L’anziano lascia la casa in cambio di assistenza: si può?
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24 Nov 2016
 
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L’anziano lascia la casa in cambio di assistenza: si può?

Contratto di mantenimento: il genitore non deve essere prossimo alla morte per età o per condizioni di salute.

 

Si chiama contratto di mantenimento e consiste nel contratto con il quale un soggetto – di norma piuttosto anziano – cede la propria casa a uno degli eredi a condizione che quest’ultimo si prenda cura di lui negli ultimi anni della sua vita: «prendersi cura» significa accudirlo, prestargli assistenza sia materiale che morale, dargli i soldi per i generi di prima necessità o per le medicine qualora necessario.

Si fa spesso ricorso a questo tipo di contratto per anticipare la spartizione del patrimonio ereditario a un momento prima della morte del proprietario, ma anche per garantire a quest’ultimo una vecchiaia serena, sicura e lontana dalla solitudine.

 

Ma attenzione: secondo l’orientamento ormai stabile della Cassazione, per come ribadito ieri [1], il contratto di mantenimento è valido solo a condizione che il proprietario dell’immobile non sia, al momento della cessione, prossimo alla morte sia per età che per condizioni di salute. In questo caso, infatti, si verificherebbe una sproporzione tra le due prestazioni contrattuali (la cessione dell’immobile da un lato, l’assistenza per un brevissimo tempo dall’altro), sproporzione che rende nullo il trasferimento del bene.

 

Quindi, se l’anziano lascia la propria casa in cambio di assistenza è necessario che la sua aspettativa di vita non sia risicata. Se così fosse, i suoi eredi, alla dipartita del parente, potrebbero impugnare la cessione dell’immobile e dividersi tra loro il bene.

 

 

La vicenda

Una donna lasciava alla propria figlia e al rispettivo marito la propria casa con contratto di mantenimento, dietro promessa di questi ultimi di accudirla e prendersi cura di lei fino all’ultimo dei suoi giorni. I nipoti, appreso ciò, convenivano in giudizio i beneficiari della cessione onde sentir dichiarare la nullità del contratto; chiedevano quindi l’inclusione del bene ceduto nell’asse ereditario da spartire tra tutti gli eredi. La morte della nonna era avvenuta infatti solo tre anni dopo la stipula dell’atto notarile di trasferimento anzidetto.

Il giudice d’appello ha dato ragione ai nipoti: la nonna aveva infatti ceduto alla figlia e al di lei marito la nuda proprietà dell’immobile conteso, riservandosi l’usufrutto, in cambio di assistenza vita natural durante benché, all’epoca della stipula, avesse già raggiunto una considerevole età e le sue condizioni di salute erano precarie.

Conseguentemente la Corte disponeva l’inclusione del bene immobile nell’asse ereditario.

 

La Cassazione però ha rimesso le carte in tavola, ritenendo che non fosse provata una effettiva sproporzione tra le prestazioni: bisogna quindi dar dimostrazione che, all’epoca dell’atto notarile di cessione del bene, fosse presumibile pensare che il cedente non avesse grandi prospettive di vita.

 

La Cassazione ha ribadito il suo orientamento costante secondo cui nel contratto di mantenimento (o vitalizio alimentare o assistenziale), caratterizzato essenzialmente dall’incertezza delle prestazioni, l’individuazione di detto elemento richiede una comparazione effettiva delle prestazioni, secondo un giudizio di presumibile equivalenza o di palese sproporzione da impostarsi con riferimento al momento di conclusione del contratto ed al grado ed ai limiti di obiettiva incertezza sussistenti a detta epoca, in ordine alla vita ed alle esigenze assistenziali del vitaliziato.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 8 settembre – 23 novembre 2016, n. 23895

Presidente Matera – Relatore Scarpa

Svolgimento del processo

Con citazione del 16 settembre 1999 N.E. , N.M.T. , N.R. e N.P. , nipoti ex filiis di G.I. , nata a (omissis) e deceduta l’(omissis), convenivano davanti al Tribunale di Massa i coniugi N.A. (figlia della G. ) e B.A. . Gli attori domandavano di dichiarare nullo il contratto di mantenimento stipulato in data 28.03.1994 dai convenuti con G.I. , per rogito Notaio D.L. , per contrarietà a norma imperativa e/o per difetto di causa, mancando l’elemento essenziale dell’alea, o comunque di pronunciare l’annullamento dello stesso per incapacità di intendere e di volere della signora G. . Con tale contratto Iolanda G. aveva ceduto a N.A. e B.A. la nuda proprietà di immobile sito in (omissis) , riservandosene l’usufrutto, ed assumendo i cessionari l’obbligo di assistere e mantenere vita natural durante la cedente, col prestarle vitto, alloggio, vestiario, cure mediche, assistenza e quant’altro risultasse necessario ed utile per una vita decorosa della stessa. Si deduceva dagli attori che la G. convivesse con la figlia A. dal 1972, la quale (in accordo coi fratelli En. ed I. , entrambi poi premorti alla genitrice) accudiva la madre, incapace di provvedere a sé stessa a causa di un

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[1] Cass. sent. n. 23895/16 del 23.11.2016.

 


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