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Lo sai che? Pubblicato il 7 dicembre 2016

Lo sai che? L’ex convivente ha diritto al mantenimento?

> Lo sai che? Pubblicato il 7 dicembre 2016

Se dopo aver convissuto per due anni in casa mia con la mia ragazza (disoccupata) e aver sostenuto io ogni spesa, poi improvvisamente ci lasciamo e lei se ne va di casa, poi ho degli obblighi economici verso di lei?

La risposta al quesito è affermativa, se pur con le necessarie precisazioni che vengo di seguito a fare.

Per legge la ragazza non potrebbe vantare nei confronti del lettore alcun diritto ad un assegno di mantenimento per come inteso riguardo ai coniugi che si separano o divorziano; ossia un importo in grado di garantirle un tenore di vita analogo a quello avuto durante la convivenza.

Ciò non toglie che, con la recente entrata in vigore della riforma sulle unioni civili e le convivenze, meglio nota come Legge Cirinnà [1] sia oggi riconosciuta una maggiore tutela economica ai conviventi di fatto (definiti come due persone maggiorenni, anche gay, unite da stabili legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile tra persone dello stesso sesso).

Dalla convivenza di fatto e stabile di tali soggetti, infatti, scaturiscono in automatico delle conseguenze giuridiche (anche di natura economica), senza che i conviventi siano tenuti necessariamente alla registrazione del loro rapporto (come invece previsto per le coppie gay che vogliano legarsi con un’unione civile).

Come si prova la convivenza?

Nello specifico, è sufficiente che la convivenza risulti dalla semplice dichiarazione anagrafica [2], per quanto la legge ammetta anche la possibilità che la essa venga provata in altro modo da chi ne abbia interesse; si pensi alla dichiarazione testimoniale di un vicino che attesti che la coppia ha convissuto per un prolungato periodo di tempo.

Dopo quanto tempo la convivenza diventa stabile?

Quanto al concetto di stabilità della convivenza, la legge non indica quanto tempo essa debba durare per poter essere considerata stabile. Solo quando parla del diritto del convivente di continuare ad abitare la casa di proprietà del partner defunto, essa riserva un diritto di abitazione per un periodo di due anni o di durata pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque di non oltre i cinque anni. Espressione che lascia pensare che possano bastare anche due anni di convivenza (come nel  caso del lettore) per qualificarla come «stabile». A riguardo, comunque, l’ultima parola spetta sempre al giudice.

Ai conviventi la legge attribuisce in modo automatico una serie di diritti connessi alla vita sociale, come – solo per fare un esempio – quello di accesso alle informazioni sanitarie in caso di malattia o di ricovero del partner.

Il convivente ha diritto ad un assegno di mantenimento?

Con riguardo, poi, alle questioni economiche, la legge Cirinnà prevede che, nell’ipotesi di cessazione della convivenza, quello che tra i conviventi si trovi:

  • in condizione di bisogno: tale stato si realizza quando vengono a mancare le risorse economiche necessarie a soddisfare le esigenze di vita primarie ed essenziali; queste vanno valutate sulla base dello specifico contesto socio-economico del richiedente
  • e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento (anche in modo parziale): condizione questa riferibile alla impossibilità di lavorare anche a causa dei uno stato di invalidità o di malattia (così, ad esempio, nel soggetto anziano essa è presunta e non richiede una specifica prova)

possa fare al giudice richiesta per ottenere gli alimenti, ossia una prestazione economica necessaria a far fronte ai propri bisogni primari.

Dunque, per ottenere gli alimenti dal convivente occorre che sussistano tre condizioni:

  • che vi sia stata una convivenza stabile;
  • che uno dei due conviventi, al momento della separazione, si trovi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere alle proprie necessità primarie;
  • una istanza presentata al giudice.

Come si calcolano gli alimenti?

Il giudice dovrà determinare l’importo dell’assegno alimentare:

  • in proporzione del bisogno di chi li domanda (la ragazza)
  • e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli (il lettore).

Tale importo tuttavia non dovrà superare quanto sia necessario per la vita di chi li richiede, avuto però riguardo alla sua posizione sociale.

La legge consente tuttavia all’obbligato di adempiere con modalità alternative al versamento di una somma di denaro; egli potrà infatti offrire al richiedente di ospitarlo e mantenerlo in casa.

Il convivente è parificato al coniuge nel dover versare gli alimenti?

No. La legge [3] individua i soggetti obbligati a versare gli alimenti secondo un preciso ordine:

  • Coniuge;
  • Figli e, in mancanza, i discendenti (nipoti);
  • Genitori (anche adottivi) e in loro mancanza gli ascendenti (nonni);
  • Generi e nuore;
  • Suoceri;
  • Fratelli e sorelle (anche adottivi).

A tali soggetti la legge Cirinnà, ha poi aggiunto il convivente, specificando che l’obbligo vada adempiuto da quest’ultimo con precedenza sui fratelli e le sorelle.

Va però detto che se anche la norma elenca in modo tassativo i soggetti su cui gravano gli obblighi alimentari, si ritiene tuttavia che chi richiede gli alimenti non sia tenuto a rispettare detto ordine, ma possa rivolgersi anche ad un obbligato inferiore se questi offra maggiori garanzie di adempimento (per il fatto di avere sicure e maggiori disponibilità economiche).

Per quanto tempo il convivente deve versare gli alimenti?

Tale prestazione alimentare, quando richiesta al convivente, non ha però una durata illimitata (o comunque destinata a permanere fino a quando sussiste lo stato di bisogno), ma può essere concessa per un periodo proporzionale alla durata della convivenza.

Ciò significa, all’atto pratico, che la ragazza, ove – lasciando la casa – non sia in grado di provvedere ai propri bisogni, potrà chiedere al giudice di obbligare il lettore a versarle gli alimenti per un periodo proporzionale ai due anni di convivenza (e quindi di certo ben inferiore a due anni).

In ragione di quanto detto, ritengo pertanto difficile che la donna possa avanzare tale domanda nei confronti dell’ex convivente, non solo perché in un soggetto giovane e con potenziali capacità lavorative, difficilmente il giudice potrà ravvisare la sussistenza delle condizioni (prima illustrate) richieste dalla legge per ottenere gli alimenti (in particolare, l’incapacità di provvedere ai propri bisogni), ma anche perché (ove pure dette condizioni fossero riscontrate dal giudice) converrebbe molto di più alla giovane rivolgere la propria istanza a familiari in grado di garantirle una prestazione più duratura nel tempo.

note

[1] Legge 20 maggio 2016, n. 76.

[2] Ai sensi dell’ art.4 e lett. b del comma 1 dell’art. 13 del D.P.R. n. 223/1989 – Regolamento anagrafico.

[3] Art. 433 cod. civ.

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