Prelievi in banca: consigli per evitare controlli del fisco
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23 Nov 2016
 
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Redazione
 


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Prelievi in banca: consigli per evitare controlli del fisco

Come giustificare, agli occhi dell’Agenzia delle Entrate, il prelievo di denaro contante dal conto corrente e non subire il rischio di accertamenti fiscali.

 

Anche i prelievi di contanti dal conto corrente, così come i versamenti in banca, sono soggetti ai controlli e alla lente di ingrandimento del fisco: l’Agenzia delle Entrate dispone, infatti, di un maxi database – che si chiama Anagrafe dei rapporti finanziari o, più comunemente, «Anagrafe dei conti correnti» – in grado di monitorare, registrare e comunicare tutte le operazioni che il correntista esegue allo sportello. Prelevare una somma di denaro troppo elevata rispetto ai bisogni di un soggetto medio potrebbe destare sospetti: non di tipo penale (la normativa sull’antiriciclaggio impone pagamenti con bonifico solo a partire da 12.500 euro), bensì fiscale.

Ma procediamo con ordine e vediamo come evitare, in caso di prelievi in banca, i controlli del fisco.

 

 

Una premessa fondamentale: nessun limite al prelievo di soldi dal conto

A riguardo è bene chiarire una cosa: dal punto di vista strettamente formale, non ci sono limiti al prelievo di denaro contante dal conto: il correntista può attingere dal proprio deposito anche somme per migliaia di euro (superiori al limite di 3.000 euro, che è l’attuale tetto all’uso del contante nelle transazioni tra soggetti diversi), né lo sportellista della banca potrebbe vietarglielo, trattandosi di denaro altrui (appunto del titolare del conto). L’eventuale richiesta di chiarimenti sull’impiego del denaro può servire solo a controllare eventuali impieghi per il riciclo di denaro sporco, problema che non si deve porre chi, ovviamente, non è un criminale. Il punto è che, in un momento successivo, il fisco può intervenire e ritenere che tale denaro sia stato utilizzato per un investimento di cui non v’è traccia nella nostra dichiarazione dei redditi, investimento che, quindi, ci è servito per fare “nero” (si pensi a un caso molto banale: Tizio presta del denaro contante a Caio, dietro corrispettivo del pagamento di interessi, interessi che poi – pur costituendo un reddito – non vengono dichiarati la fisco). Ecco perché, nonostante non vi siano limiti al prelievo di denaro dal conto, è bene osservare le seguenti regole di prudenza.

 

 

A cosa ci servono i soldi prelevati dal conto?

Il primo problema da affrontare quando siamo dinanzi a un prelievo dal conto corrente è «da chi ci dobbiamo difendere?» e, soprattutto, «quali possono essere le accuse che ci potrebbero essere mosse in un momento successivo?». Chiaramente, il soggetto che diventa controparte del correntista è l’Agenzia delle Entrate la quale, come anticipato in apertura, può monitorizzare tutti gli spostamenti di denaro tra i conti correnti e chiedere spiegazioni. Esiste peraltro uno strumento che si chiama redditometro e che consente, al fisco, di stimare la compatibilità delle spese da noi sostenute con il reddito dichiarato: se le prime superano di oltre il 20% il valore del secondo, siamo in difetto e verremo chiamati a fornire chiarimenti davanti all’ufficio delle Entrate più vicino. Il funzionario ci chiederà, in buona sostanza, come siamo riusciti a procurarci i soldi per acquistare il bene di lusso e, soprattutto, come intendiamo mantenerlo (si pensi alle spese condominiali o alle tasse per una casa, all’assicurazione e al bollo per un’auto). A questo punto, se non riusciremo a fornire valide motivazioni, potremo essere oggetto di un accertamento fiscale. Motivazioni che, comunque, possono risiedere nei sostegni economici che ci danno gli stretti familiari con noi conviventi (madre e padre, marito o moglie), in ragione del fatto che, nell’ambito delle persone da tali vincoli di sangue, si presume una reciproca solidarietà.

 

Dunque, il primo consiglio per chi preleva contanti dal conto corrente è di non spendere una cifra consistente nell’acquisto di un bene che non potremmo mantenere con le nostre forze, salvo riuscire a dimostrare – documenti alla mano – che gli aiuti ci vengono forniti da altri soggetti. Quindi, tieniti pronto per eventuali contestazioni nel caso in cui il prelievo di contanti venga utilizzato per intestarsi una casa o un’automobile.

 

 

Teniamo traccia dell’impiego dei soldi prelevati dal conto

Come abbiamo detto parlando dei consigli sui versamenti in banca, anche per i prelievi il punto di partenza per una gestione della contabilità ordinata e sicura è la documentazione. E questo perché, qualora dovessimo in futuro difenderci davanti al giudice contro un accertamento fiscale, la prova testimoniale non viene ammessa nell’ambito del processo tributario. Solo gli scritti, insomma, ci possono salvare. Ed è certo che, dopo molti anni, si perde traccia anche nella memoria degli scopi per i quali il prelievo ci è servito.

 

Il problema di giustificare l’utilizzo del denaro prelevato dal conto corrente si pone, soprattutto, per gli imprenditori, nei cui confronti i controlli sono più stringenti e vige la presunzione di “nero” se non riescono a dimostrare il beneficiario delle somme attinte dalla banca. Ecco perché, quando gli importi diventano consistenti, è sempre meglio preferire, per il passaggio di denaro, strumenti tracciabili di pagamento: bonifico o assegno consentono, anche a distanza di tempo, di ricostruire a chi sono finiti i nostri soldi, la ragione di tale transazione e la causale. Insomma, tali strumenti servono anche a sollevarci dagli obblighi documentali e di memoria. Fermo restando che eventuali fatture andranno conservate per almeno 5 anni o, meglio, date al commercialista che tiene la nostra contabilità.

 

Ricapitolando, il secondo consiglio utile per chi preleva una grossa somma di denaro dal conto, è di tenere un registro ove conservare la documentazione che attesta l’impiego, il beneficiario, con il documento fiscale da questo rilasciatoci (si pensi all’acquisto di un televisore di svariati pollici presso un grosso store). Questo anche perché, a differenza di quanto avviene coi versamenti, i prelievi non avvengono con indicazione di una causale e l’estratto conto non riuscirebbe a salvarci o ad «aiutarci a ricordare».

 

 

Richiedi sempre fattura o altro documento fiscale

Conseguente al precedente consiglio è anche questo: fatti rilasciare sempre un documento fiscale dal beneficiario del pagamento: ad esempio chi esegue un lavoro in casa, chi vende un oggetto (anche se di seconda mano), chi compie una prestazione professionale. Eventuali acconti in denaro cash dati all’avvocato, ad esempio, potrebbero mettere nei guai lo stesso cliente, qualora dal conto risulti un ammanco di diverse migliaia di euro. Lo stesso dicasi per i lavori di manutenzione e restauro commissionati in casa a una ditta edile che non ci rilasci alcuna ricevuta. O ancora nel caso del dentista pagato “in nero”. E così si pensi all’acquisto di un viaggio vacanza o anche alla somma data al figlio per il mantenimento all’università (caso limite nel quale è più prudente utilizzare lo strumento del bonifico bancario).

 

Il problema può essere risolto frammentando i prelievi in tanti prelievi di piccoli importi; ma, se concentrati nell’arco di poco tempo, anche modesti, gli importi presi dal conto potrebbero essere ricondotti dal fisco alla medesima causa. Si pensi al caso del contribuente che, vivendo con un reddito di 2.000 euro mensili e normalmente attingendo dal bancomat poche centinaia di euro per volta necessari per la spesa quotidiana, tutto d’un tratto, nell’arco di tre mesi, prelevi 10.000 euro. Il fisco, non rivenendo nuovi beni di lusso intestati al correntista, ben potrebbe chiedergli spiegazioni sull’impiego di tali cifre e se quest’ultimo non saprà fornire spiegazioni, l’accertamento fiscale sarà inevitabile.

 

Una precisazione: da problemi di questo tipo non vanno esenti i lavoratori dipendenti solo perché la fonte e l’entità del reddito è certa. Il rischio evasione vale per tutti e il fisco non fa distinzioni tra contribuenti.

 

 

Per i contratti è sempre meglio la data certa

Se hai intenzione di dare il denaro a un terzo per un prestito, una donazione o per qualsiasi altra prestazione, è sempre meglio firmare una scrittura privata e poi munirla di data certa, dimodoché il fisco non abbia a sospettare, un domani, che si tratti di una scrittura fatta all’occorrenza per giustificarsi a un controllo e retrodatata strumentalmente.

Abbiamo fornito dei fac-simili nell’articolo La scrittura privata per i prestiti tra familiari, ma – a prescindere dal tipo di contratto stipulato dalle parti – è molto importante dotarlo di data certa. Esistono diversi metodi per fornire tale certificazione a un documento, ma il più utilizzato è la spedizione dello stesso, con plico piegato su se stesso (quindi senza busta), ove viene fatto apporre il timbro postale: timbro che, essendo certificato da un pubblico ufficiale, farà piena prova della data.

Questo documento, sigillato e munito del timbro postale di data certa, andrà conservato per almeno cinque anni.


Autore immagine: 123rf com

 


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