretto a sopportare; dunque su di esso non si pagano le tasse. E così anche per il risarcimento del danno non patrimoniale/danni morali che trova il suo presupposto in un danno emergente, non essendo collegato alla perdita di alcun reddito (lucro cessante); le spese legali in quanto tali non possono assumere alcun significato reddituale e rappresentano comunque la restituzione di quanto anticipato per l’instaurazione e lo svolgimento del giudizio.

 

Quanto sopra è stato chiarito più volte dalla Cassazione e, in particolare, dalle Sezioni Unite del 2008.

 

Dunque, per stabilire se il risarcimento del danno va indicato nella dichiarazione dei redditi da inviare all’Agenzia delle Entrate è necessario verificare se esso rientra nella categoria del danno morale, danno emergente o del lucro cessante, ben sapendo che solo in quest’ultimo caso si devono pagare le tasse, mentre invece non costituisce alcun reddito tassabile il risarcimento danni dovuto per una perdita di redditi (danno emergente) o per una sofferenza fisica (danno non patrimoniale).

 

Dunque è necessario verificare nel caso concreto le voci di danno risarcite e la natura reddituale o meno delle stesse [2]. La prova – come quasi sempre avviene in materia fiscale – è a carico del contribuente che dovrà dimostrare se il risarcimento del danno ricevuto si riferisce a voci di risarcimento puro, esente da tassazione, o meno [3].

 


[1] Art. 6 co. 2, TUIR.

[2] Ag. Entrate, risoluzione n. 106/E del 22.04.2009.

[3] Cass. Civ. sent. n. 360/2009.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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