Dire «sei gay» è reato?
Lo sai che?
29 Nov 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Dire «sei gay» è reato?

Dare dell’omosessuale a una persona non è più considerato offensivo e fonte di ingiuria o diffamazione.

 

Se è vero che il nostro Stato si è avviato a un programma di equiparazione delle coppie omosessuali, è anche vero che questo attributo non può più, nella coscienza comune, essere considerato offensivo: equivarrebbe, del resto, a riconoscere una differenza tra i gay e le coppie etero, differenza che appunto la legge vuole cancellare. Così, identificare un soggetto come «omosessuale», anche se questi non lo è, non rappresenta un’offesa sanzionabile dal codice penale. A sancirlo è stata, poche ore fa, la Cassazione [1], cancellando le accuse nei confronti di una persona che, in una querela, aveva utilizzato il termine «omosessuale» per indicare la caratteristica peculiare di un uomo.

 

Nel nostro contesto storico, alla parola gay o omosessuale non può più essere collegata una valenza offensiva, per cui non è coerente parlare di diffamazione. Si deve infatti escludere che il termine “omosessuale” abbia conservato, nella nostra società, lo stesso significato che poteva ritenersi esistente in un passato nemmeno tanto remoto.

In sostanza, secondo i giudici «a differenza di altri appellativi» utilizzati con «chiaro intento denigratorio», la parola «omosessuale» «assume un carattere di per sé neutro, limitandosi ad attribuire una qualità personale al soggetto» ed è «in tal senso entrata nell’uso comune». Di conseguenza, «la mera attribuzione» di preferenze omosessuali non può avere «un carattere di per sé lesivo della reputazione».

E questa visione non cambia neanche se il soggetto identificato come «omosessuale» «rivendica la propria eterosessualità».


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 18 ottobre – 29 novembre 2016, n. 50659

Presidente Zaza – Relatore Pistorelli

Ritenuto in fatto

  • Con la sentenza impugnata il Giudice di Pace di Trieste ha condannato alla sola pena pecuniaria ed ai soli effetti penali C.C.A. per il reato di diffamazione commesso ai danni di C.U., identificandolo nell’ambito di una querela proposta nei confronti di altra persona come “omosessuale”.
  • Avverso la sentenza ha proposto appello, trasmesso dal Tribunale di Trieste a questa Corte ai sensi dell’art. 568 comma 5 c.p.p., l’imputato a mezzo del proprio difensore deducendo errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in merito alla configurabilità in concreto ed in astratto del reato contestato ed al mancato riconoscimento dell’esimente di cui all’art. 599 c.p. In tal senso, sotto il primo profilo, il ricorrente lamenta come il GdP non abbia valutato il contesto in cui è stato utilizzato il termine imputato, eccependo altresì il mancato riconoscimento della causa di non punibilità di cui all’art. 598 c.p. In relazione all’altro profilo viene invece contestata la stessa natura offensiva del termine “omossessuale”, sia evocando la perdita di qualsiasi carattere lesivo di tale espressione
  • Mostra tutto

    [1] Cass. sent. n. 50659/16 del 29.11.2016.

     


    richiedi consulenza ai nostri professionisti

     
     
    Commenti