Quanto dura una causa
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2 Dic 2016
 
L'autore
Sabina Coppola
 


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Quanto dura una causa

Una causa penale in Italia, nonostante il principio costituzionale del giusto processo, dura tantissimo (troppo) tempo, spesso fino a far prescrivere il reato.

 

Il problema dei tempi lunghi della giustizia è più attuale che mai e determina due effetti:

  • da un lato, il diritto dell’imputato ad ottenere l’estinzione del reato per prescrizione;
  • dall’altro, il suo diritto al risarcimento dei danni derivanti dall’eccessiva durata del processo.

Sentiamo dire continuamente che la giustizia è lenta ed inefficace, ma cerchiamo di capire perché.

 

 

Cos’è il processo penale?

Esiste una prima fase, quella delle indagini, definita procedimento.

Il procedimento nasce nel momento in cui la notizia di reato viene comunicata al pubblico ministero e viene iscritta nell’apposito registro (cosiddetto registro delle notizie di reato).

La seconda fase è quella del processo vero e proprio che:

  • sorge nel momento in cui il pubblico ministero, terminate le sue indagini, decide di chiedere la punizione del colpevole (in gergo tecnico, di esercitare l’azione penale);
  • e prosegue nei successivi tre gradi di giudizio (il primo ed il secondo grado sono di merito, cioè servono a decidere se l’imputato è colpevole o innocente, mentre il terzo grado, la cassazione, serve ad accertare la legittimità della sentenza).

Il primo grado, di solito, è il più lungo perché è quello in cui ciascuno, con i propri testimoni, cerca di dimostrare la propria verità, in contraddittorio tra le parti (cioè alla presenza di tutte le parti processuali e del giudice imparziale): la durata del processo può essere lunghissima.

 

 

Quanto dura un processo penale?

Secondo le statistiche:

  • dall’inizio del primo grado di giudizio (cioè dalla prima udienza che si celebra in tribunale) alla prima sentenza, trascorrono circa due/tre anni (se si tratta di processi con uno o pochi imputati) o cinque/dieci anni, se si tratta di un processo che riguarda più imputati per reati molto gravi;
  • dalla sentenza di primo grado a quella della corte di appello passano circa due/tre anni;
  • dalla sentenza di appello a quella pronunciata dai giudici della cassazione passano due/tre anni.

A prescindere dai dati statistici, la durata dei processi varia a seconda delle regioni d’Italia e, molto spesso, dipende da tanti fattori interni ed esterni al processo.

 

 

Cosa allunga i processi?

Sentite dire spesso che, in Italia, la prova viene formata in dibattimento (cioè alla presenza di tutte le parti processuali) ed è per tale ragione che la sentenza definitiva deve essere pronunciata dagli stessi giudici che hanno seguito tutto il processo e davanti ai quali si è formata la prova.

Ciò significa che (tranne che per i reati più gravi per i quali questo principio non vale) se, nel corso del processo, cambia anche solo un giudice, il processo stesso deve ricominciare tutto da capo in modo da consentire al nuovo giudicante di ascoltare, personalmente, tutte le testimonianze (che, quindi, vengono ripetute).

Questo si può evitare solo se tutte le parti del processo (pubblico ministero, difensore di tutti gli imputati ed eventuale difensore della persona offesa costituita parte civile) prestano il loro consenso alla lettura dei verbali di udienza in cui sono riportate le dichiarazioni rese dai testimoni senza bisogno di sentirli da capo.

 

 

I tempi lunghi sono colpa dell’avvocato?

Spesso si sente che la colpa della durata dei processi è anche degli avvocati.

L’avvocato, però, può incidere molto poco sui tempi del processo: può, infatti, chiedere il rinvio dell’udienza solo per legittimo impedimento, cioè nel caso in cui abbia un altro impegno professionale ben motivato o sia malato (e produca un certificato che attesti che il suo stato di salute gli rende impossibile la deambulazione).

 

 

Cosa accade se passa troppo tempo?

In alcuni casi, l’imputato spera che il processo duri molto tempo, in modo che possa intervenire la prescrizione.

La prescrizione, infatti, estingue il reato.

 

 

Come posso tutelarmi?

La legge riconosce all’imputato, in caso di processi molto lunghi, lesivi del diritto di difesa e della ragionevole durata del processo, il diritto ad ottenere un risarcimento del danno dallo stato [1].

L’imputato sarà risarcito:

  • con un indennizzo per ogni anno di eccessiva durata del processo (le corti d’appello italiane hanno stimato che la durata ragionevole del processo deve essere, in linea di massima, in tre anni per il processo di primo grado e in due anni per quello di  secondo grado);
  • con un importo che cambierà a seconda del tipo di ritardo, della complessità del caso e del comportamento delle parti.

 

 

Qual è la procedura da seguire?

Secondo la procedura:

  • l’istanza (il ricorso) deve essere depositata presso la corte d’appello competente (che sarà diversa da quella nel cui si distretto si è celebrato il processo) con l’assistenza di un avvocato munito di procura speciale;
  • la corte ha l’obbligo di decidere sulla richiesta di risarcimento entro un massimo di quattro mesi dal deposito del ricorso; tale decreto è impugnabile per cassazione.

Il ricorso può essere presentato:

  • mentre è ancora pendente il processo eccessivamente lungo;
  • oppure, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione (che conclude  quel processo) è divenuta definitiva (cioè entro sei mesi dal passaggio in giudicato).

L’imputato che abbia subito dei danni dalla eccessiva durata del processo, avrà diritto al risarcimento sia del danno patrimoniale (da quantificare per come effettivamente patito) sia del danno non patrimoniale (circa 1500 euro per ogni anno di eccessiva durata del processo).

 


[1] L. n 89 del 2001.

 


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