La libertà religiosa e gli artticoli 19-20 Costituzione
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26 Nov 2016
 
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La libertà religiosa e gli artticoli 19-20 Costituzione

Il diritto di professare libeamente la fede, la libertà di culto e di propaganda, il divieto di discriminazione.

 

 

Cosa dice l’articolo 19 Costituzione

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

 

 

Cosa dice l’articolo 20 Costituzione

Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività

 

La libertà religiosa è un «corollario» della libertà di coscienza, libertà che consente all’individuo di coltivare ed esprimere le sue convinzioni.

La tutela della «libertà di coscienza» non permette che i comportamenti individuali siano oggetto di nessuna forma di imposizione vincolante in quanto la dimensione della coscienza di ciascuno non può essere in nessun caso violata dall’autorità dello Stato al quale spetta solo l’obbligo di garantire a tutti il libero esercizio delle libertà, purché non si concretino attività illecite o contrarie al buon costume.

L’obiezione di coscienza, in particolare, rappresenta il rifiuto di compiere atti prescritti dall’ordinamento e contrari alle proprie convinzioni, come giurare sul vangelo per i non credenti, non partecipare, in veste di medico o personale infermieristico, a sedute abortistiche etc. Tale diritto, che rientra tra i cd. dati sensibili, viene garantito dal Garante della privacy (BIN PETRUZZELLA).

Da questa considerazione scaturisce, dunque, la tutela della libertà religiosa per cui il compimento di atti che rientrano in tale sfera non possono essere oggetto di alcuna prescrizione obbligatoria da parte dello Stato (DI PIRRO).

 

 

Nozione e natura giuridica della libertà religiosa

La libertà religiosa può definirsi «la libertà, garantita dallo Stato a ogni cittadino, di scegliere la propria credenza in fatto di religione» (D’AVACK).

Il diritto di libertà religiosa costituisce un diritto pubblico subiettivo inviolabile che si inquadra nel più vasto genus dei diritti di libertà.

Come tutti i diritti di libertà, si differenzia dai «diritti sociali» (es. diritto all’assistenza) perché, mentre i primi comportano la pretesa verso lo Stato ad una prestazione positiva (esempio: costruzione di ospedali etc.), il diritto di libertà religiosa del cittadino postula la pretesa di una prestazione negativa da parte dello Stato che è tenuto ad astenersi da quegli atti che possano impedirne il libero esercizio.

 

Parte della dottrina (Tedeschi), al contrario, sostiene che la libertà religiosa può configurarsi come un vero e proprio diritto soggettivo dell’individuo:

  • non esclusivamente pubblico, perché non è solo tale il bene giuridico tutelato e la sua tutela non deve provenire solo dallo Stato, ma anche dal rispetto degli altri consociati;
  • non negativo, perché principi e diritti costituzionali non possono sostanziarsi in comportamenti
  • omissivi dello Stato, che deve invece favorirne o non ostacolarne l’attuazione;
  • non unico, perché se il concetto di libertà è uno solo, autonomi sono i diritti e i regimi che li regolano;
  • non assoluto, ma relativo, perché trova un limite nei diritti degli altri individui e anche da loro
  • comportamento deve essere garantito.

 

 

Il diritto di professare liberamente la fede

Nella Costituzione repubblicana il principio della libertà religiosa è sancito in tutta la sua completezza, sia sotto il profilo individuale che collettivo dall’art. 19 che afferma: «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitare in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».

Differentemente da altre previsioni costituzionali sulle libertà, l’art. 19 prevede «tutti» fra i suoi destinatari e, quindi, chiunque si trova nel territorio italiano, anche i non cittadini (stranieri, apolidi, rifugiati etc.).

Dall’esame dell’art. 19 Cost. si evincono le seguenti libertà:

  • la libertà di fede, ossia libertà di professare qualunque fede, di mutare convincimento o anche di non professare alcuna fede, di manifestare nei confronti del fenomeno religioso un atteggiamento di indifferenza e di scetticismo, senza che ciò comporti alcuna conseguenza o discriminazione. Credenti e non credenti hanno gli stessi diritti per cui anche la libertà religiosa negativa (la cd. libertà di ateismo) rientra nella libertà religiosa e della stessa tutela riconosciuta a quest’ultima dall’art. 19 Cost. L’ordinamento, infatti, attribuisce identica tutela anche al rifiuto di ogni credo religioso così come confermato anche dalla sentenza n. 117/79 della Corte Costituzionale, che ha modificato la formula del giuramento dei testimoni, nei processi, nella parte in cui imponeva di assumere la responsabilità delle proprie dichiarazioni «davanti a Dio»;
  • la libertà di propaganda, ossia libertà di fare opera di proselitismo sia all’interno dei luoghi di culto che al di fuori, con tutti i mezzi di esternazione del pensiero, anche mediante l’esaltazione della propria fede o attraverso la negazione del fondamento dogmatico della fede altrui, con argomentazioni motivate o con asserzioni immotivate (LARICCIA). La libertà di propaganda dipende molto dalla capacità, anche economica, di ciascuna confessione religiosa di dar vita e saper gestire mezzi di comunicazione di massa adeguati a diffondere il proprio messaggio religioso. L’art. 3 del D.Lgs. 31 luglio 2005, n. 177 (Testo Unico della radiotelevisione del 2005), da ultimo modificato dal D.Lgs. 15 marzo 2010, n. 44, peraltro, annovera fra i principi fondamentali del sistema radiotelevisivo il pluralismo dei mezzi e l’apertura alle diverse tendenze anche religiose;
  • la libertà di culto, ossia la libertà di compiere atti di culto sia in privato che in luogo pubblico. La previsione dell’art. 19 va coordinata con quanto prevede l’art. 17 Cost., che impone il preavviso per le riunioni in luogo pubblico alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica.

 

L’unico limite che espressamente l’art. 19 Cost. pone all’esercizio della libertà religiosa è rappresentato dal divieto di riti contrari al buon costume che sono quei riti che pevalentemente offendono il pudore sessuale, la libertà sessuale ed il sentimento morale.

Si tratta di un concetto elastico e non specificamente definibile caratterizzato da relatività storica che si riferisce e aderisce al costume sociale, da quale deve essere escluso ogni riferimento al generico ordine pubblico, come invece era previsto dall’art. 1 della legge n. 1159 del 1930 in riferimento ai culti acattolici.

 

Oltre a tale limite esplicito sussiste sempre un limite implicito che è connaturato a tutti i diritti: la necessità di tutelare altri diritti o interessi aventi rilevanza costituzionale; ciò spiega perché i provvedimenti restrittivi della libertà religiosa devono essere:

  • motivati dalla necessità di tutelare altri diritti fondamentali o interessi costituzionalmente rilevanti;
  • ragionevoli, ossia capaci di tutelare gli altri diritti e interessi;
  • proporzionati, ossia tali da comprimere la libertà religiosa senza renderne impossibile l’esercizio
  • e comunque tali da comportare il minor sacrificio possibile per il diritto in questione.

L’ordinamento statale può, così, tutelare i diritti dei fedeli all’interno delle confessioni, limitando la libertà di queste ultime solo quando sono in gioco diritti fondamentali. Infatti, a prescindere dallo svolgimento dei riti del culto, non è mai consentita la limitazione dei diritti di libertà per motivi religiosi (sono perciò vietate la segregazione, la sottoposizione a sofferenze, anche di carattere psicologico, o lo svolgimento di riti macabri e/o sacrificali satanici).

Più in generale, un profilo particolarmente delicato in materia di libertà di culto è oggi rappresentato dalla impossibilità di ricondurre alla semplice identità religiosa determinate pratiche cruente, espressioni di modelli culturali spesso difficilmente assimilabili a quelli presenti sul nostro territorio. Di fronte a simili contrasti, la risposta legislativa oscilla tra rispetto dell’identità e politica di repressione; un esempio di quest’ultima è in particolare offerto dalla L. 7/2006, che introduce gravi sanzioni per il nuovo reato di mutilazione degli organi genitali femminili (che trova nei fini religiosi il suo fondamento).

 

 

Il divieto di discriminazione

Al fine di rendere effettiva e dare completa attuazione alla tutela del fenomeno religioso, la Costituzione italiana, in ossequio al principio di eguaglianza, riconosce la facoltà dei singoli e delle associazioni religiose di costituire enti (associazioni o istituzioni) a carattere ecclesiastico e a fine di religione o di culto.

È questo il principio stabilito dall’art. 20 Cost. che prevede: «Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività».

In particolare, viene garantita la facoltà dei singoli e delle confessioni religiose di creare associazioni o istituzioni con carattere ecclesiastico o finalità religiosa impedendo che il legislatore (nazionale, regionale etc.) possa introdurre trattamenti sfavorevoli o discriminatori a carico di alcuni enti religiosi rispetto ad altre associazioni che perseguano scopi diversi, né tantomeno ricorrere allo strumento fiscale (a livello centrale o locale) o urbanistico per rendere più difficoltosi la costituzione ed il funzionamento degli stessi.

Tali garanzie vengono assicurate indistintamente a tutti gli enti religiosi, cattolici e non, a tutela del principio dell’eguale libertà di fede religiosa.

 

Deve essere, pertanto, considerato persecutorio l’atteggiamento di alcuni Sindaci che impediscono la costruzione di luoghi di culto (es. moschee) o si accaniscono (con continui accertamenti relativi possibili o a presunte violazioni urbanistiche) contro i proprietari di quelle abitazioni in cui i fedeli (prevalentemente islamici) si riuniscono per la preghiera collettiva.

 

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