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Lo sai che? Pubblicato il 27 novembre 2016

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Lo sai che? Se il padre non paga il mantenimento al figlio c’è il penale

> Lo sai che? Pubblicato il 27 novembre 2016

Mancato versamento dell’assegno di mantenimento ai figli: sconta il carcere e non ottiene la pena pecuniaria l’ex marito che si disinteressa del piccolo. Dovuta anche la provvisionale.

È facile rischiare il carcere per l’omesso mantenimento dei figli: la Cassazione ha sempre adottato una linea dura per il padre che, dopo la separazione con la ex moglie, non versa la somma mensile, a titolo di mantenimento dei bambini, decretata dal giudice. E non basta neanche lo stato di disoccupazione a evitare il penale perché è necessario dimostrare qualcosa in più: che l’assenza di lavoro è involontaria. In pratica il papà deve provare di essersi “scollato dal divano” per cercare una nuova occupazione e che, nello stesso tempo, non dispone di altre ricchezze, anche se immobilizzate. Così, ad esempio, un uomo disoccupato, ma titolare di varie proprietà come case, terreni o un solo piccolo appartamento, è tenuto, per legge, a vendere i suoi beni pur di mantenere i propri bambini. E se proprio il padre non ha i soldi per versare il mantenimento fino all’ultimo spicciolo, se vuole evitare il penale deve dare ciò che ha, anche una somma inferiore (sempre dimostrando che quella maggiore non gli è consentita).

In sintesi, l’impossibilità di far fronte agli adempimenti familiari esclude la responsabilità solo se è assoluta e costituisce una situazione di persistente, oggettiva e incolpevole indisponibilità di introiti [1]. L’imputato ha l’onere di provare gli elementi dai quali possa desumersi la sua impossibilità di adempiere alla obbligazione, senza che basti la dimostrazione di un sola flessione degli introiti economici o la generica difficoltà economica.

Inoltre, l’obbligo del genitore di contribuire al mantenimento dei figli minori non viene meno neanche se questi ultimi sono assistiti da altri soggetti, come la madre o i nonni, o anche con eventuali elargizioni della pubblica assistenza [2].

Di recente la Suprema Corte [3] è tornata sul tema del padre che si disinteressa, dopo la separazione, del mantenimento del figlio. Secondo i giudici il comportamento è talmente grave da implicare sempre il carcere. In altre parole è impossibile chiedere al giudice di sostituire la pena detentiva con quella pecuniaria.

Sempre la Cassazione [4] ha escluso l’applicazione del beneficio della cosiddetta «tenuità del fatto» per il mancato versamento dell’assegno in favore dei figli minori: un trattamento di favore che deve essere accordato a tutti coloro che commettono un reato punibile con una pena detentiva di non oltre cinque anni o con la sola pena pecuniaria; chi accede a tale beneficio evita qualsiasi sanzione economica e il procedimento penale viene archiviato. Tuttavia, il giudice non riconoscere tale “scusante” a chi ha commesso il reato in modo reiterato.

Pertanto, chiariscono i giudici [5], non può essere dichiarata la tenuità del fatto qualora venga più volte dimenticato il pagamento dell’assegno di mantenimento, configurandosi un’ipotesi di “comportamento abituale” ostativa al riconoscimento del beneficio.

Dura e impietosa, quindi, la scure della Cassazione contro il genitore che si disinteressa completamente dei figli, sia sul piano morale (dimenticando le visite e gli incontri o di partecipare alle occasioni importanti della loro vita come la prima comunione, il saggio di musica, ecc.) ed economico. Sconta infatti il carcere e non ottiene la pena pecuniaria il padre che non ha mai versato l’assegno in favore del minore. Il giudice penale, poi, può condannare l’uomo al pagamento di una “provvisione” sul risarcimento all’ex che può raggiungere cifre particolarmente elevate.

L’omesso mantenimento del figlio minore è molto più grave di quello dell’ex moglie: questo perché – chiarisce la Cassazione – lo stato di bisogno del bambino si presume sempre sussistente per la sua condizione indifesa e di impossibilità a procurarsi, da solo, di che vivere.

note

[1] Cass. sent. n. 33997/2015.

[2] Cass. sent. n. 46060/2014.

[3] Cass. sent. n. 50075 del 25.11.2016.

[4] Cass. sent. n. 48549/2016.

[5] Cass. sent. n. 23020/2016.

Autore immagine. 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 4 ottobre – 25 novembre 2016, n. 50075
Presidente Carcano – Relatore Tronci

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con sentenza del 25.09.2015, la Corte di appello di Perugia confermava la condanna alla pena di mesi sette di reclusione ed Euro 600,00 di multa, oltre al risarcimento del danno da liquidarsi in separata sede in favore della costituita parte civile (cui era assegnata una provvisionale dell’ammontare di Euro 60.000,00), irrogata a C.F. dal giudice monocratico del Tribunale del capoluogo umbro – sezione di Foligno, a seguito della declaratoria di colpevolezza dell’imputato per violazione dell’art. 570 cod. pen.; reato allo stesso contestato per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore D. , non avendo mai corrisposto la somma mensile di Euro 300,00, stabilita per il suo mantenimento con pronuncia definitiva del Tribunale per i minorenni di Perugia, né l’importo di Euro 2.500,00 a titolo di contributo per le spese sostenute dalla madre del ragazzo, D.T. , così privando lo stesso anche della dovuta assistenza morale, “non essendosi mai interessato di lui ed ad avendolo visto solo due volte nel corso del primo anno di vita” (condotta posta in essere dal 21.07.2007 fino al 24.02.2010, data di presentazione dell’ultima integrazione di querela).
2. Avverso la menzionata pronuncia il difensore di fiducia del CURRELI ha interposto ricorso per cassazione, articolata in otto profili di doglianza così strutturati:
2.1 nullità del decreto di citazione a giudizio per genericità, ex artt. 179 e 552 co. 1 lett. c) del codice di rito, stante la mancata specificazione di quale delle tre ipotesi contemplate dal contestato art. 570 cod. pen. dovesse ritenersi ascritta a carico del prevenuto;
2.2 violazione dell’art. 192 cod. proc. pen., per via della mancata valutazione dell’attendibilità della teste D. , sulla cui sola parola si assume basata la statuizione di condanna a carico dell’odierno ricorrente; 2.3 errata applicazione dell’art. 570 cod. pen. e, insieme, vizio di motivazione, in ordine alla sussistenza dei due requisiti essenziali del reato di cui trattasi, costituiti dallo “stato di effettivo bisogno del soggetto passivo” e dalla “disponibilità risorse sufficienti da parte dell’imputato”;
2.4 inosservanza del disposto dell’art. 533 cod. proc. pen., in forza della “violazione del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio”, con peculiare riferimento alla ritenuta disponibilità di risorse sufficienti in capo all’odierno ricorrente, onde far fronte all’obbligo a suo carico;
2.5 carenza di motivazione, quanto alla omessa concessione dell’invocato beneficio della sospensione condizionale della pena;
2.6 insufficienza di motivazione in ordine al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche;
2.7 analogamente, insufficienza di motivazione in relazione al rigetto dell’istanza di conversione della pena detentiva, ai sensi della legge 689/81;
2.8 inosservanza dell’art. 599 cov. cod. proc. pen., alla luce del denunciato difetto di “indicazione dei criteri di quantificazione” utilizzati per pervenire alla determinazione della somma liquidata a titolo di provvisionale, dovendo anzi reputarsi del tutto mancante la prova del danno esistenziale lamentato ex adverso.
3. Il ricorso proposto consiste nella pedissequa ripetizione delle identiche doglianze poste a base dell’impugnazione formalizzata innanzi alla Corte territoriale e dalla stessa motivatamente disattese, onde va dichiarato senz’altro inammissibile.
4. Indubbiamente tale è il primo profilo di doglianza: innanzi tutto, l’eccezione risulta essere stata formalizzata per la prima volta in sede d’appello e, ad abundantiam, essa risulta anche manifestamente infondata, non potendo qui che ribadirsi – anche a voler per assurdo accedere al profilo della sua valutazione – le corrette osservazioni già sviluppate dalla sentenza impugnata, a proposito della puntuale descrizione della condotta ascritta al C. , il quale ha dunque avuto modo di esercitare il proprio diritto di difesa in modo pieno, senza limitazioni di sorta.
5. Identica valutazione, seppur in relazione al diverso profilo della genericità, s’impone in ordine al secondo motivo del ricorso.
La Corte umbra ha osservato, in proposito, che il Tribunale ha debitamente compiuto la valutazione di attendibilità della parola della teste costituitasi parte civile, scaturita dalla constatazione della linearità e congruenza del narrato e dall’assenza in atti di qualsivoglia elemento di segno contrario.
Ciò posto, l’atto d’impugnazione, per un verso, si limita all’apodittica negazione della sussistenza di tale verifica – dunque, in mancanza di un reale confronto con l’apparato argomentativo posto a supporto delle due convergenti decisioni di merito, che danno conto, senza alcun evidente salto logico, del convincimento maturato – e, per altro verso, evidenzia il difetto di elementi di riscontro esterni alla parola della D. , notoriamente non richiesti ai fini della valenza probatoria delle dichiarazioni testimoniali, ove pure provenienti da parte lesa.
6. Manifestamente infondati sono anche il terzo ed il quarto motivo di ricorso, relativi alla pretesa carenza degli elementi costitutivi del reato previsto e punito dall’art. 570 cod. pen..
Invero, essendo stato commesso il reato ascritto in danno di soggetto minorenne, lo stato di bisogno di quest’ultimo è in re ipsa, salva la sussistenza di elementi concreti idonei a consentire il superamento della relativa presunzione: ne discende che la deposizione della madre del minore, circa il ricorso all’aiuto di terzi per far fronte alle esigenze del figlio, lungi dall’essere insufficiente – così come si assume dal ricorrente – altro non fa che corroborare ulteriormente, ancorché non ve ne fosse necessità, la presunzione anzidetta. Mentre, per ciò che concerne la disponibilità di risorse sufficienti in capo all’obbligato, la produzione della mera sentenza dichiarativa del fallimento della ditta di cui il C. era titolare non vale certo a ritenere assolto l’onere probatorio pacificamente incombente sull’imputato, a fronte del non contestato dato rappresentato dalla sentenza impugnata, nel senso dell’omessa corresponsione, da parte del C. , del benché minimo contributo economico e del totale disinteresse manifestato nei confronti del piccolo D. , che si sottolineano inoltre datare già da epoca precedente alla ricordata declaratoria di fallimento.
7. Inficiati da genericità sono il quinto ed il sesto motivo d’impugnazione: la Corte ha ravvisato, non certo illogicamente, nella sistematicità e nella lunga ed ininterrotta durata del comportamento illecito dell’imputato, la presenza di elementi tali da imporre la formulazione di una prognosi negativa, quanto alla possibilità di una sua astensione futura dalla commissione di condotte dello stesso tipo, valorizzando gli elementi medesimi al fine della negazione del beneficio delle attenuanti generiche, in assenza di circostanze concrete apprezzabili a tale ultimo fine.
8. Altrettanto dicasi con riferimento al settimo motivo di doglianza, in tema di mancata sostituzione della pena detentiva inflitta con la corrispondente sanzione pecuniaria: anche qui, infatti, si assiste ad un’apodittica contestazione della motivazione della Corte territoriale, che, ponendo l’accento sui plurimi precedenti penali a carico dell’imputato – come tali, ovviamente indicativi della sua negativa personalità – e sulla conseguente impossibilità, per la pena sostituita, di esplicare la funzione rieducativa sua propria, ha doverosamente effettuato la valutazione che l’art. 58 della legge n. 689/1981, attraverso il richiamo ai criteri previsti dall’art. 133 cod. pen., impone sia compiuta, in funzione dell’applicazione dell’istituto di cui all’art. 53 della stessa legge. Si veda in proposito, in senso conforme, Cass. sez. 5, sent. n. 10941 del 26.01.2011, Rv. 249717, secondo cui “Ai fini della sostituzione della pena detentiva con pena pecuniaria il giudice ricorre ai criteri previsti dall’art. 133 cod. pen.; tuttavia, ciò non implica che egli debba prendere in esame tutti i parametri contemplati nella suddetta previsione, potendo la sua discrezionalità essere esercitata motivando sugli aspetti ritenuti decisivi in proposito, quali l’inefficacia della sanzione. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la motivazione con cui il giudice di appello – confermando la decisione del Gup che aveva condannato l’imputato alla pena di mesi due di reclusione per il reato di lesioni personali ha rigettato l’istanza di conversione, ritenendo la pena pecuniaria inadeguata alla gravità del fatto ed alla personalità dell’imputato, non esercitando la stessa efficacia afflittiva né rieducativa in presenza di un comportamento violento)” (adde anche, ancor più di recente, Sez. 2, sent. n. 28707 del 03.04.2013, Rv. 256725, nonché, a contrario, Sez. 3, sent. n. 37814 del 06.06.2013, Rv. 256979).
9. Non consentita, infine, è l’ottava censura, relativa alla quantificazione
della provvisionale, poiché – giusta il consolidato insegnamento di questa Corte – “Il provvedimento con il quale il giudice di merito, nel pronunciare condanna generica al risarcimento del danno, assegna alla parte civile una somma da imputarsi nella liquidazione definitiva non è impugnabile per cassazione, in quanto per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento. (Fattispecie relativa a rigetto di ricorso della parte civile avverso la decurtazione, operata in appello, della provvisionale riconosciuta dal giudice di primo grado)” (così Cass. Sez. 6, sent. n. 50746 del 14.10.2014, Rv. 261536; conf. Sez. 3, sent. n. 18663 del 27.01.2015, Rv. 263486). Ferma restando, dunque, la possibilità per l’imputato di far valere nell’apposita sede tutte le proprie ragioni eventuali in proposito.
Seguono le statuizioni previste dall’art. 616 cod. proc. pen., nonché la condanna alla rifusione delle spese del grado in favore della costituita parte civile, ammessa al patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.500,00 in favore della cassa delle ammende, nonché a rifondere alla parte civile D.T. le spese sostenute nel grado, liquidandole in Euro 2.000,00 oltre spese generali in misura del 15%, IVA e CPA, come per legge; spese da versarsi allo Stato.

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