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Lo sai che? Pubblicato il 23 novembre 2016

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Lo sai che? Fumo e sigarette sul luogo di lavoro

> Lo sai che? Pubblicato il 23 novembre 2016

Il divieto di fumare nell’ambiente di lavoro tra tutela della salute del dipendente e possibilità, per il datore di lavoro, di licenziare chi viola la norma.

Il datore di lavoro deve tutelare la salute dei propri dipendenti in tutte le sue forme: il che significa anche controllare che nessuno fumi nel proprio ufficio o nei corridoi, sia durante le ore di servizio che al di fuori di esse. Esporre il lavoratore al fumo passivo dei colleghi implica che l’azienda dovrà poi risarcirlo, a prescindere dal danno eventualmente provocato e accertato ai polmoni di quest’ultimo. Che il fumo faccia male, difatti, non è più un dato confutabile.

Ma il datore di lavoro può – anzi, deve – avviare un procedimento disciplinare nei confronti del dipendente trovato a fumare sul luogo di lavoro. Questo procedimento – che per legge deve confluire in una sanzione pur sempre proporzionale all’illecito e mai di tipo “esemplare” – può anche sfociare in un licenziamento, ma solo quando la sigaretta accesa abbia procurato un grave pericolo all’incolumità degli altri lavoratori o ai beni dell’azienda medesima: si pensi al caso del lavoratore adibito a un locale con materiali facilmente infiammabili.

Lo ha chiarito la Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

In passato il tribunale di Milano ha precisato che, se il datore non fa rispettare il divieto di fumo in azienda deve risarcire il danno esistenziale per le sigarette involontariamente inalate dal proprio dipendente. Degno di nota è il seguente passaggio della sentenza: «Nel caso in cui il dipendente si trovi, a causa della postazione di lavoro, nella situazione di una ripetuta esposizione al fumo passivo, dalla quale consegue una condizione di disagio – causa di possibili gravi danni alla salute nel lungo periodo – certamente si deve ritenere che essa abbia inciso negativamente sull’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti come quello al lavoro; pertanto deve ritenersi che il comportamento omissivo del datore, a fronte di un comportamento vietato da specifiche disposizioni di legge, sia certamente determinante per il danno non patrimoniale patito dal dipendente. Dunque, detto datore di lavoro deve essere condannato al risarcimento».

Addirittura, secondo la Cassazione, si può anche parlare di mobbing quando il capo gerarchico non fa nulla per impedire ai dipendenti di fumare, pur sapendo il danno che ciò provoca a uno dei lavoratori (magari perché affetto da rinite, da problemi respiratori, da difficoltà alla vista per causa del fumo). Mobbing che, certamente, va a incrementare l’entità del risarcimento del danno che si può chiedere all’azienda. Senza contare, peraltro, i risvolti penali per chi non ha fatto di nulla per evitare ciò pur avendo una posizione apicale all’interno del luogo di lavoro.

Oggi la Suprema Corte torna sullo stesso tema: è possibile licenziare un dipendente che fuma sul lavoro? Ovviamente qui non è tanto in gioco la pausa dei tre minuti presa per potersi assentare e fumare. Anzi, il punto è proprio che il dipendente, non essendosi assentato, è rimasto seduto alla sua sedia o comunque a svolgere le sue mansioni, così mettendo a repentaglio salute e sicurezza di chi gli sta accanto. Ebbene, secondo la Cassazione, il licenziamento per aver fumato durante l’orario di servizio è possibile solo nei casi più gravi, come quando il comportamento viene ripetuto più volte nonostante la presenza di materiali infiammabili: si configura infatti la giusta causa di licenziamento perché l’abitudine del lavoratore crea un pericolo per l’azienda, mentre l’incolpato non si cura dei richiami giuntigli dai superiori.

Come più volte chiarito dalla giurisprudenza, il licenziamento deve essere l’ultima spiaggia, la sanzione residuale per quei comportamenti più gravi che non consentono più la prosecuzione del rapporto di lavoro per aver fatto perdere, nel datore, ogni fiducia nel suo dipendente. La gravità del fatto contestato a quest’ultimo deve essere particolarmente rilevante e non può coincidere solo con l’essersi preso una pausa di pochi minuti per fumare.

Nel caso di specie è stato ritenuto legittimo il licenziamento nei confronti di un dipendente colto più volte, nonostante i richiami, a fumare nei locali dove erano in lavorazione solventi e legno, che notoriamente possono prendere fuoco facilmente. Non rileva il fatto che, a conti fatti, nessun danno si sia prodotto: a contare è piuttosto la semplice situazione di potenziale pericolo, valutazione essenziale che deve essere fatta ex ante per tutelare la sicurezza degli stessi lavoratori. Senza contare che i cartelli che proibiscono le sigarette accese, così come il codice disciplinare, sono – e devono essere – ben visibili all’interno della fabbrica.

note

[1] Cass. sent. n. 23862/16 del 23.11.2016.

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