Cosa sono le accise su gasolio e benzina?
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26 Nov 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


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Cosa sono le accise su gasolio e benzina?

Per ogni litro di carburante si pagano delle imposte discutibili. Come quelle che finanziano ancora la guerra in Etiopia del ’35. Quanto pesano sul pieno?

 

L’accisa è un’imposta sulla fabbricazione e vendita di prodotti al consumo. Nel caso specifico di accise su gasolio e benzina, si tratta di imposte sui carburanti prodotti sia all’interno sia all’esterno dell’Unione europea. Non si tratta di un dazio, ma se riguardano merci importate (in questo caso petrolio destinato a ricavare gasolio o benzina oppure il carburante già pronto alla vendita) vengono considerate oneri doganali e riscosse al momento dell’ingresso in Italia. L’accisa sui carburanti (ahimè) va ad aggiungersi ad altre tasse che fanno il prezzo finale di un litro di gasolio o di benzina, come ad esempio l’Iva. Secondo l’Unione Petrolifera, il peso di queste imposte sul prezzo della benzina è del 68%, per il gasolio del 64%.

 

A che cosa servono le accise su gasolio e benzina?

Negli anni, il ricavato da queste imposte è stato giustificato da emergenze di cassa dello Stato (ad esempio la necessità di elargire dei fondi straordinari dopo un terremoto o un alluvione), dalla volontà di limitare le importazioni e la dipendenza da energia prodotta fuori dal Paese o dal bisogno di compensare danni all’ambiente (la cosiddetta green tax).

E’ soprattutto la prima delle destinazioni delle accise su benzina e gasolio che, da anni, desta più perplessità. Perché ogni volta che facciamo il pieno, paghiamo ancora le emergenze che hanno dettato l’aumento dell’imposta. E non solo le ultime emergenze: si parte dal finanziamento della guerra in Etiopia del 1935-1936. Abbondantemente finita. La cifra è irrisoria (0,000981 euro). Ma provate a moltiplicarla per i litri di carburante che si mettono nel serbatoio dell’auto durante l’anno. Calcolando un pieno da 50 litri una volta alla settimana (chi fa il pendolare in auto ne sa qualcosa), per quattro settimane per 12 mesi vengono 2,3544 euro l’anno. Un caffè e una briosce. Ma bisogna aggiungere anche le accise per la crisi di Suez del 1956, la ricostruzione del dopo Vajont del 1963, del post alluvione di Firenze del 1966, del terremoto del Belice del 1969, di quello del Friuli del ’76 e dell’Irpinia del 1980, il finanziamento della guerra in Libano del 1983 (sarà finita anche questa), della missione in Bosnia del 1996, del rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004, dell’acquisto degli autobus ecologici del 2005. Oltre alle emergenze più recenti (terremoti in Abruzzo ed Emilia, alluvioni in Liguria e Toscana) e al finanziamento di beni culturali e del decreto Salva-Italia (quest’ultimo si è tradotto in un aumento di 8,2 centesimi per un litro di benzina e 11,3 centesimi al litro per il gasolio). In totale, tutte queste accise ammontano a 41 centesimi al litro. Iva esclusa. Riprendendo il conteggio di prima: 41 centesimi per 50 litri di un pieno settimanale fa 20,5 euro. Per quattro settimane, 82 euro. Per 12 mesi, 984 euro. Altro che caffè e briosce: viene fuori una cena per quattro persone a base di ostriche, caviale e champagne francese. Caffè e ammazzacaffè.

 

 

Accise e tasse su gasolio e benzina

Verrebbe da domandarsi: ma quanto guadagna il gestore di un distributore di carburante? Meno di quanto si potrebbe immaginare, tenendo conto delle accise su gasolio e benzina e delle tasse aggiuntive. Perché su ogni litro di carburante non c’è da calcolare soltanto la guerra in Etiopia di Mussolini o quella in Libano dei primi anni ‘80. C’è da tenere conto anche delle addizionali regionali (tranne alcuni casi virtuosi). Fare il pieno in Liguria, ad esempio, dopo l’alluvione del 2011, costa 5 centesimi in più al litro rispetto ad un’altra regione.

Poteva mancare l’Iva? Certo che no. L’imposta sul valore aggiunto, passata dal 20% al 22%, ha fatto aumentare ulteriormente il prezzo del carburante. Quanto basta per lasciare una lauta mancia ai camerieri.

 

 


 


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