Se mi dimetto prima che l’azienda mi licenzi ho la disoccupazione?
Lo sai che?
28 Nov 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Se mi dimetto prima che l’azienda mi licenzi ho la disoccupazione?

Non si può parlare di licenziamento se il dipendente si dimette volontariamente, quando “costretto” dall’azienda come alternativa a un plateale licenziamento, per via di condotte irregolari da questi poste.

 

Se il dipendente, per salvare la faccia, si dimette volontariamente prima che arrivi il formale licenziamento da parte dell’azienda, a seguito di gravi irregolarità contestategli, non può più contestare il suddetto licenziamento, né dire che la sua scelta è stata determinata da minaccia. Inoltre, essendosi dimesso spontaneamente non può ottenere neanche l’assegno di disoccupazione (Naspi). Questo perché non si può parlare di una forzatura: il lavoratore firma consapevolmente le proprie dimissioni, preferendole al licenziamento prospettatogli dall’azienda per la sua condotta non consona. Sono queste alcune delle importanti conseguenze che scaturiscono da una sentenza della Cassazione pubblicata qualche ora fa [1].

 

 

Si può parlare di minaccia di licenziamento?

Secondo la pronuncia in commento, il dipendente cui l’azienda prospetta l’alternativa: «o ti dimetti, o ti licenziamo noi» non subisce una minaccia. Egli viene posto dinanzi all’alternativa, con piena capacità di scelta tra il restare e l’andarsene. Del resto, se egli è davvero consapevole che un il licenziamento potrebbe essere illegittimo perché privo di fondamento, non deve far altro che attendere le mosse del datore di lavoro per poi impugnare la lettera di recesso in tribunale. Invece, se preferisce andarsene di sua spontanea volontà è probabile che ritenga di essere nel torto. Quale costrizione può subire un dipendente che rinunci a impugnare un licenziamento illegittimo e, piuttosto che questo, preferisca una volontaria dimissione?

Non si può parlare di «minaccia» o di «violenza morale» specie quando la contestazione mossa al lavoratore è particolarmente grave e comporterebbe comunque il licenziamento (si pensi al caso della cassiera colpevole di alcuni ingenti ammanchi di cassa).

 

 

Niente assegno di disoccupazione (Naspi)

Essendosi dimesso e non licenziato, il lavoratore non avrà neanche diritto all’assegno di disoccupazione (la cosiddetta Naspi), che scatta solo nel caso di perdita incolpevole del lavoro. A tal fine il dipendente meglio avrebbe fatto ad attenere il licenziamento: la Naspi, infatti, viene riconosciuta anche ai lavoratori licenziati per giusta causa.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 28 settembre – 28 novembre 2016, n. 24122
Presidente Bronzini – Relatore Lorito

Svolgimento del processo

La Corte d’Appello di Bologna, con sentenza pubblicata il 5 novembre 2013, confermava la pronuncia resa dal tribunale della stessa sede con cui era stata respinta la domanda proposta da B.C. nei confronti della Banca di Imola s.p.a., volta a conseguire l’annullamento delle dimissioni rassegnate in data 11 gennaio 2006.
La Corte distrettuale, a fondamento del decisum ed in estrema sintesi, rimarcava l’insussistenza dei presupposti di annullabilità dell’atto ex art.428 c.p.c., non essendo state allegate né dimostrate situazioni abnormi, tali da determinare un parziale annullamento della capacità di intendere e di volere della lavoratrice al momento della sottoscrizione dell’atto.
Evidenziava, del pari, la carenza dei presupposti di annullabilità dell’atto per violenza morale. Osservava che nel caso in cui le dimissioni del lavoratore siano rassegnate sotto minaccia di licenziamento per giusta causa – come prospettato nella fattispecie – l’invalidità delle stesse è subordinata all’accertamento dell’inesistenza del diritto del datore di lavoro di procedere al licenziamento. Nello

Mostra tutto

[1] Cass. sent. n. 24122/16 del 28.11.16.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti