Figlio non riconosciuto: può rivendicare l’eredità?
Lo sai che?
25 Nov 2016
 
L'autore
Emanuele Carbonara
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Figlio non riconosciuto: può rivendicare l’eredità?

Diritti sull’eredità: i figli nati fuori dal matrimonio possono accedere ai lasciti se non sono stati riconosciuti in vita dal defunto?

 

La posizione dei figli naturali (cioè riconosciuti) è oggi totalmente equiparata a quella dei figli legittimi, con tutto quello che consegue in ordine ai rapporti coi genitori e ai diritti ereditari. Ma un figlio non riconosciuto, invece, può rivendicare l’eredità del proprio genitore? La risposta in questo caso è no, a meno che non chieda prima in giudizio il riconoscimento della paternità (o della maternità). Solo dopo la sentenza del giudice che accerti il rapporto di filiazione, egli potrà accedere ai lasciti e rivendicare la quota che la legge gli riserva.

Cosa deve fare il figlio non riconosciuto

Con un intervento legislativo del 2013 [1], la posizione dei figli naturali (cioè quelli nati al di fuori del matrimonio) è stata definitivamente equiparata a quella dei figli legittimi (ossia i nati durante il matrimonio). Di conseguenza, secondo la legge oggi esiste un unico status di figlio, con diritti uniformi e senza distinzioni derivanti dal un diverso momento di nascita o di concepimento. Tutto ciò si riverbera anche sul fronte ereditario. Prima del 2013, infatti, anche ai figli naturali riconosciuti era garantito l’accesso alla loro porzione di eredità, ma i figli legittimi potevano esercitare il cosiddetto diritto di commutazione: in pratica, era loro facoltà soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari la quota spettante ai figli naturali. Con l’eliminazione di questo diritto la legge ha compiuto un ulteriore passo avanti verso la totale equiparazione dei figli.

 

Un figlio riconosciuto, quindi, può rivendicare l’eredità: ma un figlio non riconosciuto? La risposta è no. Un figlio che non sia stato riconosciuto dal genitore non ha diritti sull’eredità, se non dopo il riconoscimento stesso. Egli quindi dovrà prima ricorrere al giudice per far riconoscere la paternità. Solo dopo aver ottenuto una sentenza favorevole, potrà quindi rivendicare la sua parte di eredità (che la legge gli assicura).

L’azione di riconoscimento della paternità

L’azione di riconoscimento della paternità (per una panoramica completa si veda Riconoscimento del figlio naturale: può farlo solo il padre?) è quindi condizione fondamentale perché il figlio naturale possa accedere all’eredità. Essa mira ad ottenere dal giudice una sentenza che accerti il rapporto di filiazione con il defunto [2]. L’azione è imprescrittibile, cioè non esiste un termine entro cui va fatta valere. Se il presunto padre è morto però, come nel caso che stiamo trattando, essa si può proporre nei confronti degli eredi di quest’ultimo, ma entro due anni dal decesso. Quindi il figlio non riconosciuto potrà chiamare in giudizio, ad esempio, i figli legittimi del presunto padre. Se invece il genitore muore durante il processo, questo può proseguire senza problemi nei confronti degli eredi stessi.

 

La prova della paternità può essere esperita con ogni mezzo (ad esempio tramite testimonianza della madre): quella che dà più certezza, però, è ovviamente l’esame del dna. Esso è praticabile anche sul cadavere del padre defunto, dopo che il giudice ne abbia ordinato la riesumazione.

Dopo il riconoscimento: i diritti sull’eredità

Ottenuta la sentenza del giudice che dichiari il rapporto di filiazione, il figlio, ormai riconosciuto, potrà accedere ai lasciti ereditari (si veda Il figlio riconosciuto può agire per l’eredità). Egli potrà accettare l’eredità entro dieci anni dal passaggio in giudicato della suddetta sentenza, cioè da quando la pronuncia diventa definitiva [3].

 

Se poi ritiene di essere stato leso dalla suddivisione dei beni ereditari o dalle stesse disposizioni testamentarie, il figlio naturale potrà esperire l’azione di riduzione, entro dieci anni dall’accettazione dell’eredità. Bisogna sapere, infatti, che una determinata parte dell’eredità (cosiddetta «legittima») è riservata per legge ad una serie di soggetti («legittimari»), che sono il coniuge, i figli (anche adottivi) e gli ascendenti. Qualora queste persone (compresi quindi i figli naturali) siano lesi dal riparto delle quote ereditarie, non ricevendo ciò che spetta loro per legge, possono esperire l’azione di riduzione, al fine di recuperare quanto è loro dovuto.

 

In pratica, la quota che gli altri hanno ottenuto si ridurrà proporzionalmente per soddisfare il soggetto illegittimamente estromesso dal riparto. Quest’ultimo potrà quindi far dichiarare invalide le disposizioni testamentarie che hanno leso i suoi diritti e ottenere la restituzione dei lasciti dovuti da parte di chi, nel frattempo, ne sia entrato in possesso (quindi anche se i beni del defunto sono stati alienati a terzi).


[1] D.Lgs. n. 154/2013 («Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione»).

[2] Artt. 269 ss. cod. civ.

[3] Art. 480 cod. civ.

[4] Artt. 553 ss. cod. civ.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti