Se faccio uno scherzo e la vittima soffre di cuore è reato?
Lo sai che?
20 Nov 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Se faccio uno scherzo e la vittima soffre di cuore è reato?

Che succede se faccio uno scherzo a una persona anziana e non so che questa è cardiopatica e, a causa dello scherzo, le viene un infarto?

 

Prima di fare uno scherzo è necessario sempre pensarci due volte: una prima, ragionando sul fatto se si tratta di uno scherzo “leggero” o “pesante”; una seconda valutando le caratteristiche fisiche della vittima, la sua età e la formazione culturale. Questi due elementi, infatti, sono suscettibili di trasformare quello che è un comune scherzo in un reato: reato che, in alcuni casi, può diventare omicidio (si pensi al caso in cui la vittima muoia dalla paura) oppure lesioni gravi (si pensi al caso di un infarto).

Ma quando, concretamente, si può essere responsabili per uno scherzo che abbia provocato danni seri a una persona già malata di cuore? Si pensi al caso di un cardiopatico, a un uomo anziano che già soffre di una patologia cardiaca a noi però sconosciuta. Insomma, se faccio uno scherzo e la vittima soffre di cuore e ha un infarto ne sono responsabile?

 

La risposta non è sempre univoca: dipende da quanto chi fa lo scherzo voleva o poteva prevedere l’evento. Nel primo caso il delitto è doloso, nel secondo è colposo. Se, invece, l’infarto non è stato voluto, né era prevedibile usando l’ordinaria diligenza – perché la vittima, per età e salute non dimostrava essere cardiopatica – allora non c’è alcuna responsabilità.

Ecco allora che, per valutare se c’è responsabilità per l’infarto provocato con lo scherzo, ci dobbiamo confrontare con le due variabili che abbiamo anticipato ad inizio articolo:

  • natura dello scherzo (se leggero o pesante)
  • conoscibilità delle condizioni psicofisiche della vittima.

 

È chiaro che:

  • tanto più la vittima dello scherzo sia attempata, debole, malata
  • tanto più lo scherzo è “cattivo”

tanto più c’è la possibilità di essere incriminati.

Una cosa è nascondersi al buio armato di coltello e sbucare fuori all’improvviso gridando «ti ammazzo!» a un vecchietto col bastone, altra cosa è uno scherzo telefonico.

 

Di recente la Cassazione [1] ha condannato per omicidio colposo un giovane che aveva tirato, dal secondo piano, un gavettone di acqua a un vicino di casa, che sapeva essere anziano: l’uomo, immediatamente dopo, è morto. La Corte ha correttamente ritenuto la prevedibilità in concreto della condotta avuto riguardo alla sua portata lesiva e allo spavento che ne sarebbe derivato, al rapporto di conoscenza pluriennale con l’imputato che era in grado di apprezzare o stato di declino fisico, all’età avanzata della vittima.

 

 

Il delitto doloso, colposo e preterintenzionale

Prima di dare una risposta, dobbiamo fare una preliminare precisazione per spiegare la differenza tra dolo, colpa e preterintenzione:

  • un delitto è doloso quando abbiamo posto in essere un determinato comportamento proprio affinché da esso si producessero determinate conseguenze: ad esempio, metto del veleno nel tuo bicchiere perché voglio ucciderti; si distingue poi, all’interno del dolo, il cosiddetto dolo eventuale quando le conseguenze dell’azione, seppur non volute erano state previste e, ciò nonostante, si è accettato il rischio che si verificassero: ad esempio, lancio un sasso dal cavalcavia sapendo che qualche auto può fare un incidente e determinare il decesso del conducente;
  • un delitto è preterintenzionale quando le conseguenze dell’azione vanno oltre la nostra volontà: ti voglio solo ferire ma ti uccido;
  • un delitto è colposo quando l’agente pone la condotta che dà luogo all’evento, ma non vuole l’evento che si verifica solo per sua imperizia, imprudenza o negligenza (ad esempio: vado veloce in auto e, pur non volendo uccidere nessuno, lo faccio per causa di una guida imprudente).

 

 

Quando sono responsabile per uno scherzo a una persona che soffre di cuore?

Innanzitutto la prima cosa che bisogna chiedersi è se la morte o l’infarto siano stati davvero causati dallo scherzo: è quello che viene detto rapporto di causalità, ossia la dipendenza del danno dalla nostra condotta. Questa valutazione, di norma, può essere fatta in base alle modalità dell’evento: si pensi a una vittima che si accasci al suolo non appena subìto lo scherzo. Un giudice attento potrà valutare anche la necessità di nominare un perito per valutare se davvero l’infarto è stato dovuto all’imprevedibile scherzo o se, invece, non sarebbe intervenuto comunque, a prescindere dal nostro comportamento.

 

La seconda cosa che dobbiamo chiederci è se eravamo consapevoli della cardiopatia della vittima: per rispondere di un evento dobbiamo averlo voluto o potuto prevedere usando la diligenza media. Infatti solo l’azione umana volontaria e cosciente può generare responsabilità di tipo penale.

 

Nel caso specifico non ci può essere alcuna responsabilità se non sappiamo che la persona a cui facciamo lo scherzo è cardiopatica, né tantomeno lo scherzo in sé, per le modalità in cui viene fatto è tale da far ipotizzare la morte.

 

Insomma per rispondere al quesito bisogna focalizzarsi su queste domande:

  • perché ho fatto questo scherzo? Qual era la mia intenzione? Voler far del male volontariamente (il caso del gavettone realmente avvenuto), oppure giocare e farsi quattro risate senza procurare conseguenze (uno scherzo telefonico di un imminente pignoramento, con l’intenzione di svelare la falsità della dichiarazione entro breve tempo)
  • il tipo di scherzo che ho fatto è tale che avrei dovuto immaginare che potesse portare a queste conseguenze?
  • ho colpa, per il tipo di scherzo, a non aver previsto in anticipo le conseguenze che poteva portare su una persona con le caratteristiche fisiche e culturali della vittima?

 

In conclusione: se non so che la vittima era cardiopatica, né potevo saperlo con una diligenza ordinaria, né avevo alcuna volontà di cagionare la morte, non scatta alcun reato per l’infarto procurato.

 

Nel caso dello scherzo telefonico, le modalità sono tali da non consentire di immaginare (nessuno potrebbe) e prevedere l’esito infausto dello scherzo. Cosa diversa, invece, nell’esempio che fatto di chi sbuca da un angolo di notte con un coltello di plastica perché in tale ipotesi è ragionevole immaginarsi che lo scherzo può essere davvero terrificante e avere effetti mortali.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 28 settembre – 14 novembre 2016, n. 47979

Presidente Fiale – Relatore Aceto

Ritenuto in fatto

Il sig. U.L. ricorre per l’annullamento della sentenza del 05/02/2014 della Corte di appello di Roma che, decidendo in sede rescissoria ed in riforma della sentenza del 06/03/2003 del Tribunale di Latina, ha dichiarato non doversi procedere nei suoi confronti per il reato di cui all’art. 586, cod. pen. (così riqualificato quello di cui all’art. 589, cod. pen., originariamente contestato), commesso in (omissis) , perché estinto per prescrizione, ed ha confermato la condanna al risarcimento del danno in favore delle parti civili.

1.1.Con unico motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l’erronea applicazione degli artt. 623 e 634, cod. proc. pen., 40 e 586, cod. pen., e vizio di motivazione insufficiente e contraddittoria con riferimento alla deposizione resa dal consulente tecnico del PM all’udienza del 06/02/2003.

Deduce, a tal fine, che la sentenza impugnata ha sostanzialmente eluso i temi posti in sede rescindente circa: a) la causa del decesso di D.L.G. ; b) la concreta prevedibilità dell’evento.

Quanto al primo profilo, il rapporto di causalità materiale tra l’evento letale e la condotta (il lancio di una busta di

Mostra tutto

[1] Cass. sent. n. 47979/16 del 14.11.2016.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
 
Commenti