Cosa si intende per casa familiare?
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28 Nov 2016
 
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Cosa si intende per casa familiare?

Tutte le implicazioni della casa familiare in caso di abbandono del tetto coniugale, separazione, divorzio, assegnazione del bene.

 

Al concetto di casa familiare la legge collega numerosi effetti dal punto di vista giuridico, quasi tutti collegati con le vicende relative al matrimonio, come la separazione e il divorzio (si pensi all’abbandono della casa familiare come causa di addebito, alla assegnazione della casa familiare a seguito della separazione o alla sua divisione e vendita, ecc.). Ma cosa si intende per «casa familiare?». Cerchiamo di comprenderlo più nel dettaglio.

 

In generale ogni famiglia abita stabilmente in una casa che diviene il luogo di incontro e di svolgimento delle attività dei suoi diversi componenti. La casa familiare è dunque il luogo di normale e abituale convivenza del nucleo familiare, l’habitat domestico inteso come il fulcro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si svolge e sviluppa la vita della famiglia. Si tratta del luogo in cui la famiglia si incontrava quando era unita [1] e in cui si incontra ancora, al momento della separazione [2].

 

Perché si possa parlare di casa familiare non è necessario che tutti i membri della famiglia abbiano fissato, in tale immobile, la propria residenza, essendo piuttosto importante un concetto di fatto, quello dell’abitualità dell’utilizzo della stessa per le riunioni, i pasti, per dormire, per l’incontro reciproco. Così è corretto pensare che la casa familiare sia una e una soltanto, pur nel caso in cui la coppia abbia più di un immobile di proprietà.

I registri anagrafici fanno sorgere solo la presunzione che l’immobile sia anche la casa familiare se la famiglia anagrafica è ivi residente.

 

La casa familiare non deve essere necessariamente di proprietà, potendo anche essere un immobile in affitto. In tal caso, la legge, infatti, accorda alla casa familiare in affitto una particolare disciplina nel caso di separazione o divorzio: l’immobile, così come quello di proprietà di uno o di entrambi i coniugi, finisce a quello dei due presso cui vanno a vivere i figli (leggi A chi va l’affitto dell’appartamento dopo la separazione dei coniugi?).

 

Non può definirsi casa familiare – e pertanto non può essere oggetto di assegnazione – l’immobile, anche affettivamente importante per la famiglia, che non ha le funzioni sopra precisate, come ad esempio la casa utilizzata saltuariamente o quella utilizzata dai coniugi durante i periodi di vacanza (la casa al mare) o abitata solo per le vacanze [3], come tutte le “seconde case”.

La conseguenza di ciò è abbastanza importante nel caso di separazione. Si pensi a una coppia che viveva in affitto pur avendo una casa di proprietà del marito che però veniva usata solo per le vacanze. In tal caso, il giudice dovrà assegnare alla moglie solo l’immobile in affitto e non anche quello di proprietà del marito usato però saltuariamente.

Pertanto, in caso di separazione, il coniuge che chiede l’assegnazione per sé dell’immobile deve dimostrare che questo era adibito a casa familiare se tale qualità viene contestata dall’altro coniuge [4].

 

Nel concetto di casa familiare sono ricompresi anche le parti accessorie come:

– le pertinenze della casa quali ad esempio la cantina e il garage;

– i beni mobili, gli arredi, gli elettrodomestici e i servizi, ad eccezione dei beni strettamente personali o che soddisfino le particolari esigenze del coniuge che viene privato del godimento [5].

 

Per configurare l’illecito di abbandono del tetto coniugale è necessario che uno dei due coniugi abbia abbandonato la casa e che ciò sia stato la causa della crisi della coppia. L’abbandono dell’appartamento a crisi già in corso non costituisce una responsabilità e non comporta, quindi, l’addebito nella separazione.

 

In ultimo, bisogna chiedersi che fine fa la casa coniugale in caso di separazione?

Nessun dubbio che i coniugi possano deciderlo da loro, se trovano un’intesa. Ad esempio possono stabilire che venga venduta, che venga divisa, che venga donata al figlio o accordata alla moglie per un tempo predeterminato in attesa che questa trovi un diverso alloggio. Ciò avviene nella separazione consensuale, quella cioè in cui i coniugi trovano un accordo su tutti gli aspetti del distacco.

 

Invece, se non c’è questo accordo, si precede alla cosiddetta separazione giudiziale. In questi casi le regole sono segnate dalle seguenti variabili:

  • se la coppia ha figli minori o maggiorenni non autosufficienti, la casa viene affidata al coniuge presso cui i figli vanno a vivere. Se quest’ultimo è il coniuge non proprietario dell’immobile, quest’ultimo dovrà, suo malgrado, lasciare l’appartamento. Ne potrà venire di nuovo in possesso quando i figli diventeranno grandi o qualora questi ultimi dovessero decidere di andare ad abitare altrove. Il provvedimento di assegnazione relativo alla casa si estende anche ai beni mobili che costituiscono l’arredo della abitazione, a meno che i coniugi non abbiano pattuito (anche al di fuori dei patti omologati in una separazione consensuale) che alcuni beni mobili siano prelevati dalla casa coniugale dal coniuge che ne è proprietario esclusivo. Di regola arredi e altri beni mobili vengono attribuiti, in via provvisoria, all’assegnatario, con facoltà per l’estromesso di prelevare i beni personali (e se c’è accordo tra le parti, anche quelli ai quali tenga particolarmente);
  • se la coppia ha figli ormai adulti, con una propria indipendenza economica, la casa resta nella disponibilità del proprietario. In tal caso, se la casa è stata comprata durante il matrimonio tra coniugi in regime di comunione dei beni o se in comproprietà tra coniugi in regime di separazione dei beni, l’immobile va diviso. Se la divisione è impossibile si dovrà procedere alla vendita con spartizione del ricavato in moneta.

 

 

In caso di assegnazione della casa al coniuge non proprietario chi paga le spese?

Quando, in caso di separazione o divorzio, il giudice assegna la casa coniugale al coniuge non proprietario, nella sentenza dispone che:

  1. a) le spese condominiali ordinarie e tutte le utenze devono essere pagate dal solo coniuge assegnatario, mentre le spese condominiali straordinarie saranno pagate da entrambe le parti in relazione alle quote di singola pertinenza. Qualora il coniuge assegnatario abbia un reddito molto basso, il giudice potrebbe disporre che il pagamento delle spese condominiali sia a carico del coniuge proprietario;
  2. b) in presenza di un mutuo cointestato, le rate continuano ad essere versate da entrambi i coniugi in relazione alle quote di pertinenza. Se invece il mutuo è stato stipulato da uno solo dei coniugi, questi in genere deve continuare a provvedere al pagamento, anche quando non gli sia stata assegnata l’abitazione.

[1] Cass. sent. n. 1198/2006.

[2] Cass. sent. n. 13065/2002.

[3] Cass. sent. n. 14553/2011.

[4] Cass. sent. n. 10797/1998.

[5] Cass. sent. n. 7865/1994, n. 7303/1983.

 


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