Quali limiti alla parcella dell’avvocato?
Lo sai che?
21 Nov 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Quali limiti alla parcella dell’avvocato?

Alla fine della causa l’avvocato mi ha presentato una parcella che raggiunge quasi la metà di quanto l’avversario mi dovrà dare: è legittimo oppure c’è un limite massimo per il suo compenso?

 

Così come non esistono limiti minimi alle tariffe degli avvocati, la legge non prevede neanche limiti massimi: la parcella dell’avvocato viene quantificata sulla base di quanto le parti hanno convenuto all’atto del conferimento del mandato. In pratica, anche in tema di compensi dovuti all’avvocato vale il principio generale del nostro ordinamento della libera trattativa tra le parti.

Come, del resto, un negoziante è libero di venderci un vestito a un prezzo dieci volte superiore al valore del bene, altrettanto può fare il professionista. Ecco perché è sempre bene concordare in anticipo la parcella. Peraltro, se richiesto dal cliente, il preventivo va messo per iscritto, salvi eventuali «correttivi» in aumento qualora il giudizio dovesse presentare difficoltà o costi sopravvenuti, comunque da giustificare.

 

Che succede, però, in caso di contestazioni tra le parti circa la misura e l’ammontare della parcella dovuta all’avvocato? In assenza di un accordo scritto firmato da ambo le parti, sarà difficile determinare quella che era inizialmente l’intesa verbale tra cliente e professionista. In questi casi, a rimetterci sarà il legale: quest’ultimo, infatti, per farsi pagare, dovrà ricorrere al giudice il quale determina il compenso secondo delle tabelle ministeriali che, di norma, fissano importi inferiori a quanto normalmente praticato dal mercato. Insomma, l’avvocato che chieda una parcella obiettivamente esosa rispetto al valore della lite, ma che non si è curato di far sottoscrivere in anticipo, al proprio cliente, un contratto con l’esatto importo da erogargli, rischia di vedere ridimensionato notevolmente il proprio compenso dal giudice.

È chiaro, però, che in caso di controversia con il legale per il mancato pagamento della parcella, il tribunale potrebbe addebitare al cliente anche le spese processuali, il che può far lievitare ulteriormente il conto finale. Sicché è più consigliabile, in assenza di un accordo, corrispondere comunque un importo – seppur più limitato rispetto alla richiesta – di modo ché il magistrato possa in ciò ravvisare una buona fede dell’assistito al pagamento del dovuto e, quantomeno, non condannarlo alle spese del giudizio di recupero crediti.

 

Si tenga conto, inoltre, l’attuale legge stabilisce che l’importo dovuto a titolo di onorario per l’attività professionale svolta dall’avvocato deve essere comunque adeguato all’importanza e alla difficoltà della prestazione eseguita nonché al decoro della professione. Sono invece vietati i patti con i quali l’avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa (cosiddetto patto di quota lite).

 

Per maggiori chiarimenti sul tema leggi:

 

Il cliente ha sempre diritto a chiedere all’avvocato la specifica della parcella, con elencazione delle singole prestazioni erogate e delle conseguenti voci richieste a titolo di compenso per ciascuna di esse.

 

Quanto al termine massimo entro cui l’avvocato può richiedere il pagamento della parcella, la legge prevede la prescrizione di tre anni del diritto dei professionisti al compenso relativo all’opera prestata, con decorrenza dall’esecuzione della prestazione. In assenza di atti interruttivi da parte del presunto creditore (ad esempio solleciti di pagamento), decorso tale termine il pagamento non potrà più legittimamente essere richiesto.

 

L’avvocato deve essere pagato anche se perde la causa: per quanto dura da mandare giù, trattandosi di una “doppia sconfitta”, il cliente non può aggrapparsi al fatto che il giudizio non ha avuto un buon risultato o il risultato sperato o promesso. L’avvocato ha diritto a essere retribuito per le prestazioni da lui svolte indipendentemente dall’effettivo raggiungimento del risultato sperato dal cliente (si pensi al caso di un recupero crediti non ottenuto). Infatti, la giurisprudenza, ormai concorde, afferma che «l’obbligazione dell’avvocato è di mezzi e non di risultato poiché l’avvocato assume l’obbligo di prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non già di conseguirlo».

 

Capita spesso che la parcella dell’avvocato sia «vidimata» dal Consiglio dell’Ordine. Tuttavia, il valore di tale certificazione è abbastanza limitato, anche alla luce di quanto chiarito dalla Cassazione [1] secondo cui la parcella, certificata dal Consiglio dell’Ordine, assume il valore di semplice dichiarazione unilaterale del professionista, con conseguente inversione dell’onere della prova in merito alla effettività della prestazione. In pratica dovrà essere il cliente a dimostrare che le specifiche attività per le quali l’avvocato chiede il compenso non sono mai state erogate. Inoltre, la Cassazione afferma che il valore probatorio della parcella corredata dal parere dell’Ordine può essere vanificata in sede di opposizione. Quindi, il parere del Consiglio dell’Ordine non ha valore di certificazione amministrativa e non esonera il professionista dal provare il fondamento della sua pretesa, anche in assenza di contestazione specifica.


[1] Cass. sent. n. 7764/2012.

 

Autore immagine laleggepertutti.it/Palumbo

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti