Cosa sono gli arresti domiciliari
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29 Nov 2016
 
L'autore
Emanuele Carbonara
 


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Cosa sono gli arresti domiciliari

In cosa consistono in concreto gli arresti domiciliari, di cui tanto sentiamo parlare ogni giorno? Quando e perché vengono ordinati dal giudice?

 

Sui giornali o in tv, in relazione ad episodi di cronaca nera e cronaca giudiziaria, sentiamo spesso parlare di arresti domiciliari, misure cautelari e così via: ma, effettivamente, cosa sono gli arresti domiciliari? Si tratta di un provvedimento ordinato dal giudice nel corso del procedimento penale, quando è altamente probabile che il soggetto sottoposto sia stato l’autore del reato. In pratica, l’imputato non è stato ancora condannato, ma per diverse ragioni (pericolo di fuga, possibilità di commissione di altri delitti) egli può essere obbligato a non allontanarsi dalla propria abitazione o da un altro luogo stabilito dal giudice stesso.

Quando e perché il giudice ordina gli arresti domiciliari

Mettiamo il caso che una persona commetta un qualsiasi reato, ad esempio una rapina, e che venga sottoposto a procedimento penale. Prima che il giudice emetta la sentenza, possono passare diversi anni. Cosa succede, nel frattempo, per il soggetto imputato del delitto? Ebbene, la legge prevede che, nel tempo tra la commissione del fatto e la fine del processo, il giudice possa emettere nei suoi confronti una misura cautelare, ossia un provvedimento che impedisca la fuga dell’imputato o la commissione di un altro reato, fino a quando il processo stesso non arrivi a sentenza.

 

Gli arresti domiciliari sono appunto una delle misure cautelari previste dalla legge (un’altra, ad esempio, è la custodia cautelare in carcere). Essi intervengono, dunque, quando non è stato ancora accertato se l’imputato abbia commesso o meno il reato: egli non è stato ancora condannato. Tuttavia, se è probabile che il soggetto sia colpevole, il giudice può ordinare gli arresti domiciliari [1]. Ciò può avvenire, quindi, alla presenza delle seguenti condizioni [2]:

  • se sussistono gravi indizi di colpevolezza: in pratica, quando è altamente probabile che il soggetto in questione sia stato effettivamente l’autore del reato;
  • se c’è pericolo di inquinamento delle prove: l’imputato, ad esempio, potrebbe recarsi sul luogo del delitto per cancellare le prove a suo carico;
  • se c’è pericolo di fuga;
  • se c’è pericolo che il soggetto commetta altri reati.

In cosa consistono gli arresti domiciliari

Quando il giudice ordina gli arresti domiciliari, l’imputato non può allontanarsi dalla propria abitazione o da un altro luogo di privata dimora prescelto secondo le circostanze. Gli arresti domiciliari possono essere anche scontati in un luogo pubblico di cura o di assistenza, oppure in una casa famiglia protetta. La scelta del posto avviene considerando innanzitutto le esigenze di tutela della persona che ha subito il reato: va sempre privilegiata la sicurezza di quest’ultima.

 

Il soggetto sottoposto agli arresti domiciliari ha l’obbligo di rimanere nel luogo stabilito dal giudice. Quest’ultimo può anche vietare all’imputato di comunicare con altre persone, salvo che con quelle che abitano con lui o che lo assistono. L’imputato può poi comunicare con il suo avvocato. Va sottolineato che la persona sottoposta a questa misura non solo ha il divieto di interloquire personalmente con altri soggetti, ma non può farlo nemmeno tramite telefono o altri mezzi informatici (chat e internet in genere). La Cassazione [3], a questo proposito, ha stabilito che il soggetto agli arresti domiciliari non può utilizzare nemmeno Facebook o altri social network. Essi possono essere utilizzati solo a scopi conoscitivi, ma non come mezzi di comunicazione.

 

Se l’imputato non rispetta questi divieti, il giudice gli imporrà il carcere. In ogni caso, gli arresti domiciliari non possono essere concessi per chi, nei cinque anni precedenti, è stato condannato per evasione.

I permessi durante gli arresti domiciliari

Durante il periodo degli arresti domiciliari, l’imputato può richiedere determinati permessi, al fine di uscire per qualche ora dal luogo di detenzione. Ovviamente, ciò può avvenire solo per determinate e comprovate motivazioni. Ad esempio, il giudice può concedere al soggetto di uscire per provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita (come fare la spesa o andare in farmacia), se non ha qualcuno che vi provveda. Altro caso è quello della persona che debba sottoporsi a visite mediche o partecipare a programmi di recupero per tossicodipendenti.

 

Può essere poi concesso di accompagnare i propri figli a scuola, se non c’è nessun altro disponibile e non ci siano i mezzi economici per assumere qualcuno che vi provveda. Ancora, l’uscita può essere concessa per svolgere un lavoro necessario per guadagnarsi da vivere. In ogni caso, l’allontanamento dal luogo di detenzione deve avvenire per il tempo strettamente necessario a compiere tali incombenze. Il pubblico ministero o la polizia giudiziaria, infatti, possono controllare in ogni momento (e anche di propria iniziativa) che l’imputato rispetti gli ordini del giudice.


La sentenza

Cassazione penale, sez. II, 18/10/2010, n. 37151

La generica prescrizione di cui all’art. 276, comma primo, c.p.p. di «non comunicare con persone diverse dai familiari conviventi», va intesa nell’accezione di divieto non solo di parlare con persone non della famiglia e non conviventi, ma anche di entrare in contatto con altri soggetti, dovendosi ritenere estesa, pur in assenza di prescrizioni dettagliate e specifiche, anche alle comunicazioni, sia vocali che scritte attraverso Internet. Costituisce, pertanto, violazione di tale divieto la comunicazione con altre persone operata tramite «facebook».

[1] Art. 284 cod. proc. pen.

[2] Artt. 273 e 274 cod. proc. pen.

[3] Cass. sent. n. 37151/2010 del 18.10.2010.

 


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