Documenti aziendali segreti: lecito rubarli per difendersi
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28 Nov 2016
 
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Documenti aziendali segreti: lecito rubarli per difendersi

Nessuna sanzione disciplinare al lavoratore dipendente che, per difendersi in causa, preleva prima e poi produce documenti riservati sottratti al datore di lavoro.

 

Al dipendente tutto è concesso se si deve difendere in causa contro il datore di lavoro, finanche sottrarre documenti riservati dell’azienda che riguardano la sua posizione lavorativa. In tali casi, infatti, non può subire alcuna sanzione disciplinare, né il licenziamento, né tantomeno un procedimento penale a seguito di una querela. A chiarirlo è una sentenza della Cassazione pubblicata poche ore fa [1]. Non c’è privacy che tenga, né alcun obbligo di rispettare il dovere di fedeltà e segretezza – sostiene la Suprema Corte – quando in gioco ci sono i “sacrosanti” diritti del dipendente. Del resto, le regole sul processo civile consentono, si legge in sentenza, di evitare la divulgazione a terzi di dati riservati.

 

 

La vicenda

Un datore di lavoro aveva sospeso dal servizio e dalla retribuzione un proprio dipendente dopo essersi accorto che questi si era impossessato di alcuni documenti aziendali considerati riservati per produrli successivamente in una causa personale instaurata contro l’azienda. Secondo i giudici, però, la sanzione era da considerarsi illegittima. In particolare la condotta posta in essere dal lavoratore non poteva considerarsi lesiva del dovere di segretezza e/o riservatezza.

 

 

Il principio

Il principio sancito dalla Cassazione è tanto semplice quanto lineare: «il lavoratore che produca in una controversia di lavoro copia di atti aziendali riguardanti direttamente la propria posizione lavorativa non viene meno ai doveri di fedeltà» sanciti dal codice civile, «anche ove i documenti prodotti non abbiano avuto influenza decisiva sull’esito del giudizio».

 

Il comportamento del dipendente non può essere considerato neanche reato e, pertanto, il datore di lavoro che lo quereli sbaglia grossolanamente. Infatti il codice penale [2] “perdona” tutti gli illeciti posti in esercizio di un diritto, come può essere quello di difendersi in causa. Secondo la Cassazione, tale “scriminante” dell’esercizio del diritto «ha valenza generale nell’ordinamento, senza essere limitata al mero ambito penalistico e tenuto conto che l’applicazione corretta della normativa processuale in materia è idonea a impedire una vera e propria divulgazione della documentazione aziendale e che, in ogni caso, al diritto di difesa in giudizio deve riconoscersi prevalenza rispetto alle eventuali esigenze di segretezza dell’azienda».

 

In sintesi, il dipendente che acquisisce documenti aziendali “riservati” per produrli successivamente in un giudizio contro il datore non può subire alcuna ripercussione negativa sul rapporto di lavoro ed è libero di portare tali prove sul banco del giudice senza che per esse vi siano preclusioni dettate dalle modalità anomale con cui è avvenuto il prelievo.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 28 settembre – 28 novembre 2016, n. 24106
Presidente Curzio – Relatore Fernandes

Fatto e diritto

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 28 settembre 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c. sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:
“Con sentenza del 6 giugno 2014, la Corte di appello di Lecce confermava la decisione del Tribunale di Brindisi che aveva rigettato il ricorso proposto da Poste Italiane s.p.a. nei confronti di C.F. , suo dipendente, ed inteso all’accertamento della legittimità della sanzione disciplinare della sospensione per due giorni dal servizio e dalla retribuzione inflitta al C. “per aver violato il dovere di segretezza e acquisito in modo anomalo documenti aziendali “riservati” – tratti da report ispettivo – redatto dalla funzione Internal Auditing di Poste Italiane in data 28.11.2006….per produrli successivamente in un contenzioso….instaurato contro la società datrice di lavoro”.
Ad avviso della Corte territoriale la sanzione era illegittima e per omessa previa affissione del codice disciplinare – non potendo considerarsi la condotta contestata violativa dell’obbligo di fedeltà previsto

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[1] Cass. ord. n. 24106/16 del 28.11.2016.

[2] Art. 51 cod. pen.

 


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