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Lo sai che? Pubblicato il 21 novembre 2016

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Lo sai che? Licenziamento per furto

> Lo sai che? Pubblicato il 21 novembre 2016

Chi ruba un oggetto anche se di minimo valore può essere licenziato dall’azienda presso cui lavora?

Il furto minimo fa scattare il licenziamento? Una domanda che si sono posti molti giudici ed a cui sono state date risposte non sempre univoche. Una delle ultime sentenze è del Tribunale di Bari [1]. Il giudice pugliese abbraccia una interpretazione rigorosa e intransigente alla norma che impone al lavoratore l’obbligo della fedeltà: fedeltà che verrebbe lesa nel caso di furto di oggetti, anche se di minimo valore, come ad esempio, tre litri di carburante dall’auto di servizio. Il senso della decisione è facilmente comprensibile: è legittimo mettere in dubbio la correttezza del dipendente in caso di furto anche quando il danno procurato all’azienda è minimo o insignificante.

La sentenza in commento ha il pregio di sottolineare un altro aspetto rilevante: il licenziamento non viene meno neanche se il procedimento penale a carico del lavoratore si chiude con l’archiviazione per «particolare tenuità del fatto» [2]. Non è infatti l’entità del danno a cambiare le carte in tavola: il licenziamento è proporzionato al comportamento del dipendente, a prescindere dall’applicazione, nel procedimento penale, della causa di giustificazione della «particolare tenuità del fatto» che, come noto, comporta la non punizione del colpevole per reati (tra cui il furto) puniti con pena pecuniaria o detentiva fino a cinque anni. Bisogna infatti tenere conto delle ripercussioni della condotta sul rapporto di lavoro: non viene difficile immaginare la perdita di fiducia che il lavoratore potrebbe subìre a causa di una condotta di tale tipo.

Anche la Cassazione, in passato [3], ha fornito la medesima interpretazione: secondo i giudici supremi, verifica della proporzionalità tra fatto addebitato e recesso (in caso di licenziamento per giusta causa) non viene in rilievo la speciale tenuità del danno patrimoniale, ma la ripercussione del fatto posto in essere dal dipendente sul rapporto di lavoro.

Addirittura secondo la Corte [4], integra un’ipotesi di violazione rilevante dell’obbligo di fedeltà del lavoratore – ed è causa di licenziamento – la sua presenza sul luogo in cui si è verificato un furto di materiale di proprietà del datore di lavoro. Anche se il lavoratore non ha concretamente partecipato all’azione delittuosa, l’aver mantenuto oscuri rapporti con le persone coinvolte nella sottrazione è condotta sufficiente a far venir meno il vincolo di fiducia con l’azienda.

Per trovare un precedente di segno opposto bisogna risalire al 1999, quando la Cassazione [5] ha avuto modo di chiarire che la sottrazione dei beni aziendali di modico valore non integra gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo di licenziamento, in quanto il fatto commesso non riveste il carattere di grave negazione degli elementi costitutivi del rapporto lavorativo, in particolare della fiducia; ne deriva che il licenziamento inflitto dal datore di lavoro al dipendente responsabile del furto costituisce una sanzione sproporzionata rispetto al fatto commesso, tanto più se al lavoratore non siano stati mossi addebiti analoghi in precedenza e se le mansioni svolte richiedano un minimo di affidabilità.

note

[1] Trib. Bari, sent. n. 689 del 15.02.2016.

[2] Art. 131-bis cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 13168/2015.

[4] Cass. sent. n. 23422/2011.

[5] Cass. sent. n. 13299/1999.

Autore immagine: Pixabay.com

Cass. sent. n. 17914/2016

La sottrazione di beni aziendali, ripetuta nel tempo, mina in radice l’affidamento del datore di lavoro, in quanto oltre a rilevare sul piano degli obblighi fondamentali del rapporto si riflette negativamente sull’immagine del datore di lavoro (confermato, nella specie, il licenziamento per giusta causa nei confronti del dipendente, portiere di un albergo di lusso, che aveva sottratto indebitamente copie di quotidiani destinati alla clientela).

Cass. sent. n. 13700/2015

Deve essere confermata la decisione dei giudici del merito circa la sproporzione tra l’illecito commesso dal lavoratore, che si era allontanato anticipatamente dal posto di lavoro per fruire della pausa, e la sanzione del licenziamento irrogata dalla società datrice, atteso che la Corte di merito aveva congruamente motivato la sproporzione della sanzione rispetto al fatto contestato ed alle specifiche risultanze di causa, evidenziando che l’allontanamento dal posto di lavoro era avvenuto con un solo quarto d’ora di anticipo rispetto a quello previsto (ore 10,15 rispetto alla pausa delle 10,30); che il locale in cui fu rinvenuto il lavoratore era all’incrocio con la via ove il dipendente doveva prestare servizio; che il disvalore della condotta era attenuato dai fatto che la condotta dello stesso non era intrinsecamente illecita (gioco delle carte, a differenza del collega sorpreso invece al gioco del videopoker), né aveva provocato un disservizio rilevante; che il lavoratore privo di precedenti disciplinari, faceva parte d una squadra destinataria di un encomio da parte della società; che l’art. 65 del c.c.n.l. prevedeva il licenziamento senza preavviso solo per mancanze di entità tale da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria dei rapporto, quali la insubordinazione seguita da vie di fatto, furto, condanna per reati infamanti; che il danno all’immagine non poteva ritenersi sussistente stante la mancanza di clamore della vicenda e che pochi minuti dopo l’accertamento dei fatti (in sostanza dopo le 10,30), ben avrebbe potuto il lavoratore, in legittima pausa dal lavoro, intrattenersi nel locale in questione con la divisa di lavoro senza commettere alcun illecito.

Cass. sent. n. 854/2015

L’appropriazione di beni aziendali non è del tutto sovrapponibile alla sottrazione funzionale al consumo immediato del bene (confermata, nella specie, l’illegittimità del licenziamento di un lavoratore che si era impossessato di alcuni cartoni di vino in esposizione nel supermercato in cui lavorava per consumarli sul luogo di lavoro).

Cass. sent. n. 14873/2011

Deve ritenersi carente l’accertamento compiuto dai giudici di merito, risultandone viziato il conseguente giudizio di fatto, espresso sulla base di mere valutazioni possibilistiche e senza i necessari approfondimenti – pure richiesti dai lavoratori – con riguardo alla specifica individuazione di elementi certi (la Corte ha cassato la sentenza impugnata con cui si era dichiarato legittimo il licenziamento intimato a due dipendenti accusati di furto; a detta della Corte, la decisione si fondava essenzialmente sull’oggettiva constatazione di un ammanco, il cui ammontare, peraltro, non veniva neanche specificato, e sul rinvenimento di rilevanti somme di denaro presso le abitazioni dei dipendenti, a seguito di perquisizione, mancando, però, una prova certa che vi fosse coincidenza tra le banconote mancanti e quelle trovate in possesso dei lavoratori).

Cass. sent. n. 23739/2008

È legittimo il licenziamento intimato al dipendente per motivi disciplinari anche quando la contestazione è avvenuta trascorsi tre anni dall’avviso di garanzia, in quanto la tempestività della contestazione va intesa in senso relativo, ossia tenendo conto delle ragioni oggettive (ad esempio, indagini del p.m.) che possono ritardare la percezione o il definitivo accertamento e valutazione dei fatti contestati (nella specie, il lavoratore, accusato di furto, truffa e falso materiale, aveva comunicato al proprio datore di aver ricevuto un’informazione di garanzia e un invito a presentarsi in Procura; dopo tre anni il dipendente veniva sottoposto a procedimento penale e solo in quel momento il datore comunicava il licenziamento).

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