Quando devo pagare l’assegno di mantenimento?
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21 Nov 2016
 
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Redazione
 


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Quando devo pagare l’assegno di mantenimento?

Separazione e divorzio: per l’assegno di mantenimento conta solo la sproporzione tra il reddito del marito e della moglie e non anche l’addebito o altre variabili.

 

L’obbligo di versare l’assegno di mantenimento scatta solo in presenza di una evidente sproporzione di reddito tra gli ex coniugi: se uno dei due ha una disponibilità economica superiore all’altro, deve garantire a quest’ultimo le risorse necessarie per poter mantenere, tendenzialmente, lo stesso tenore di vita di cui godeva durante la vita matrimoniale. È quanto chiarito da una recente sentenza del Tribunale di Napoli [1].

 

La sproporzione tra i redditi dei due ex coniugi è l’unico l’elemento che fa scattare l’obbligo di versare il mantenimento, mantenimento che, su accordo delle parti, anziché essere un’erogazione mensile, può anche consistere in una somma versata in un’unica soluzione (cosiddetta «una tantum»).

Pertanto, il coniuge più “ricco” è tenuto a versare il mantenimento all’ex anche se egli non ha alcuna responsabilità nella separazione (il cosiddetto addebito). Si pensi al caso del marito, con un reddito elevato, costretto a pagare il mantenimento alla moglie che abbia chiesto la separazione perché non più innamorata.

È però vero il contrario: il coniuge cui sia stato attribuito l’addebito non può chiedere il mantenimento. È l’ipotesi della moglie che abbia tradito il marito: benché disoccupata non può ottenere il mantenimento; tutt’al più, nel caso di assoluta indigenza, le spettano solo gli alimenti, ossia i soldi necessari alla sola sopravvivenza.

 

Quanto sopra vale sia nell’ambito della separazione che del divorzio: è sempre la sproporzione dei redditi a determinare infatti l’obbligo di versare il mantenimento periodico (che, nel caso di divorzio, si chiama assegno divorzile).

 

 

Quando va pagato l’assegno di mantenimento?

Di regola l’assegno di mantenimento ha la funzione di fornire al coniuge che non ha adeguati redditi propri un sostegno di carattere economico per il tempo successivo al venir meno della convivenza, con lo scopo di fargli mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, nei limiti di quanto consentito dalle capacità economiche del coniuge obbligato.

Non ha invece la funzione di ricompensare il coniuge dei sacrifici fatti nel corso della convivenza, né ha la funzione di risarcire il coniuge delle conseguenze negative della cessazione della convivenza.

 

Nel caso di coniugi con un reddito equivalente, il giudice non può imporre a nessuno dei due di mantenere l’altro, anche se questi ha subìto il cosiddetto addebito. Questo a riprova del fatto che la funzione dell’assegno di mantenimento non è quella di sanzionare il coniuge colpevole della rottura dell’unione, ma solo quella di ripristinare una disparità economica tra i rispettivi redditi.

 

 

Il mantenimento in caso di separazione consensuale

Qualora i coniugi si mettano d’accordo e procedano con una separazione consensuale essi sono liberi di quantificare l’assegno in base a parametri personali che non è necessario esplicitare. Il giudice si limita a prendere atto della volontà delle parti, sostanzialmente fidandosi di una quantificazione operata nel contraddittorio e in merito alla quale vi è il pieno accordo dei coniugi. Se però ci sono figli, il giudice è libero di rideterminare l’assegno di mantenimento in favore di questi ultimi in ragione di quanto ritiene necessario agli stessi per vivere e crescere.

 

Quando i coniugi si dichiarano economicamente autosufficienti, significa che hanno stabilito che le rispettive situazioni patrimoniali sono paritarie e che non c’è necessità di procedere ad un riequilibrio: il giudice ne prende atto e la separazione può essere omologata senza difficoltà.

 

 

Il mantenimento in caso di separazione giudiziale

Nella separazione giudiziale – quella cioè che avviene a seguito di una regolare causa tra i due ex coniugi per non essere gli stessi riusciti a trovare un accordo sui punti del distacco – il giudice stabilisce il mantenimento a vantaggio del coniuge con il reddito più basso, ma sempre che questi lo richieda espressamente (non può disporlo d’ufficio).

 

Uno dei coniugi può chiedere al giudice l’assegno di mantenimento se sussistono due presupposti di legge:

  • la separazione non deve essere addebitabile al coniuge che chiede il mantenimento. Se la separazione è addebitata a entrambi i coniugi nessuno dei due ha diritto al mantenimento;
  • il coniuge richiedente non deve avere “adeguati redditi propri”. Ciò impone di confrontare la situazione economica del coniuge richiedente e dell’altro coniuge per verificare se sussiste uno squilibrio patrimoniale. La “adeguatezza” dei redditi deve essere valutata con riguardo al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale.

 

Chi richiede per sé l’assegno deve dimostrare la sproporzione tra i due redditi e la capacità economica del coniuge obbligato al versamento della somma.

 

Individuato il coniuge economicamente più debole il giudice deve valutare se i suoi redditi sono «adeguati» rispetto al tenore di vita goduto dal coniuge stesso durante il matrimonio. Condizione necessaria per avere diritto all’assegno è che il coniuge più debole non sia in grado, con i mezzi propri, di mantenere durante la separazione il tenore di vita goduto in costanza di convivenza matrimoniale.

Il coniuge avrebbe infatti mantenuto questo tenore di vita se il matrimonio fosse continuato o si poteva ragionevolmente pensare che lo avrebbe mantenuto sulla base di aspettative esistenti nel corso del rapporto matrimoniale.

 

L’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando, innanzitutto, l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e che potrebbe essere presumibilmente portato avanti in caso di continuazione dello stesso, ovvero che potrebbe essere ragionevolmente rappresentato sulla base di aspettative esistenti nel corso del rapporto matrimoniale; detto tenore di vita può infatti desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall’ammontare dei loro redditi e disponibilità patrimoniali ed andrebbe quantificato nella «misura necessaria in relazione alla situazione economica di ciascuna parte a rendere tendenzialmente possibile il suo mantenimento».

 

In sintesi, uno dei coniugi ha diritto all’assegno di mantenimento solo se manca di “adeguati redditi propri”.


[1] Trib. Napoli, sent. n. 217/16.

 


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