Accettazione tacita di eredità
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28 Nov 2016
 
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Accettazione tacita di eredità

La semplice apertura della successione non fa automaticamente acquisire ai parenti del defunto la qualità di erede: a tal fine c’è invece bisogno che questi accettino espressamente o tacitamente l’eredità.

 

L’accettazione dell’eredità non richiede necessariamente una dichiarazione espressa e formale, ma può essere implicita in un comportamento diretto a gestire il patrimonio del parente defunto, comportamento quindi incompatibile con la volontà di rinunciare all’eredità. È questo il caso dell’accettazione tacita dell’eredità, accettazione che, evidentemente, ha le medesime conseguenze di un’accettazione espressa: ossia il diritto dell’erede di succedere nel patrimonio del de cuius (il familiare deceduto) secondo la propria quota e di rispondere anche (nella medesima percentuale) dei relativi debiti. Ma procediamo con ordine.

 

 

Cos’è l’accettazione tacita dell’eredità?

L’accettazione tacita si verifica quando il chiamato all’eredità compie un atto (comportamento concludente) che presuppone la sua volontà di accettare, e che non avrebbe diritto a fare se non nella qualità di erede [1]. Chiaramente, l’atto che implica l’accettazione tacita dell’eredità deve essere compiuto dall’erede e non da terzi soggetti, dai quali il primo ovviamente non risponde.

Ad integrare l’accettazione tacita dell’eredità da parte del chiamato sono pertanto rilevanti gli atti che per la loro natura e finalità siano incompatibili con la volontà di rinunciare e non siano altrimenti giustificabili. Ad esempio, per come meglio si vedrà a breve, fare ricorso contro un avviso di accertamento indirizzato al defunto è considerato «accettazione tacita dell’eredità»; continuare a vivere nell’immobile del defunto o utilizzare la sua auto, senza aver fatto un inventario dei beni dell’eredità è considerato «accettazione tacita», e così via.

 

 

La differenza tra accettazione espressa ed accettazione tacita dell’eredità

Per esplicita disposizione del codice civile, l’accettazione pura e semplice può essere espressa o tacita, che comprende il caso in cui il possesso dei beni ereditari si protrae per oltre tre mesi.

L’accettazione è espressa quando la volontà di accettare l’eredità da parte del “chiamato” risulta palese e inequivoca. Ad esempio, il “chiamato” assume la qualità di erede in un atto pubblico o in una scrittura privata autenticata.

L’accettazione è invece tacita quando il “chiamato” all’eredità pone in essere un atto che ha il diritto di compiere in qualità di erede. Ad esempio, il “chiamato” vende o dona un bene immobile facente parte dell’asse ereditario. Secondo l’insegnamento della Cassazione, l’accettazione tacita può essere desunta dal comportamento complessivo che realizza non solo atti di natura fiscale, come la dichiarazione di successione, ma anche atti che siano nel contempo fiscali e civilistici, come la voltura catastale che rileva anche ai fini dell’accertamento della proprietà immobiliare.

 

 

Quando scatta l’accettazione tacita dell’eredità?

La legge ha individuato alcune ipotesi tipiche che comportano accettazione tacita:

  • se l’erede, nel possesso dei beni ereditari, non predispone l’inventario dei suddetti beni entro tre mesi dall’apertura della successione. Il codice civile, infatti, stabilisce a carico di chi abbia la disponibilità materiale dei beni del defunto di effettuare un inventario entro 3 mesi; se non lo fa, egli viene considerato erede puro e semplice, come se avesse accettato l’eredità [2]. Ad esempio, si pensi ai figli che continuano a vivere nell’appartamento del padre defunto;
  • se l’erede effettua una donazione, vendita o cessione a terzi dei suoi diritti di successione. In pratica, se l’erede vende una parte dei beni che gli sarebbero spettati dalla successione egli si considera come se avesse accettato l’eredità [3]. Vi rientrerebbero anche i relativi contratti preliminari;
  • se l’erede rinunzia ai diritti di successione, qualora ciò avvenga verso corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati [4].

 

Oltre ai suddetti casi, la giurisprudenza ha individuato altre ipotesi che fanno scattare l’accettazione tacita dell’eredità:

  • incassare in banca un assegno rilasciato al defunto in pagamento di un suo credito [5];
  • pagamento dei debiti ereditari con denaro prelevato dal patrimonio ereditario;
  • subingresso nell’attività commerciale del coniuge defunto;
  • voltura catastale da parte del chiamato;
  • pagamento transattivo del debito del defunto ad opera del chiamato;
  • richiesta di voltura di concessione edilizia;
  • ricorso contro l’accertamento fiscale in materia di imposta di successione;
  • impugnazione del testamento;
  • avvio dell’azione divisoria, in quanto presuppone la qualità di erede;
  • avvio di una causa per ottenere il pagamento di crediti del defunto (si pensi al caso del defunto a cui alcuni soggetti non avevano pagato delle parcelle e contro i quali agisca l’erede).

 

Al contrario, sono stati considerati comportamenti non implicanti l’accettazione tacita di eredità:

presentazione della denuncia di successione e nel pagamento della relativa imposta trattandosi di adempimenti diretti ad evitare l’applicazione di sanzioni e caratterizzati da scopi conservativi che non denotano univocamente la volontà di accettare;

– immissione nel possesso dei beni ereditari con scopo conservativo del chiamato;

– pagamento delle spese del funerale del defunto;

– richiesta di informazioni circa l’esistenza di un testamento o di beni relitti del de cuius, al fine di valutare la necessità di una denuncia di successione;

– il possesso dei beni ereditari purché si sia fatto l’inventario entro 3 mesi dall’apertura della successione.

 

 

Entro quanto tempo va fatta l’accettazione di eredità?

Il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni. Il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione e, in caso d’istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la condizione.

In caso di dichiarazione giudiziale di paternità posteriore alla morte del genitore, il termine decennale per l’accettazione dell’eredità decorre per i figli naturali non dalla data di apertura della successione, bensì da quella della dichiarazione di paternità.

Tuttavia chi ha interesse può rivolgersi all’Autorità giudiziaria competente affinché questa fissi un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all’eredità.

Trascorso il termine senza che il chiamato abbia fatto la dichiarazione, perde il diritto di accettare l’eredità.

Si ricorda infine che l’accettazione dell’eredità è impugnabile per violenza o dolo, mentre non è contestabile se è viziata da errore.

L’azione per l’impugnazione si prescrive in cinque anni dal giorno in cui è cessata la violenza o è stato scoperto il dolo.

 


[1] Art. 476 cod. civ.

[2] Art. 485 cod. civ.

[3] Art. 477 cod. civ.

[4] Art. 478 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 12327/1999.

 


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