La condizione dello straniero: articolo 10 Costituzione
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20 Nov 2016
 
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La condizione dello straniero: articolo 10 Costituzione

La disciplina dell’immigrazione in Italia e l’articolo 10: la condizione giuridica dello straniero: il rifugiato, il richiedente asilo, il profugo.

 

L’articolo 10 della costituzione stabilisce:

«L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici».

 

 

La  disciplina dell’immigrazione

Nell’ordinamento giuridico italiano la condizione giuridica dello straniero è prevista dalla

Costituzione ed è disciplinata dalla legislazione ordinaria.

Per quanto riguarda il dettato costituzionale, l’art. 10, comma 2, delega la legislazione ordinaria per la regolazione della condizione giuridica dello straniero in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Il successivo comma 3 dell’art. 10 stabilisce che lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Il comma 4, infine, vieta l’estradizione per motivi politici, ovvero la consegna da parte dello Stato italiano a un altro Stato di un individuo condannato o accusato di crimini commessi per opporsi a regimi illiberali o per affermare un diritto di libertà il cui esercizio nel suo Paese è negato.

 

In tale ambito è possibile distinguere il concetto di:

  • rifugiato politico, ossia chi nel giustificato timore d’essere perseguitato per motivi di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o a causa delle sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure l’apolide che, trovandosi al di fuori del suo Stato di domicilio, in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi (art. 1, Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati);
  • richiedente asilo, ossia colui che richiede non solo il soggiorno in uno Stato per sottrarsi alla giustizia e all’autorità di un altro Stato, ma ne chiede altresì la protezione (GIULIANO);
  • profugo, ossia chi è costretto ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, persecuzioni di diritti umani o catastrofi di vario tipo (FRESCURA).

 

In realtà, come sottolineato da parte della dottrina (RICCIO), tali distinzioni sono emerse nel momento in cui si è voluto individuare persone o gruppi di persone che non rientrassero nella nozione convenzionale di rifugiato: ciò da un lato ha messo in luce l’incapacità della Convenzione di Ginevra del 1951 di rispondere a tutte le esigenze di coloro che abbandonano il proprio Paese, dall’altro rivela la tendenza degli Stati a riservarsi un maggiore ambito di discrezionalità nel trattamento di tali categorie di soggetti.

 

In tale ambito è possibile distinguere il concetto di:

rifugiato politico, ossia chi nel giustificato timore d’essere perseguitato per motivi di razza, reli- gione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o a causa delle sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure l’apolide che, trovandosi al di fuori del suo Stato di domicilio, in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi (art. 1, Convenzione di ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati);

richiedente asilo, ossia colui che richiede non solo il soggiorno in uno Stato per sottrarsi alla giustizia e all’autorità di un altro Stato, ma ne chiede altresì la protezione (gIULIANO).

profugo, ossia chi è costretto ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, persecuzioni di diritti umani o catastrofi di vario tipo (FRESCURA).

In realtà, come sottolineato da parte della dottrina (RICCIO), tali distinzioni sono emerse nel momento in cui si è voluto individuare persone o gruppi di persone che non rientrassero nella nozione convenzio- nale di rifugiato: ciò da un lato ha messo in luce l’incapacità della Convenzione di ginevra del 1951 di rispondere a tutte le esigenze di coloro che abbandonano il proprio Paese, dall’altro rivela la tendenza degli Stati a riservarsi un maggiore ambito di discrezionalità nel trattamento di tali categorie di soggetti.
Pertanto, bisogna distinguere fra cittadini appartenenti all’Unione europea e cittadini non appartenenti all’Unione europea.Per quanto riguarda la legislazione ordinaria, la disciplina principale è dettata dal D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286 che istituisce il cd. Testo unico sull’immigrazione, il cui art. 1 definisce stranieri i «cittadini di Stati non appartenenti allUnione europea e gli apolidi».

 

 

I cittadini di Stati appartenenti all’Unione europea

I cittadini europei godono di una condizione più favorevole per quanto riguarda l’entrata e la presenza in Italia disciplinate dal D.Lgs. 6 febbraio 2007, n. 30. In particolare godono di un diritto soggettivo alla libera circolazione e al soggiorno (art. 4 D.Lgs. 30/2007). Questo diritto può essere limitato, con apposito provvedimento, solo per motivi di sicurezza dello Stato, per motivi imperativi di pubblica sicurezza, per altri motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza. Non devono essere autorizzati all’entrata tramite la richiesta del visto ed i controlli alle frontiere sono minimi. Viene prevista la possibilità di entrare in Italia anche senza documenti identificativi (con l’obbligo di dimostrare entro 24 ore, con qualsiasi documento, di essere titolare del diritto alla libera circolazione).

 

Possono permanere senza alcuna formalità fino a tre mesi e, con pochi adempimenti, per una durata più lunga fino ad ottenere, dopo 5 anni, il diritto al soggiorno permanente.

La parte della normativa in comune con i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea è quella riguardante l’uscita dallo Stato, in particolare le misure di allontanamento come sanzione al manifestarsi di determinati comportamenti: possono essere allontanati, al pari degli stranieri, per motivi amministrativi ovvero per motivi di sicurezza pubblica (sicurezza dello Stato, ordine pubblico).

L’allontanamento di tipo amministrativo può avvenire per mancanza dei requisiti richiesti per la permanenza, ma non può prevedere un divieto di reingresso sul territorio nazionale (mentre è una importante conseguenza dell’espulsione amministrativa dei cittadini extra UE). La presenza a seguito di allontanamento crea i presupposti per una contravvenzione (punita con l’arresto da un mese a sei mesi e con l’ammenda da 200 a 2.000 euro) e non per un delitto come nel caso di stranieri extra UE.

 

 

I cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea

La disciplina relativa alla condizione dei cittadini non appartenenti all’Unione europea è contenuta nel D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286.

In particolare, l’art. 4, commi 1 e 2, consente l’ingresso in Italia allo straniero in possesso di:

  • passaporto valido o documento equipollente;
  • visto d’ingresso rilasciato dalle autorità diplomatiche o consolari italiane nello Stato di origine o di stabile residenza dello straniero.

 

Il visto, che prende la forma di uno sticker che viene applicato sul passaporto o altro documento di viaggio, in base all’accordo di Schengen si distingue in:

tipo A, per il solo transito aeroportuale;

tipo C, per soggiorni di breve durata o viaggio con validità massima di 90 giorni;

nazionale di lunga durata, con validità superiore a 90 giorni.

 

L’art. 1 del D.M. 11 maggio 2011, recante la definizione delle tipologie dei visti d’ingresso e dei requisiti per il loro ottenimento, indica le tipologie dei visti corrispondenti ai diversi motivi d’ingresso: Adozione, Affari, Cure Mediche, Diplomatico, Gara Sportiva, Invito, Lavoro Autonomo, Lavoro Subordinato, Missione, Motivi Familiari, Motivi Religiosi, Reingresso, Residenza Elettiva, Ricerca, Studio, Transito Aeroportuale, Transito, Trasporto, Turismo, Vacanze-lavoro, Volontariato.

 

La permanenza in Italia è consentita previa concessione di un permesso di soggiorno con l’indicazione di motivi d’ingresso identica a quella del visto.

 

Il permesso, che viene rilasciato dalla Questura, ha di norma la stessa durata prevista dal visto d’ingresso, che varia a seconda dei motivi per i quali lo straniero è entrato in Italia.

La richiesta di rilascio (e di rinnovo) del permesso di soggiorno, in base a quanto previsto dal comma 2ter dell’art. 5, D.Lgs. 286/1998 introdotto dalla L. 94/2009, è sottoposta al versamento di un contributo, il cui importo è fissato fra un minimo di 80 e un massimo di 200 euro.

Contestualmente alla presentazione della domanda di rilascio del permesso di soggiorno, deve essere presentato un Accordo di integrazione, articolato per crediti, con l’impegno a sottoscrivere specifici obiettivi di integrazione, da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno (D.P.R. 14 settembre 2011, n. 179). La stipulazione dell’Accordo di integrazione rappresenta condizione necessaria per il rilascio del permesso di soggiorno e la perdita integrale dei crediti determina l’espulsione dal territorio dello Stato (nuovo art. 4bis del D.Lgs. 286/1998, introdotto dalla L. 94/2009).

La ratio del provvedimento è di garantire l’effettiva integrazione dello straniero nel territorio italiano dando impulso a quel processo finalizzato a promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione italiana, con il reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società.

 

In base a quanto disposto dal Testo Unico lo straniero può essere:

  1. respinto dalla polizia di frontiera nel caso si presenti ai valichi di frontiera in mancanza dei requisiti richiesti per l’ingresso nel territorio dello Stato (art. 10, D.Lgs. 286/1998);
  2. espulso per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato (art. 13, D.Lgs. 286/1998), condanna per delitti particolarmente gravi se risulta socialmente pericoloso (art. 15, D.Lgs. 286/1998), a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione (art. 16, D.Lgs. 286/1998).

 

 

I diritti degli stranieri

Nei confronti dello straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio italiano, quindi anche se entrato clandestinamente, deve essere garantito il rispetto dei diritti fondamentali della persona umana previsti da norme interne o da consuetudini e convenzioni internazionali (art. 2, comma 1, D.Lgs. 286/98).

La Corte costituzionale, in proposito, fin dalla sentenza 252/2001, ha chiarito come esistano garanzie costituzionali che valgono per «tutti», cittadini e stranieri, non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani. In virtù di tale principio, la Corte ha confermato tale orientamento ritenendo indispensabile un bilanciamento tra l’osservanza del provvedimento dell’autorità, in materia di controllo dell’immigrazione illegale, e l’insopprimibile tutela della persona umana.

 

La Corte ha riconosciuto, ad esempio, come diritti fondamentali il diritto alla vita (permane il divieto di estradizione verso Stati in cui vige la pena di morte), il diritto a professare la propria religione, il diritto alla difesa (sent. 222/2004), il diritto alla famiglia (sent. 245/2011).

 

Lo straniero regolarmente soggiornante, invece, gode anche dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano, salvo che le convenzioni internazionali in vigore per l’Italia e il Testo Unico non dispongano diversamente, fermo restando l’applicazione della clauso- la di reciprocità (art. 2, comma 2).

Inoltre, lo straniero regolare può prendere parte alla vita pubblica locale (art. 2, comma 4) e gode della parità di trattamento relativamente alla tutela giurisdizionale, nei rapporti con la pubblica amministrazione e nell’accesso ai pubblici servizi, pur nei limiti e nei modi previsti dalla legge (art. 2, comma 5).

 

manuale diritto costituzionale 2016


 


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