Separazione: che fine fa la casa se non ci sono figli?
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28 Nov 2016
 
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Separazione: che fine fa la casa se non ci sono figli?

Se la coppia non ha avuto figli, l’immobile resta nella proprietà dell’intestatario o, se in comunione, va diviso o venduto.

 

Quando marito e moglie si separano o divorziano, uno degli aspetti principali da regolare è l’assegnazione della casa coniugale. In materia, legge e giurisprudenza fissano alcune regole generali, lasciando però libere le parti di accordarsi diversamente. Quindi, per stabilire a chi va a finire la casa coniugale in caso di separazione/divorzio, la prima cosa da chiedersi è se i coniugi hanno raggiunto un’intesa e firmato quella che viene detta separazione consensuale: si tratta di un accordo con cui marito e moglie definiscono tutti gli aspetti patrimoniali, e non, della separazione e decidono come dividere tra loro gli eventuali beni acquistati dopo le nozze. Se però questo accordo non c’è, allora si seguono diverse regole.

 

 

Se la coppia ha figli

Se all’interno della famiglia ci sono figli minori o maggiorenni non ancora autosufficienti, la casa coniugale viene assegnata a chi dei due è «collocatario» della prole: con questo termine si intende il genitore presso cui i bambini andranno a vivere abitualmente e fisseranno la propria dimora.

Il giudice, nel definire i rapporti economici fra i coniugi, deve tenere conto del valore economico della assegnazione della casa. L’attribuzione della casa familiare costituisce infatti un evidente vantaggio economico a favore del genitore che, oltre a non spostarsi dal nucleo dei propri affetti, non è obbligato a munirsi di un’altra abitazione, con notevole aggravio di costi e comprensibile disagio. Questo significa che, in presenza di un provvedimento di assegnazione della casa, il mantenimento potrebbe essere ridotto, in modo anche da dare all’altro coniuge la possibilità di trovare e pagare un tetto ove vivere. Tale riduzione può essere sostanziosa (ad esempio, quando il genitore estromesso è proprietario esclusivo dell’immobile) o più esigua, per esempio, in caso di comproprietà o di sussistenza di un altro diritto reale sul bene.

 

Il giudice può assegnare ad un coniuge anche solo una porzione dell’immobile se questo è già diviso in due unità indipendenti e se tale soluzione realizzi al meglio l’interesse dei figli dei coniugi conviventi.
La giurisprudenza prevalente ritiene che il coniuge (nella fattispecie non assegnatario) possa chiedere la divisione della casa coniugale di proprietà comune.

 

 

Se la coppia non ha figli

Più facile è il discorso quando la coppia non ha figli. In tale ipotesi, infatti, non vi sono ragioni per assegnare la casa coniugale al “non proprietario”. In altre parole, l’immobile torna nella disponibilità di chi ne è intestatario. L’immobile però potrebbe appartenere a entrambi i coniugi perché ad esempio:

  • acquistato dopo le nozze da coppia in regime di comunione legale dei beni
  • acquistato con soldi di entrambi i coniugi e intestato ai medesimi per quote uguali, anche se in regime di separazione dei beni.

Nel caso di immobile cointestato, le soluzioni possono essere tre:

  • se i coniugi si mettono d’accordo, prevale la loro intesa: ad esempio potrebbero decidere di attribuire la proprietà intera a uno dei due, salvo il diritto dell’altro a ottenere un corrispettivo pari alla metà del valore del bene;
  • se i coniugi non trovano un accordo, ciascuno dei due può agire in tribunale per ottenere la divisione della comunione. In tal caso, il giudice valuta, in prima battuta, la possibilità di dividere l’immobile in natura (si pensi a una villetta su due piani dalla quale possono essere ricavate due divere e indipendenti unità abitative). Qualora però la divisione non dovesse essere possibile, l’immobile dovrà essere venduto (con la procedura giudiziale) e il ricavato diviso tra gli ex coniugi.

 

 

Se la casa era intestata solo formalmente a uno dei due coniugi

Potrebbe avvenire che l’immobile risulti intestato solo a uno dei due coniugi – o magari risultare in comunione – pur essendo stato acquistato con denaro dell’altro. Ciò capita ad esempio quando il marito o la moglie svolge un’attività imprenditoriale e vuole mettere al riparo i propri beni dal rischio di un fallimento o dal pignoramento dei creditori: una scelta che l’ordinamento consente e ritiene lecita, purché effettuata non dopo che il debito sia stato già contratto (se il debito è già sorto, i creditori possono esperire entro 5 anni l’azione revocatoria).

Ma che succede, in tali ipotesi, dopo la separazione? Chi ha pagato l’immobile lo può rivendicare come suo, nonostante la formale donazione all’ex oppure deve rassegnarsi a perderlo? La legge dà la possibilità, al coniuge non proprietario dell’immobile, di dimostrare che lo stesso è stato acquistato con il proprio denaro e che la donazione è puramente formale.

Questo concetto vale anche per le coppie conviventi e non sposate. Secondo infatti una recente sentenza del Tribunale di Firenze [1], nell’ambito dei rapporti di convivenza stabile e duratura la presunzione di gratuità della cessione di un bene, come una casa, viene meno quando ci si trova di fronte a una vera e proprio operazione economica patrimoniale.

 

Non ci sono quindi elementi per parlare di donazione se uno dei due coniugi si fa inizialmente carico di tutto il corrispettivo per l’acquisto dell’immobile e poi lo intesta all’altro partner. Le prestazioni fra conviventi – così come quelle tra sposi – si presuppongono di natura gratuita soltanto quando rientrano nell’ambito dei doveri di mutua assistenza e collaborazione, che hanno carattere morale e civile e scaturiscono dal rapporto esistente fra le parti.


[1] Trib. Firenze, sent. n. 2934/16.

 

 


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