Conti correnti: le operazioni più a rischio
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24 Nov 2016
 
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Carlos Arija Garcia
 


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Conti correnti: le operazioni più a rischio

Prelievi e versamenti in banca o in Posta vengono controllati dall’Agenzia delle Entrate. Come evitare controlli o sanzioni del Fisco per movimenti alti?

 

«Salve, vorrei fare un prelievo». «Quanto? » «Settemila euro, grazie». Non si è fatto in tempo a finire la frase che l’addetto allo sportello della banca ha già mostrato il tipico ghigno di chi vuol dire: «Ora vediamo come glielo spieghi all’Agenzia delle Entrate». Ma perché? L’Agenzia delle Entrate sa cosa faccio con il mio conto corrente? Altroché. Lo sa eccome. Soprattutto dal 31 marzo 2016, cioè da quando è stato creato l’Anagrafe dei conti correnti (bancari o postali). Il Fisco viene a conoscenza di ogni versamento, ogni prelievo, ogni bonifico, ogni operazione fatta con il Bancomat o con la carta di credito, ogni movimento di titoli, prodotti finanziari o assicurativi. Sa anche cosa c’è in una cassetta di sicurezza (in quella di chi ce l’ha, beato lui). Cambi di valuta, assegni. Tutto ciò che significa muovere i nostri depositi di credito o di debito è, potenzialmente, un’operazione a rischio. Manca solo che l’Agenzia intervenga quando un amico ci chiede: «Hai da cambiarmi un dieci con due da cinque?»

Il decreto Salva Italia di fine 2011 ha consentito l’ingresso nei database del Fisco dei dati di sintesi dei conti correnti (saldo a inizio e fine anno, totale degli accrediti e degli addebiti effettuati e la giacenza media annua). Ma ci sono anche tutte le altre informazioni relative agli altri rapporti finanziari come, ad esempio, carte di credito, di debito o prepagate, cassette di sicurezza. Tali informazioni, in realtà, non possono essere usate per controlli a tappeto ma per quella che in gergo tecnico si chiama «analisi di rischio»: attraverso una serie di algoritmi vengono individuate le posizioni più sospette di evasione e su quelle poi si concentrano le indagini e i successivi accertamenti fiscali.

 

 

 

Operazioni a rischio sul conto corrente: il prelievo

L’obiettivo dell’Agenzia delle Entrate, dunque, è quello di capire se ci sono dei movimenti «in nero» sui conti correnti, cioè delle entrate o delle uscite di denaro non dichiarate al Fisco tali da giustificare il ghigno dell’operatore bancario.

Suona l’allarme all’Agenzia delle Entrate quando si fa un prelievo consistente (per quanto la consistenza di un prelievo sia sempre relativa). La Legge di Stabilità fissa in 3.000 euro il tetto del prelievo in contanti presso lo sportello bancario senza dover dare delle spiegazioni. Ma, in realtà, il titolare di un conto corrente potrebbe prelevarne di più. A quale rischio? Il rischio è che l’impiegato della banca faccia una segnalazione per verificare un’eventuale riciclaggio di denaro. L’impiegato parla con i suoi superiori e questi decidono se trasmettere o meno una comunicazione all’Uif, l’Unione Informazione Finanziaria, un organismo amministrativo addetto a questo tipo di controlli. Se ci fossero dei sospetti concreti su un caso di riciclaggio di denaro, l’avviso finirebbe sul tavolo del procuratore della Repubblica. Ma se il correntista ha la coscienza tranquilla, non ha nulla da temere.

Badate bene, però. Come detto, il titolare di un conto corrente può prelevare più di 3.000 euro in un colpo solo, purché, su richiesta della banca, ne dia giustificazione. Ma movimenti superiori ai 12.500 euro (soglia oltre la quale scatta l’obbligo del bonifico bancario) possono essere realizzati solo attraverso un intermediario finanziario.

 

 

Conti correnti: come evitare i rischi sui prelievi

Nessuna soglia per i prelievi, dunque, e sogni tranquilli per chi non è un farabutto. Ma il Fisco può intervenire lo stesso? Sì. Di fronte ad un prelievo consistente, magari ripetuto più volte nell’arco di un tempo relativamente breve, all’Agenzia delle Entrate può venire il sospetto che quel denaro venga utilizzato per un investimento che ci serve a fare un po’ di soldi in nero. L’esempio più comune: ti presto 10.000 euro e me li restituisci con gli interessi. Dei 10.000 euro c’è traccia, ma degli interessi no. Questi ultimi, pur facendo reddito, vengono nascosti al Fisco. E questo al Fisco non piace.

Quindi, al momento di entrare in banca per prelevare una somma importante bisogna sapere quale rischio si corre e come evitarlo. In altre parole, porsi una domanda estremamente semplice: «Se il Fisco mi chiede spiegazioni, cosa gli racconto? » Soprattutto se, per colpa del redditometro, l’Agenzia delle Entrate scopre che le spese che sostengo (i soldi che prelevo dal conto corrente) sono superiori ai soldi che dichiaro. Se questa differenza eccede del 20%, non c’è scampo: l’Agenzia busserà alla porta del correntista per fare quattro conti e porgli un po’ di domande: dove ha trovato i soldi per comprare la casa con piscina sul lago e come intende mantenerla (la casa, non solo la piscina)?. Se la provenienza di quei soldi è dubbia, ci vorrà un bel po’ di fantasia per convincere del contrario il funzionario del Fisco, il quale, con ogni probabilità, avvierà un accertamento fiscale più approfondito. A meno che si riesca a dimostrare che la casa con piscina sul lago l’ha acquistata, documenti alla mano, grazie all’aiuto dei parenti in cambio di ospitalità durante i mesi estivi. Sempre meglio ospitare la suocera che aprire la porta al Fisco. In ogni caso, conviene evitare di fare prelievi troppo elevati dal conto corrente e di spendere quei soldi in un bene che, nero su bianco, non riusciremo a mantenere.

 

Regola numero 2 per evitare controlli del Fisco sui prelievi: tenere sempre in archivio tutta la documentazione riguardante i soldi portati via dal conto corrente. Davanti ad un giudice, in un processo tributario, contano solo le carte: i testimoni non sono ammessi. Ecco perché è importante poter giustificare il denaro prelevato dal conto, soprattutto quando si ha un’attività commerciale o imprenditoriale, nei confronti delle quali c’è sempre una presunzione del nero. Non c’è modo migliore per evitare i controlli del Fisco che effettuare i pagamenti più importanti tramite bonifico, assegno o carta di credito anziché in contanti: ne resta sempre traccia, anche a distanza di tempo, anche quando, a memoria, vai a sapere perché è stato fatto quel prelievo e dove sono andati a finire i soldi. Questo vale anche per il normale consumatore: o lascia una traccia quando paga l’impianto audio home theatre per vedere un film a casa come al cinema oppure, se decide per i contanti, conserva lo scontrino come fosse un biglietto vincente della lotteria. Gli servirà se, tra qualche anno, il funzionario del Fisco gli chiederà delle spiegazioni.

A proposito di scontrini. Ogni documento fiscale è fondamentale quando si fa un pagamento in contanti dopo avere fatto un prelievo dal conto corrente. Chiederlo alla persona a cui diamo i soldi per un acquisto o per un lavoro è, comunque, un diritto ed è dovere di chi vende un oggetto (anche di seconda mano) o di chi ha messo a posto l’impianto elettrico di casa rilasciarlo. I prelievi dal conto corrente per pagamenti in nero, specie se sono di una cifra importante, possono saltare all’occhio dell’Agenzia delle Entrate. La quale, come si sa, non perdona. Come evitare i rischi in questo caso? Conservando tutta la documentazione fiscale, in modo tale che, se arriva l’accertamento, è possibile dimostrare dove sono andati i soldi prelevati dal conto corrente.

Non basta essere furbi: c’è chi pensa che, per spendere 5.000 euro in nero tra un mese, può evitare di dare nell’occhio prelevando dal conto corrente 250 euro per volta. Si pone sempre il problema del reddito: il correntista può permettersi di prelevare 5.000 euro in un mese? Se la risposta è no, l’accertamento arriva. Poco ma sicuro.

Ultimo consiglio per chi deve o vuole fare un prelievo dal conto corrente di una cifra importante. Se quel denaro serve per un prestito o per una donazione, meglio fare una scrittura privata con data certa che possa giustificare il movimento di soldi. Esistono diversi metodi per fornire tale certificazione a un documento, ma il più utilizzato è la spedizione dello stesso, con plico piegato su se stesso (quindi senza busta), ove viene fatto apporre il timbro postale: timbro che, essendo certificato da un pubblico ufficiale, farà piena prova della data.

Questo documento, sigillato e munito del timbro postale di data certa, andrà conservato per almeno cinque anni.

Chi viene pizzicato, cosa rischia? Per le violazioni dell’obbligo relativo al pagamento in contante sopra le soglie consentite, è prevista una specifica sanzione amministrativa dall’1% al 40% dell’importo trasferito. La sanzione non sarà mai inferiore a 3.000 euro. Le violazioni che superano i 50.000 euro vengono punite con una sanzione pari a cinque volte il minimo. Rischia anche l’operatore di banca che viene a conoscenza della violazione ma sta zitto: può ricevere una sanzione pecuniaria dal 3 al 30% dell’importo dell’operazione, partendo sempre da un minimo di 3.000 euro.

 

 

Conti correnti: come evitare i rischi sui versamenti

Il concetto è lo stesso rispetto al prelievo dal conto corrente: quando si fa un versamento in banca, l’Agenzia delle Entrate ne viene a conoscenza. E muore dalla curiosità di sapere da dove arriva quel denaro. Se la cifra versata è cospicua, magari eccessiva per una persona con un reddito modesto, il Fisco busserà alla porta del correntista con una pioggia di domande: «Come si è procurato questi soldi?», «Da dove provengono?», «Chi glieli ha dati e in forza di quale accordo?», «C’è un documento scritto che giustifichi la causale del versamento?». Non è l’Agenzia delle Entrate che deve dimostrare l’eventuale torto: è il contribuente che deve dimostrare di non averlo commesso. Come?

Sicuramente non con delle scuse che non stanno in piedi o che, pur essendo dei motivi veri, sono facilmente contestabili. Se un amico ci deve prestare del denaro, meglio che faccia un bonifico. Se un parente deve fare altrettanto, idem. Se si tratta di una donazione, il Fisco può chiederne il motivo e l’identità del donatore (se non altro per sapere se anche lui è in grado, dichiarazione dei redditi alla mano, di elargire quella cifra). Sempre meglio il bonifico, dunque. Indicando la causale del trasferimento del denaro: se si tratta di un regalo di compleanno o di nozze, di un aiuto per l’acquisto della casa, ecc.

Tra le cose peggiori che si possono dire al Fisco per giustificare un versamento elevato sul conto corrente, ci sono queste due: «Mi ha regalato i soldi uno a cui ho fatto un piacere» e «me li ha restituiti un amico a cui li avevo prestati». Nel primo caso, si tratta di un corrispettivo, quindi andava fatturato. Nel secondo caso, se non riesce a dimostrare il prestito il correntista è fritto.

Meglio dire che i soldi sono stati vinti alla lotteria. Purché la vincita sia vera e si possa mostrare al funzionario dell’Agenzia delle Entrate il biglietto vincente. Come negli altri casi, infatti, avere una prova documentata di quello che stiamo facendo e dicendo è l’unico modo di evitare rischi con il Fisco.

Rischi che possono trasformarsi in conseguenze pesantissime, come il blocco del conto corrente, che impedisce di effettuare prelievi o versamenti. L’Agenzia delle Entrate ha il diritto di farlo e, da un punto di vista legale, non c’è modo per opporsi. La Cassazione [1] ha confermato questa possibilità allargandola ad ogni tipo di contribuente, che si tratti di persona fisica o di società che svolge attività imprenditoriale. Per la Suprema Corte, «le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur non potendo costituire di per sé fonte di prova dei reati fiscali, hanno un valore indiziario sufficiente per far scattare l’applicazione del sequestro».

 

 

Conti correnti: ma quindi il segreto bancario non c’è più?

No, il segreto bancario non c’è più. Non, almeno, per il Fisco. La lotta all’evasione fiscale portata avanti dall’Agenzia delle Entrate autorizza i suoi funzionari a sapere ogni dettaglio dei conti correnti, ma anche di qualsiasi tipo di investimento, compresa la compravendita d’oro. Pertanto la privacy di un correntista non è più esclusiva della banca o delle Poste dove sono depositati i risparmi. Banca e Poste sono tenute a dare al Fisco qualsiasi tipo di informazione venga richiesta. Il Garante ha lanciato l’allarme ma, per ora, non ha ottenuto risposte.


 


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Commenti
25 Nov 2016 Felice Ambrosino

La domanda è: con questa serie di norme e di controlli, come mai l’evasione e l’elusione fiscale sono in Italia così consistenti, almeno secondo quanto dichiarano gli addetti al controllo? L’impressione è quella delle grida manzoniane: altisonanti e non applicate.