Come impugnare il licenziamento
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24 Nov 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


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Come impugnare il licenziamento

Giustificato motivo oggettivo o soggettivo, giusta causa: cosa sono e come opporsi ad un licenziamento illegittimo? In quali tempi e con quali risultati?

 

«Grazie, arrivederci». «E’ stato un piacere». Magari tutti i rapporti di lavoro potessero risolversi con queste due battute. Sappiamo che, purtroppo, non è così. I dati sulla disoccupazione ci ricordano quante centinaia di migliaia di persone sono state sbattute via dai loro datori di lavoro. Licenziate con o senza giusta causa. E, uscite per l’ultima volta dalla porta dell’azienda, è facile che si chiedano: come impugnare il licenziamento? C’è, sicuramente, una questione economica da risolvere, spesso se si ha una famiglia alle spalle. Ma c’è anche una dignità da difendere, quando si è convinti che non c’è una ragione per finire per strada.

Quando si decide di impugnare un licenziamento, la prima cosa da tenere in conto è la data di assunzione. I contratti siglati fino al 7 marzo 2015, infatti, godono ancora dei benefici della legge sulle norme sui licenziamenti individuali [1] e dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori [2], che tutela i lavoratori licenziati in modo illegittimo, ai quali si è aggiunta la riforma Fornero [3], che ha modificato la procedura sulle cause di lavoro con cui si vuole impugnare un licenziamento. I contratti stipulati, invece, dopo il 7 marzo 2015 sono regolati dal cosiddetto Jobs Act del Governo Renzi [4].

 

 

I tipi di licenziamento da impugnare

La procedura per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è stata introdotta dalla riforma Fornero e riguarda la chiusura (forzata) di un rapporto di lavoro per motivi economici dell’azienda: il posto di lavoro non c’è più oppure la società non è più in grado di pagare quello stipendio.

Diverso il licenziamento per giustificato motivo soggettivo. In questo caso, la chiusura del rapporto di lavoro avviene per un azione disciplinarmente rilevante commessa dal lavoratore, ma non così grave da motivare un licenziamento per giusta causa. Il giustificato motivo soggettivo comprende, ad esempio, lo scarso rendimento o la negligenza del dipendente, la provocazione di una rissa sul posto di lavoro, la minaccia verso un collega o un superiore.

C’è, infine, il licenziamento per giusta causa. Viene motivato da un’azione commessa dal dipendente di gravità tale da non consentire una normale prosecuzione del rapporto di lavoro: insubordinazione, sottrazione di beni dell’azienda, svolgimento di un’attività concorrenziale rispetto a quella dell’azienda, ecc.

 

 

Come impugnare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Il primo passo per impugnare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo non si fa in Tribunale ma alla Direzione Territoriale del Lavoro. La legge, infatti, ha imposto un tentativo di conciliazione tra le parti presso la Dtl quando il licenziamento viene fatto da un’azienda con più di 15 dipendenti nella stessa unità produttiva o nell’ambito comunale (5 dipendenti per le aziende agricole) o più di 60 dipendenti su scala nazionale. La convocazione deve essere fatta entro 7 giorni dalla comunicazione con cui l’azienda manifesta di voler licenziare il dipendente. La procedura deve risolversi entro 20 giorni.

Davanti alla Direzione Territoriale del Lavoro si arriva (possibilmente accompagnati da un avvocato) con la lettera di licenziamento che, per essere in regola, deve riportare le motivazioni della volontà di recedere dal contratto e un’eventuale misura di repechage, cioè di ripescaggio all’interno dell’azienda, con un’altra mansione e un altro stipendio. Se sulla lettera mancano queste indicazioni, il licenziamento non sarà valido.

Se il tentativo di conciliazione davanti alla Dtl va a buon fine, ci sono due possibilità: che, come previsto dalla riforma Fornero, il datore di lavoro revochi il licenziamento entro 15 giorni dalla data in cui ha ricevuto l’impugnazione da parte del dipendente. In quel caso, è come se nulla fosse successo: al lavoratore verrà pagata la retribuzione maturata e tutto tornerà come prima. L’altra possibilità è che l’accordo preveda la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. In questo caso, il dipendente avrà diritto al preavviso contemplato sul contratto nazionale in base all’inquadramento più, eventualmente, le mensilità stabilite davanti ai mediatori come risarcimento.

Se, invece, il tentativo di conciliazione è nullo, cioè se non si trova un accordo dalle parti, il dipendente può impugnare il licenziamento.

 

 

Come impugnare il licenziamento?

Il dipendente (eventualmente tramite il suo avvocato oppure tramite il sindacato a cui abbia conferito il mandato) deve inviare al datore di lavoro una comunicazione scritta entro 60 giorni dalla data in cui ha ricevuto la lettera di licenziamento, in cui dia atto della sua intenzione di impugnare il licenziamento stesso.

Inviata la comunicazione, il lavoratore ha queste due opzioni:

  • procedere in via amministrativa, chiedendo al datore di lavoro un ulteriore tentativo di conciliazione o arbitrato entro 180 giorni dalla data di impugnazione. Se il datore di lavoro si rifiuta di sedersi di nuovo ad un tavolo oppure le parti non trovano un accordo, il dipendente può procedere all’impugnazione per via giudiziaria entro 60 giorni dalla data del rifiuto o della mancata intesa;
  • procedere in via giudiziaria entro 180 giorni dalla data di impugnazione.

 

 

Quali sono i passaggi dell’impugnazione per via giudiziaria?

Quando il dipendente sceglie di impugnare il licenziamento per via giudiziaria, il giudice del Tribunale del Lavoro competente cita le parti dopo avere letto le rispettive motivazioni e, di norma, inizia con un tentativo di accordo. Se tale accordo non viene raggiunto, dopo un certo numero di udienze, con l’eventuale audizione di testimoni di entrambe le parti, il giudice emette un’ordinanza in cui dichiara legittimo o illegittimo il licenziamento. La parte soccombente (cioè chi ha perso la causa) può presentare opposizione all’ordinanza. A questo punto, lo stesso giudice cita di nuovo le parti, ripropone un accordo e, se di nuovo viene rifiutato, emette la sentenza. Qui si concluderà il primo grado. Naturalmente, c’è, poi, la possibilità di ricorrere in appello ed in Cassazione.

 

 

In quali casi il giudice può dichiarare illegittimo il licenziamento?

Il giudice può decidere di dichiarare illegittimo il licenziamento se:

  • ci sono dei motivi discriminatori alla base del provvedimento, compresi i casi in cui una lavoratrice venga licenziata perché si è sposata o perché è rimasta incinta. Dall’inizio della gravidanza fino all’anno di età del bambino, il licenziamento è nullo;
  • per un vizio di forma (un licenziamento comunicato solo in forma verbale);
  • il licenziamento si basa su un motivo soggettivo.

In questi casi, il datore di lavoro è condannato a reintegrare il dipendente nel suo posto di lavoro e ad un risarcimento che consiste in:

  • un’indennità pari alle mensilità maturate dal giorno del licenziamento a quello dell’effettivo reintegro (in ogni caso non meno di cinque) sulla base dell’ultima retribuzione globale di fatto. Vanno detratte le somme eventualmente percepite dal dipendente se nel frattempo ha svolto altre attività (aliunde perceptum);
  • il versamento dei contributi previdenziali dal giorno del licenziamento a quello dell’effettivo reintegro.

Il giudice può anche ritenere che la motivazione del licenziamento sia carente o mancante o che le procedure non siano state rispettate o, ancora, un difetto di giustificazione da parte dell’azienda. In questi casi, il datore di lavoro viene condannato a reintegrare il dipendente e al pagamento di un’indennità tra 6 e 12 mensilità, comprese di contributi previdenziali e dedotto l’aliunde perceptum.

Può anche succedere che il giudice dichiari illegittimo il licenziamento per mancata giustificazione per sopraggiunta inidoneità fisica o psichica del lavoratore assunto grazie alla legge sul collocamento dei disabili oppure per il mancato superamento dei limiti temporali per la conservazione del posto di lavoro in caso di malattia o infortunio. In questi casi, viene annullato il licenziamento ed il datore di lavoro deve reintegrare il dipendente oltre a versargli un’indennità non superiore alle 12 mensilità comprese di contributi previdenziali e dedotto l’aliunde perceptum.

 

 

Che succede se viene riconosciuta l’insussistenza del licenziamento per giustificato motivo oggettivo?

L’insussistenza del licenziamento per giustificato motivo oggettivo può essere dichiarata in forma manifesta. In questo caso, il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro a reintegrare il dipendente e a versargli un’indennità non superiore alle 12 mensilità comprese di contributi previdenziali e dedotto l’aliunde perceptum. Le mensilità possono arrivare a 24 se viene riscontrata l’inesistenza degli estremi del giustificato motivo oggettivo.

 

 

Il lavoratore è obbligato ad accettare il reintegro?

No. La legge consente al lavoratore di rifiutare il reintegro entro 30 giorni dall’ordinanza del giudice o dall’invito del datore di lavoro a rientrare in azienda. In questo caso, gli verrà corrisposta un’indennità di 15 mensilità, oltre al risarcimento già citato.

Come impugnare il licenziamento per giustificato motivo soggettivo

Impugnare il licenziamento per giustificato motivo soggettivo comporta, come si diceva all’inizio, guardare la data di assunzione ed il numero dei dipendenti impegnati in azienda.

 

 

Come impugnare il licenziamento per giustificato motivo soggettivo se sono stato assunto prima del 7 marzo 2015?

Come le procedure di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, anche quelle per giustificato motivo soggettivo prevedono un tentativo di conciliazione. Se questo tentativo va a vuoto, si parte con l’impugnazione giudiziaria.

Il licenziamento dei lavoratori con contratto siglato prima del 7 marzo 2015 (data in cui è entrato in vigore il Jobs Act) è regolato dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori come modificato dalla riforma Fornero ma anche da alcune leggi precedenti [6].

In caso di licenziamento illegittimo del lavoratore di un’azienda con un massimo di 15 dipendenti, il datore di lavoro viene condannato al reintegro entro tre giorni oppure ad un risarcimento tra 2,5 e 6 mensilità.

In caso di licenziamento illegittimo del lavoratore di un’azienda con più di 15 dipendenti, ci sono queste ipotesi:

  • che non ci siano gli estremi del giustificato motivo soggettivo per insussistenza del fatto contestato o perché quest’ultimo rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa. Il giudice condanna il datore di lavoro secondo il criterio della tutela reale attenuata: reintegrazione e al pagamento di un indennizzo fino a 12 mensilità sulla base della retribuzione globale di fatto più i contributi previdenziali dalla data di licenziamento fino a quella del rientro in azienda;
  • che ci siano altre ipotesi in cui non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo. Il giudice condanna il datore di lavoro con il criterio della tutela obbligatoria standard: indennità tra 12 e 24 mensilità sulla base della retribuzione globale di fatto;
  • che il datore di lavoro non abbia rispettato la procedura sui licenziamenti disciplinari [7]. Il licenziamento viene dichiarato inefficace ed il giudice condanna il datore di lavoro con il criterio della tutela obbligatoria ridotta: risarcimento tra 6 e 12 mensilità sulla base della retribuzione globale di fatto.

 

 

Che succede se il mio contratto è stato firmato dopo il 7 marzo 2015?

Se si decide di impugnare il licenziamento per giustificato motivo soggettivo e si lavora dal 7 marzo 2015 in un’azienda con più di 15 dipendenti, il giudice può ordinare il reintegro solo se viene dimostrata direttamente in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore. Inoltre, il datore di lavoro deve risarcire il dipendente con le retribuzioni maturate dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettivo reintegro (non più di 12 in ogni caso). Ma, a differenza del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, da questa indennità va sottratta non solo la somma eventualmente percepita dal lavoratore in altre attività svolte nel frattempo (l’aliunde perceptum) ma anche quella che il lavoratore avrebbe potuto guadagnare se avesse accettato una congrua offerta di lavoro alternativa.

Se, invece, non viene direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore ma il licenziamento viene dichiarato illegittimo, il rapporto di lavoro si estingue e l’azienda dovrà corrispondere al lavoratore un’indennità tra le 4 e le 24 mensilità senza il pagamento dei contributi previdenziali oppure 2 mensilità per ogni anno di servizio (in ogni caso il minimo è stabilito in 4 mensilità ed il massimo in 24 mensilità).

L’altra eventualità è quella di impugnare un licenziamento per giustificato motivo soggettivo avvenuto in un’azienda che occupa fino a 15 dipendenti. In questo caso, il Jobs Act prevede la stessa procedura applicata alle grandi aziende con due eccezioni:

  • non è prevista la reintegrazione in azienda;
  • l’indennità è praticamente dimezzata.

 

 

Come impugnare un licenziamento per giusta causa

Il licenziamento per giusta causa è la più grave delle ipotesi di chiusura di un rapporto di lavoro. Al dipendente potrebbe non essere riconosciuto nemmeno il preavviso, se il giudice decidesse di dare ragione all’azienda. La quale, tuttavia, deve rispettare una procedura precisa affinché il licenziamento sia valido:

  • deve contestare in forma scritta la causa che ha giustificato il licenziamento;
  • deve contestare immediatamente il fatto alla base del licenziamento che non consente la prosecuzione del rapporto di lavoro;
  • deve provare la sussistenza della giusta causa;
  • deve rendere immutabile la giusta causa del licenziamento: se ti mando via perché hai rubato, non posso sostenere dopo che hai aggredito un superiore.

Se, però, il lavoratore si sente ingiustamente cacciato via e vuole impugnare il licenziamento per giusta causa ha delle tutele.

Fatta causa all’azienda davanti al Tribunale del Lavoro, il dipendente può ottenere:

  • la reintegrazione in azienda e l’indennità risarcitoria fino a 12 mensilità se il giudice accerta che il fatto contestato al dipendente non è stato commesso oppure che il fatto fosse di una gravità tale da essere punibile con una sanzione conservativa del posto di lavoro;
  • l’indennità risarcitoria da 12 a 24 mensilità senza la reintegrazione nel posto di lavoro se, secondo il giudice, non c’è giusta causa alla base del licenziamento ma ci siano stati degli altri motivi.

[1] Legge 604/1966.

[2] Legge 300/1970.

[3] Legge 92/2012.

[4] Dlgs 23/2015.

[5] Legge 68/1999.

[6] Art. 8 legge 604/1966 modificato da art. 2 legge 108/1990.

[7] Art. 7 legge 300/1970.

 


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Commenti
25 Nov 2016 catia scagnetti

Che succede se viene riconosciuta l’insussistenza del licenziamento per giustificato motivo oggettivo?
questo punto non è molto chiaro perchè con la Legge Fornero, se ho capito bene, se il giudice riconosce l’illeggittimità del licenziamento può far pagare fino a 24 mensilità all’azienda, ma non riconoscere la reintegra.